Gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli – 1 L’anti-Edipo mainstream: ammazzare la madre

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Per le novità in libreria bisognerebbe inventare un bollino PAD: Piace A D’Orrico. Semplificherebbe la vita a molti. Alla setta sempre più smilza di coloro che seguitano a prendere sul serio i consigli del Book Jockey del Corriere della Sera, e all’imponente platea degli apoti che da lui non se la bevono più nemmeno con l’imbuto.

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Della necessità di un marchio PAD mi sono fatto convinto una volta di più leggendo il pompatissimo Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli. Un romanzo edito da Feltrinelli e condannato al successo prima ancora di approdare in libreria. Naturalmente si tratta di un PAD. E infatti Antonio D’Orrico l’ha subito celebrato con la sobrietà e la misura che gli sono proprie. E che l’hanno portato a gridare al genio o al capolavoro in casi desolanti come quelli di Giorgio Faletti, o di Paolo Doni alias Giuliano Zincone, o del polpettone La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker, o di un modesto giornalista sportivo quale Roberto Perrone innalzato al rango di grande narratore, o persino del cinepanettonaro Enrico Vanzina celebrato come il nuovo Chandler per via di un paio di gialli-ittero pubblicati dall’ineffabile Newton Compton. E in mezzo a questa galleria di bellimbusti entra in pompa magna anche Marco Missiroli. E se qualcuno fra i più attenti ha già notato che per la seconda volta faccio riferimento al pompaggio, e magari già pensa ch’io vada perdendo colpi, si rassereni: qui nessuna pompa è a caso, e ve ne accorgerete.

Ma torniamo alla condanna al successo che impietosamente ha colpito il romanzo di Missiroli. E i cui motivi mi sfuggivano prima che ne iniziassi la lettura, risultandomi addirittura imperscrutabili dopo essermelo inflitto. Per carità, in giro c’è di molto peggio, specie se si guarda alla dozzina dello Strega. E se si fa un paragone con l’altro romanzo condannato al successo di questi ultimi mesi, La ferocia di Nicola Lagioia (leggi qui, qui e qui), si rischia di veder spiccare Missiroli alla stregua di un Dostojevki. Perché almeno quello di Missiroli, per quanto bruttozzo e paraculeggiante, è un romanzo; e invece le pagine di Lagioia costituiscono un’accozzaglia di geroglifici e cacofonie.

Ma non è certo sui confronti al ribasso che possiamo costruire la valutazione di un libro. Bisogna valutarlo a sé, per ciò che sono il suo stile, i suoi pregi e le sue pochezze. E preso così il romanzo di Missiroli spicca per quello che è: un malaggiustato romanzo di formazione sentimental-sessuale, pieno di ruffianeggianti furberie politically correct e di lacrimevolezze all’ingrosso. Una storia dove tutti sono buoni, ma talmente buoni, ma talmentissimamente buonissimi, che ti vien voglia d’impugnare un machete e fare una bella strage degli innocenti.

E che cazzo! Così, giusto per ristabilire un minimo di contatto con la realtà dei fatti quotidiani. Quella che vi mostra il ghigno imbelvito della vostra vicina di pianerottolo se soltanto scopre che vi siete puliti le scarpe sul suo zerbino. E invece nelle pagine di Missiroli succede che ci si veda portare via la donna dal proprio migliore amico e si reagisca con la flemma riservata a una mano di Bridge andata storta. In fondo poteva andare peggio, no? Poteva persino piovere.

In Atti osceni in luogo privato la situazione accade due volte. E il motivo di questo ricorrere risponde a una sorta di riscatto generazionale, che induce il figlio di un padre tradito da moglie e miglior amico a restaurare l’orgoglio maschile familiare portando via a sua volta la donna una caro amico. Ma dato conto di queste simmetrie asimmetriche delle corna (ché, in ultima analisi, il cervo resta cervo; e vaglielo a spiegare che da qualche parte suo figlio ha pareggiato il conto, o che un figlio futuro lo pareggerà), rimane l’irreale aplomb con cui le due teste coronate accolgono il fato. Come se nelle vene non avessero sangue ma Valfrutta Vellutata.

