In Spagna provano a salvare fondi e TPO

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Per la seconda volta in poco più di un mese la Comisión Nacional de los Mercados y Competencia (CNMC), l’authority che in Spagna sovrintende all’equilibrio del mercato e della concorrenza sul piano nazionale, interviene sul ruolo dei fondi d’investimento e sulle formule di TPO/TPI nel calcio. Lo fa schierandosi contro le conseguenze della circolare Fifa numero 1464 del 22 dicembre 2014, che dal primo maggio ha messo al bando fondi d’investimento e formule di TPO/TPI riguardo al controllo di diritti economici dei calciatori. Ma soprattutto manda un nuovo messaggio alla federazione spagnola (RFEF), che lo scorso gennaio è stata fra le prime a recepire le indicazioni della circolare Fifa riformulando i regolamenti.

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Il primo intervento della CNMC era stato effettuato il 20 luglio scorso. In quell’occasione si trattò di un lungo e argomentato parere, che prendeva posizione contro il divieto Fifa, ma lo faceva a partire da un approccio più contestuale che generale. Vi si diceva infatti che la proibizione posta dalla 1464 ha un impatto negativo sul modello di regolazione economica e concorrenza raggiunto in Spagna dal mercato dei trasferimenti di calciatori. Un equilibrio nel quale si sono ritagliati un ruolo determinante gli attori finanziari che investono in diritti economici dei calciatori. Dunque, in termini pratici il messaggio era il seguente: poiché il mercato spagnolo dei trasferimenti di calciatori è riuscito a darsi un equilibrio che prevede la presenza di fondi d’investimento e TPO/TPI, eliminare questi soggetti significa scardinare l’equilibrio raggiunto. Un giudizio improntato più al realismo economico che alla strutturazione di un modello di mercato sano e compatibile. E il concetto è stato ribadito con un secondo parere, stavolta più sintetico, emesso il 7 agosto (potete consultare e scaricare il pdf qui). Ancora una volta la presa di posizione da parte dell’authority ha un profilo più politico che giuridico. Il parere emesso dalla CNMC asseconda infatti le ragioni della Liga e del Consejo Superior de Deportes (CSD), due soggetti che si oppongono alla messa al bando di fondi e TPO/TPI, e va contro federazione (RFEF). E per motivare questa contrapposizione alla Fifa utilizza quattro argomenti di varia debolezza, che una volta di più fanno  trasparire una posizione politica più che tecnica.

I quattro argomenti sono i seguenti:

  1. La proibizione lede principi costituzionalmente garantiti come la libertà d’impresa, e principi comunitari come la libera circolazione delle persone e dei capitali. Inoltre, esiste della giurisprudenza che giudica legale il ruolo delle TPO/TPI nel calcio.
  2. Quanto ai rischi, paventati dalla FIFA, che le formule di TPO/TPI minaccino l’integrità del gioco in conseguenza del fatto che possano controllare schiere di calciatori e allenatori, la loro proibizione non estingue il rischio che delle manipolazioni vi siano.
  3. La proibizione sarebbe un danno per tutti quei club che fin qui hanno utilizzato la formula delle TPO/TPI. Lo sarebbe dannosa soprattutto per i club medio-piccoli, che si troverebbero impossibilitati a assicurarsi giocatori di buon livello senza l’ausilio di finanziatori esterni.
  4. La proibizione danneggerebbe anche i calciatori, che fin qui hanno beneficiato delle formule di TPO/TPI per sfruttare delle opportunità di carriera e di maturazione personale.

Dato conto sommariamente dei motivi per i quali la CNMC è contraria alla 1464, si può passare alla contro-argomentazione. Che serve a dimostrare non tanto le buone ragioni della circolare 1464, quanto l’imbarazzante debolezza degli stessi argomenti usati dalla CNMC.