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Ecco, se dovessi rintracciare il carattere davvero osceno del romanzo, quello che il titolo pretende di richiamare con uno scontatissimo gioco di parole, lo indicherei nello scarto emotivo e temperamentale fra i personaggi del libro e la realtà quotidiana. Perché può succedere che uno su due reagisca sportivamente allo scippo della donna da parte dell’amico – corna e gesso, please –, ma due su due no, nemmeno in un fumetto porno anni Settanta stile Il Tromba o Corna Vissute.

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È quest’irrealtà il dato davvero osceno. Soprattutto, è oscena la sciatteria emotivo-affettiva di tutti i personaggi del romanzo, colmi di una bontà apparente che a grattar bene la superficie è ovina remissività. Come si direbbe dalle mie parti, a Agrigento, ciascuno di questi personaggi risponde al profilo l’acqua ‘u vagna e ‘u ventu l’asciùca (la pioggia lo bagna e il vento l’asciuga): passano gran parte del loro tempo a essere vissuti dalla vita. E questa mollezza caratteriale generalizzata, questa rinuncia al conflitto, fanno di loro degli Sciatti Osceni. Una schiatta di desistenzialisti che fanno della rinuncia il loro credo ultimo.

Troppo buoni per essere veri. Soprattutto, troppi sentimenti smielati i loro per essere dentro il mondo reale. E proprio su questo terreno si scorge la vera cifra del libro di Missiroli, calato in una strategia di marketing emotivo-sentimentale che cerca di sfruttare la New Age del Lacrimario Nazionale, l’imperativo anti-edipico che nel tempo più recente s’è rivelato un formidabile volano commerciale: il tema dell’uccisione della madre. Ha aperto la strada Massimo Gramellini, dimostrando che se osi su questo tema ci fai bei soldi. E ci si è cimentato per ultimo, in ordine di tempo, Nanni Moretti. Nel mezzo abbiamo registrato anche le opere letterarie di due eccellenze intellettuali dell’Italia contemporanea come Barbara D’Urso e Alba Parietti: che rispettivamente con Tanto poi esce il sole e Da qui non se ne va nessuno hanno aggiunto i loro ingegni a ingrossare il filone sulla morte della madre.

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E nel Paese mammista per eccellenza, ecco che stimolare il sentimentalismo sulla perdita della mamma significa mirare al bersaglio grosso con la certezza di fare centro. E forse la prefica ch’è in noi ne sentiva il bisogno, e aveva un vuoto da colmare almeno dai tempi dei film Anni Settanta interpretati da Renato Cestié.

Renato Cestié, ai tempi in cui era un'Icona del Lacrimario Nazionale

Renato Cestié, ai tempi in cui era un’Icona del Lacrimario Nazionale

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Erano i tempi delle ultime nevi di primavera e altri manufatti lacrimogeni, quelli in cui si provava una straordinaria libidine nell’andare al cinema e pagare il biglietto per comprarsi un pianto a catinelle. Che a ripensarci sembra di sentir riecheggiare nella mente Lucio Battisti per l’aere:

Grosse lacrime sciocche
Sono uova alla coque
E dai e dai (o. . )
Fatti un Pianto
Lacrimoni che sono lenzuola (o.. )
Da strappare da calare giù
Fatti un pianto

Ma si sa com’è: i tempi cambiano, e la società pure. Negli anni Settanta i tassi demografici erano da paese fertile abbestia, e allora ci stava di far schiattare i figli nelle opere di finzione cinematografica o letteraria. Ma adesso che siamo a Crescita Zero Meno possiamo mica più permetterci di far crepare i rampolli? Ovvìa!. Piuttosto rovesciamo la catena del lutto familiare e facciamo crepare prima il padre e poi la madre. E lo so che sto facendo spoiler, ma in fondo fa parte del mestiere e non vi si svela nulla che non possa mortalmente annoiarvi se lo scopriste da voi. Fra l’altro, e questo va riconosciuto, Missiroli non si limita a far schiattare la madre. Quella è roba che arriva alla fine del libro, e in qualche misura in quella morte c’è un elemento di riscatto per il modo in cui essa avviene. Ne parlerò in una prossima puntata, quando ci sarà da passare in rassegna tutto il Paracooly Correct che circonda le vicende degli Sciatti Osceni.

Il vero ammazzamento della madre avviene ben prima. Quando il giovane Libero, lo Sciatto Osceno che della storia è protagonista, scorge la maman impegnata in attività fellatoria con Emanuel, l’amico di famiglia che poi sostituirà il babbo in casa.

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E ve l’avevo detto che qui non si parlava di pompe a caso. Tanto più che già l’incipit del romanzo, bollato da alcuni come uno fra i più brutti nella storia del romanzo, mette dentro un concentrato di Freud con una puntina di Roberto Malone, poiché il babbo di Libero vi si pronuncia sulla potenza rivoluzionaria dei pompini per la storia dell’umanità mentre la mamma versa nel piatto i cappelletti.

Roberto Malone

Roberto Malone

Roba da scatenare il trivio che c’è in ognuno di noi, ma lasciamo perdere. Perché il viaggio fra gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli è soltanto iniziato, e dalla prossima puntata procederò al confronto serrato col testo come è mio solito. Per adesso basta dire che l’anti-edipica uccisione della madre passa anche attraverso una serie di episodi che provocano nel giovane Libero turbamenti e strascichi per l’identità sessuale dalla difficilissima gestione. E alcuni di questi sembrano persino avere una natura preterintenzionale rispetto alle volontà dell’autore, talmente preso dallo zelo di ammazzare la madre da perdere misura e consapevolezza. Sicché gli scappa un passaggio del libro carico di significati anti-materni, col suo rappresentare un latente infierire sull’acerba virilità del figliolo. Succede quando Libero porta dalla mamma la giovane fidanzata nera parigina, Lunette. Le due donne s’intendono immediatamente, e a quel punto la mamma di Libero decide di donare un libro alla fidanzata di Libero (l’insistenza su libri e citazioni è uno degli elementi più stucchevoli e cicisbei dell’intera opera). Quale libro? Si tratta dell’edizione francese di un classico italiano del Novecento (pagina 89):

Lunette era stupefatta dalla varietà delle edizioni. Mamma le regalò La vie agre di Luciano Bianciardi.

 

E immaginate come vi sentireste voi, se al primo incontro con la vostra fidanzata la mamma le regalasse un oggetto il cui nome richiama il Viagra. Da non riprendersi mai più. Sciatti Osceni per imprinting materno.

  • (1. Continua)

Come sempre, per farvi riprendere dalle brutture che vi infliggo allego un brano musicale ristoratore. Arrivederci a presto.

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Pallonate reloaded 4 – Il viziaccio di sentirsi scrittore e il ritroso De Laurentiis

Di Roberto Perrone ho già detto. Fino a qualche anno fa era soltanto un giornalista sportivo, e nemmeno di quelli brillanti. Poi è accaduto che si sia convinto d’essere un fine romanziere, in ciò traviato dalla pessima influenza di Antonio D’Orrico. E da quel momento in poi ha deciso che deve fare sempre il fenomeno, di qualunque cosa si occupi. Le conseguenze, per i lettori del Corriere della Sera, sono devastanti. Anche perché nel frattempo la qualità della sua scrittura giornalistica è andata in picchiata. Per darvi l’idea, ecco l’incipit dell’articolo pubblicato nell’edizione del 13 settembre: “In attesa (e nella speranza) di espugnare San Siro (come le succede da due anni) Madama ha espugnato la Continassa, nei pressi dello Juventus Stadium, dove sorgerà la nuova cittadella bianconera, sede e campi d’allenamento compresi”. La vostra professoressa di lettere alle scuole medie vi avrebbe massacrato, se aveste scritto un periodo che comprende due parentesi nel primo rigo e poi va avanti come se avesse perso la bussola. Ahilui, Perrone fa anche peggio quando prova a essere brillante parafrasando il brano musicale classico. Parlando dell’Inter e della prospettiva dell’incontro con la Juventus, egli scrive infatti: “Più facile per l’Inter di Walter Mazzarri. Meglio partire a fari spenti nella notte per vedere se è tanto difficile vincere”. Tu chiamali, se vuoi, tromboni.

A proposito di Mazzarri, ecco le sue perle di saggezza alla vigilia della gara con la Juventus. Ce le riporta Andrea Elefante, uno dei miei bersagli preferiti, sulla Gazzetta dello Sport di oggi: (…) una squadra non si può valutare da una partita, una rondine non fa primavera ma neanche tre rondini, e dunque è meglio andarci coi piedi di piombo”. Per la serie: un uomo, un luogo comune.

Chi invece è nettamente fuori dagli schemi è il presidente-sultano del Napoli, Aurelio De Laurentiis. Che durante l’assemblea di Lega del 13 settembre ha piazzato il solito one-man-cinepànetton. Dopo aver litigato con un paio di colleghi a caso, si è rivolto al presidente di lega, Maurizio Beretta, dicendogli (come cita la Gazzetta dello Sport di oggi): “Preparami i documenti per uscire da questa lega di m…”. Ma magari anche quelli per il TSO. Poi, uscendo, ha risposto alle domande dei cronisti. Notare, come mostra il filmato della Gazzetta, quanta fatica debbano fare costoro per convincerlo a rispondere…

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Pallonate Reloaded n. 1 – L’attico delle aspettative e i maghi del food-ball journalism

Comincia la stagione calcistica e per l’ennesima volta riparte Pallonate, la rubrica che più la mandi giù e più te lo tira indietro con gli interessi. Si ricomincia sul web con cadenza di tre volte alla settimana: martedì, giovedì e sabato. Inutile perdersi in presentazioni. Chi conosce la rubrica non ne ha bisogno, e chi ci s’imbatte per la prima volta fa presto a capire di cosa si tratti. Soprattutto, chi credeva d’essersene liberato adesso corre il rischio di ripiombare nella depressione. Affari suoi.

Dovendo ricominciare in modo degno, quale migliore spunto che quello offerto da Mario Zarathustra Sconcerti? Nella sua Prima Lettera ai Posteri sul Campionato 2013-14, egli ha esposto uno dei suoi Dogmi Inattaccabili: quello secondo cui il campionato italiano è il più equilibrato del mondo. Ecco come la bolsa tesi è stata esposta sul Corriere della sera del 24 agosto:

Tutto il calcio degli altri è drogato da fortissime differenze economiche. Non ci sono più classifiche, solo bollettini imperiali. In Germania giocano non più di due squadre, in Spagna tutti hanno venduto fuorché Real e Barcellona. In Inghilterra hanno dimenticato la vecchia arroganza, i loro giocatori sono tornati buoni, non più ottimi, ma corrono per vincere le stesse squadre. Questo porta a pensare che il calcio migliore sia qui, non per tecnica, non per squisitezza, ma per equilibrio. L’Italia è l’unico posto in Europa dove possono ancora vincere cinque-sei squadre diverse, forse di più.

 

Questo è il dogma, e come ogni dogma esso regge fino a che non lo si testa con le evidenze. E purtroppo per lo Zarathustra de noantri la storia recente dice che quello italiano è il campionato meno contendibile d’Europa al pari di quello spagnolo. Chiusa infatti la breve stagione del dominio romano (Lazio campione d’Italia nel 1999-2000, Roma nel 2000-01), a partire dal 2001-02 lo scudetto è stato vinto soltanto da tre club: Inter, Juventus e Milan. Un tripolarismo da campionato portoghese che ricalca quello della Liga spagnola, vinta a partire dal 2001-02 da Valencia (due volte in tre stagioni), Barcellona e Real Madrid. Dice Sconcerti che altrove “corrono per vincere le stesse squadre”. Ma intanto nell’arco di tempo preso in esame la Premier League inglese ha registrato  la vittoria di quattro diversi club: Arsenal, Chelsea, Manchester United e Manchester City, con quest’ultimo a fare da new entry nell’élite recente. E nella Bundesliga tedesca come va? Dal 2001-02 essa è stata vinta da cinque club: Borussia Dortmund, Bayern Monaco, Werder Brema, Stoccarda e addirittura Wolfsburg, che nel 2008-09 ha conquistato il primo titolo della propria storia. Per altro Mario Zarathustra non mette nel novero la più aperta delle leghe europee di punta, la Ligue 1 francese: forse per paura che gli scassi la media. E fa bene. Perché lì, dopo la dittatura settennale del Lione, gli ultimi cinque campionati sono stati conquistati da cinque club diversi: Bordeaux, Marsiglia, Lilla, Montpellier e Paris-Saint Germain. E va bene filosofare, ma le figure di merda sono altra cosa e per evitarle basterebbe perdere cinque minuti a documentarsi su internet.

Del resto, ormai le pagine sportive del Corriere della sera ospitano solo fenomeni. Come è per esempio Roberto Perrone, un non brillante cronista di pallone che da qualche anno a questa parte s’è convinto d’essere scrittore sopraffino. E certo in tutto ciò pesano le responsabilità del book jockey Antonio D’Orrico, lo stesso che ebbe a definire Giorgio Faletti “il più grande scrittore italiano”. Ma resta il fatto che le conseguenze siano nefaste, perché ormai Perrone ritiene d’essere davvero un fenomeno e non perde occasione per cercare di dimostrarlo. Nell’edizione del 24 agosto il suo articolo di presentazione sull’esordio della Juventus in campionato, a Genova contro la Samp, iniziava in modo agghiacciante:

C’è una sorta di capricciosa ma non sconsiderata volontà della sorte in questo esordio della Juventus bi-campione d’Italia al Ferraris blucerchiato. (…).

 

E già, la capricciosa ma non sconsiderata volontà della sorte. Purtroppo è solo l’inizio. Andando avanti si leggeva che:

 A Roma più che con il gioco, Madama si è imposta con la sua tremenda forza mentale che la fa soggiornare all’attico delle aspettative. (…)

 

L’attico delle aspettative: formula geniale, vero? E ancora:

 

Non manca l’immancabile accento alla linea societaria, votata al rigore finanziario.

L’avreste mai immaginato che “non manca l’immancabile”? Nell’edizione del giorno dopo Perrone ha commentato così la vittoria juventina:

I primi tre punti (in trasferta, dopo due successi in casa) del Conte-tris (che punta al tris, se permettete il calembour) li incamera Carlitos Tevez, il nuovo arrivato, l’aspirante top player, ballando sotto la pioggia.

Dategli una ridimensionata, perché questo qui fa rimpiangere persino Germano Bovolenta.

E una ridimensionata bisognerebbe darla anche all’immancabile Gaia Piccardi, la principessa del giornalismo frou frou che sempre sul Corrierone dà lezioni su come NON si scrive un articolo. E si tratta di frammenti didatticamente preziosi. Nell’edizione del 24 agosto, la stessa in cui Perrone parlava di attico delle aspettative, Piccardi relazionava sulla sfida tra Luna Rossa e i neozelandesi di Aotearoa:

In queste condizioni è disumano fare regata pari con i kiwi, a maggior ragione se in partenza Chris Draper (<Avrei voluto uscire dalla linea un po’ meglio, ma loro trovano sempre la velocità per superarci. Possiamo discutere delle mie partenze finché volete ma i neozelandesi sono più veloci… Noi paghiamo errori commessi mesi e mesi fa. Perdere così, però, è frustrante…>), timoniere inglese della barca italiana, appare rassegnato al suo destino, mentre Barker fa quello che vuole: aspetta sornione e poi solleva di colpo le prue rosse di Aoteroa, che decolla come se avesse scalato marcia, imprendibile verso la boa di traverso (10” di vantaggio).

 

Un periodo sterminato e illeggibile, con persino un virgolettato tra parentesi talmente lungo da far perdere il filo del discorso. Uno splendido saggio d’anti-scrittura dispensato con gaia sapienza alla plebe affinché non replichi il difetto. Il giorno dopo, altra perla in puro stile “Fantozzi cazza la randa”:

È, la terza, la boa sensibile di Barker e dei suoi uomini: là dove s’ingavonò rischiando il ribaltamento in gara 1, Aotearoa s’impenna come un cavallo selvaggio, ripreso per le drizze da undici all back nati con il timone in testa, e il vento tra i capelli.

 

Undici all black nati col timone in testa. E un’italiota che cesella le parole con la roncola.

Da qualche tempo si è sviluppata una particolare branca del giornalismo sportivo: quella del food-ball journalism. Vi si sono iscritti tutti quei cronisti che, volendo dimostrare d’essere sempre sulla notizia, spiattellano i nomi di ristoranti e trattorie in cui s’incontrano i protagonisti del pallone. In questa schiera milita Antonio Barillà del Corriere dello Sport-Stadio, che nell’edizione del 23 agosto ci ha offerto dettagli essenziali sulle trattative di mercato:

A prescindere dal futuro di Alessandro Matri, al centro di un’asta che vede iscritta anche la Roma, il centrocampista Marquinho si avvicina alla Juventus. Il direttore sportivo Fabio Paratici, mercoledì sera, ha confermato l’interesse al collega giallorosso Walter Sabatini, in un colloquio avvenuto nel ristorante milanese Quattro Mori, a un passo dal Castello Sforzesco, spiegando che il brasiliano stimato e dai costi contenuti, può supplire, nell’organico bianconero, al sacrificio di Emanuele Giaccherini.

 

E poiché ci aveva preso gusto, Barillà non ha potuto resistere alla tentazione di dare un’altra dritta di food-ball a proposito delle trattative tra Juventus e Cagliari:

 

Ieri c’è stato ancora un contatto tra le parti, sempre a Milano dove Paratici si è fermato fissando nuovi appuntamenti: ha ritagliato, in particolare, un pranzo di lavoro con Nicola Salerno, ds del Cagliari (…).

 

E il nome del ristorante? Notizia bucata, Barillà. Ti aspettano due settimane punitive presso la redazione curling.

Rimanendo nel settore food-ball, Antonino Milone di Tuttosport osa l’inosabile nell’edizione del 23 agosto. Parlando del possibile trasferimento dello juventino Alessandro Matri a uno dei due club milanesi, egli ha scritto:

Questa è la storia di una reciproca ossessione. I protagonisti dell’ultima pièce in salsa sabaudo-sforzesca non si nascondono dietro nomi fittizi, né tantomeno celano le loro concrete intenzioni (…).

Caro Milone, una domanda: ma che cazzo è ‘sta salsa sabaudo-sforzesca? E la metteresti mai sui tuoi spaghetti senza temere la botta di squarauss?

Sono sicuro che in questa stagione anche Il Messaggero mi regalerà numerose soddisfazioni. Nell’edizione del 26 agosto c’erano due articoli che da soli valevano il prezzo del giornale. Il primo era dedicato a Gaetano D’Agostino, centrocampista del Siena autore di due assist su calcio d’angolo nella partita del campionato di B contro il Crotone. Un tema che ha dato a Gabriele De Bari l’opportunità di esibire il suo principale talento: quello da svirgolatore. Leggete un po’:

In primavera, Gaetano D’Agostino, sembra al crepuscolo della carriera: colpa di una pubalgia che gli impedisce persino di calciare, il pezzo forte del repertorio tecnico. Però, a 30 anni, il talento siciliano, che nelle giovanili del Palermo, giocando da trequartista, segnò addirittura 100 reti in una sola stagione, non ha intenzione di smettere e, per rimettersi in discussione, sceglie di tornare a Siena dove annovera tanti estimatori.

 

Penso, che, Gabriele, De,Bari, sarà, ospite, frequente, di, Pallonate. Punto.

Poche pagine prima c’era un pezzo di Luca Pasquaretta sulla vittoria del Torino contro il Sassuolo. Questa l’immaginifica lettura della gara:

Primo tempo sostanzialmente lento, poco rock. I duellanti si annusano, pigri, e all’emozione del morso letale privilegiano l’agio della gestione oculata, in attesa che qualcosa o qualcuno offra un episodio con cui sfamarsi.

Capita l’antifona? Fra l’altro, l’incipit di Pasquaretta era da Oscar del Nonsense. Due sole parole inframmezzate da una virgola:

Toro, dunque. (…)

 

Minchia, Sabbry!

Il fine settimana d’apertura del campionato è stato caratterizzato anche dal debordare sui quotidiani di Paola Ferrari, che domenica sera in tv si è presentata con una mise e un trucco dark belli carichi. Pareva la zia tardona di Nina Hagen. Ansiosa di far sapere che questa sarà la sua ultima stagione alla conduzione della Domenica Sportiva, Ferrari ha rilasciato  interviste al Corriere della sera e alla Gazzetta dello sport. In particolare, per la rosea (edizione del 24 agosto) l’ha intervistata Elisabetta Esposito, che così ha riportato il passaggio dedicato a un recente e clamoroso scontro fra la conduttrice e uno dei principali social network:

D. Come procede la sua querela a Twitter?

<Va avanti. Ho avuto il coraggio di fare una cosa impopolare in cui però credevo. Adesso in tanti cercano tutela, la legislatura si sta adeguando ai tempi e il mio grido d’allarme è stato importante>.

Anche un mediocre studente d’istituto tecnico commerciale alle prime lezioni di Diritto sa che Ferrari intendeva dire legislazione, non legislatura. E resta da capire se lei abbia detto proprio così. Di sicuro c’è che così Elisabetta Esposito ha scritto. E a questo punto si tratta di capire se l’ignoranza sia fifty-fifty o se piuttosto una delle due abbia diritto all’esclusiva.

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