  1. Quelli della libertà d’impresa e della libertà di circolazione sono argomenti abusati, al punto da diventare quasi una cantilena. Sono stati il nucleo di un’intera stagione di sviluppo del diritto comunitario a partire dal Trattato di Maastricht. E in questo nucleo risiedono la forza e il limite dell’architettura comunitaria fin qui disegnata: caratterizzata da una maniacale attenzione alle strutture e alle libertà di mercato, ma assolutamente carente sul piano dei profili di cittadinanza. Nello specifico, appellarsi alle libertà d’impresa e di circolazione dei lavoratori parlando di TPO/TPI significa sottovalutare colpevolmente lo specifico di questo tipo di economia. Che si basa sulla cartolarizzazione di esseri umani. E allora forse bisognerebbe cogliere l’occasione di un argomento così mal posto per girarlo al legislatore comunitario e sfidarlo su un terreno di tipo nuovo chiedendogli: fino a dove è possibile estendere il concetto di libertà del mercato? E fin dove possiamo estendere la commodification, cioè la riduzione di qualunque cosa a bene commerciabile sul mercato? Anche gli essere umani possono esserlo, attraverso meccanismi di cartolarizzazione? Perché è di questo che stiamo parlando. Inoltre si dice che c’è una giurisprudenza favorevole alle TPO/TPI nel calcio. Che a occhio e croce è tutta giurisprudenza del TAS di Losanna, cioè di un foro sportivo. Che in alcuni casi ha deciso in favore delle TPO/TPI e altre volte in senso contrario. Sui giudizi favorevoli del TAS verso le TPO/TPI mantengo le mie perplessità, che riguardano non tanto il merito quanto i principi generali: come può un foro sportivo accettare la costituzione in giudizio di un soggetto che secondo il regolamento di una federazione sportiva internazionale è fuori dalle regole? Un amico giurista mi ha spiegato che quando le parti accettano un arbitrato, ciò vale già come riconoscimento di legittimità per ciascuna parte e per le sue istanze. Non mi resta che recuperare il classico: non capisco ma mi adeguo. A ogni modo, il TAS si è pronunciato anche in senso contrario alle TPO/TPI. Ne parlerò al punto 4.
  2. È il più imbarazzante, e nel rispondere provo persino un senso d’indulgenza nel dover controbattere a un argomento così maldestro. In sostanza, si dice che poiché eliminare le TPO/TPI non azzera il rischio d’inquinamento delle competizioni, allora tanto vale mantenerle. Sarebbe come dire che poiché i severi limiti di velocità non azzerano la mortalità sulle strade, allora è meglio eliminarli. Abbiate pietà di chi ha scritto una cosa del genere.
  3. Riguardo al pregiudizio per i club, che si vedrebbero mancare “una fonte alternativa di finanziamento”, è l’argomento utilizzato dai fondi e dalle TPO/TPI per legittimare il loro ruolo nel calcio. Altrettanto insistito è il riferimento al fatto che il finanziamenti di questi attori esterni al calcio sarebbe uno strumento messo a disposizione delle piccole per ridurre il gap dalle grandi Argomenti triti e confutabili. Vengono citati come esempi l’Atletico Madrid, il Porto e il Siviglia, come se si trattasse di club che prima dello sbarco di fondi e TPO/TPI non avessero mai vinto nulla in patria e all’estero. E non vengono citati i casi di club schiacciati dai debiti contratti coi fondi d’investimento, come l’Elche, lo Sporting Gijon e il Santos. Ma soprattutto si continua a alimentare un equivoco. Si dice che questi denari siano indispensabili ai club per consentire loro di agire sul mercato dei trasferimenti di calciatori, poiché il tradizionale circuito del credito (cioè le banche) non mette più loro a disposizione. E a questo punto bisogna porre l’interrogativo brutale: ma da che parte sta scritto che un club debba fare PER FORZA il calciomercato? Se non ha i mezzi per farlo, semplicemente, non lo farà. Aggiusterà i conti prima di spendere anche un solo euro, e se ciò significherà perdere competitività sul campo, pazienza: sarà sempre meglio che cacciarsi dentro la spirale di una nuova dipendenza finanziaria, persino più pericolosa che quella maturata col sistema tradizionale del credito.
  4. E infine, quanto alla presunta perdita di opportunità dei calciatori, bisogna dire un paio di cose chiare. Innanzitutto c’è il fatto che i calciatori posti sotto il controllo di un fondo o di una TPO/TPI si vedono offrire opportunità e tutele che i colleghi non hanno. È dunque vero che c’è il rischio di effetti distorsivi per il calciatore in quanto lavoratore: ma questi effetti sono dati DALLA PRESENZA di fondi e TPO/TPI, non dalla loro proibizione. Inoltre, quanto alla libertà dei calciatori grazie ai fondi e alle TPO/TPI, è possibile citare casi che parlano dell’esatto contrario. Cioè di atleti che sono stati privati di ogni libertà professionale perché finiti sotto il controllo di un fondo d’investimento. Di uno di questi casi si è occupato il citato TAS: riguarda il colombiano Brayan Angulo, che dalla sentenza del foro di Losanna è stato liberato dal vincolo con un fondo d’investimento svizzero ma di proprietà di un impresario maiorchino. E in una situazione analoga si trova Marcelo Estigarribia, come egli stesso ha dichiarato quasi un anno fa nel corso di un’intervista rilasciata a Sportweek. Bisognerebbe fare presenti questi esempi ai signori della CNMC per sapere cosa ne pensino e se resti ancora loro da dire qualcosa a proposito di libertà dei calciatori.
Brayan Angulo

Brayan Angulo

Una formazione dell'Elche

Una formazione dell’Elche

Dunque, quello della CNMC si è rivelato un intervento tanto zelante quanto debole. Ma cionondimeno esso segnala un dato politico: pezzi importanti dell’establishment politico-sportivo spagnolo sono in piena mobilitazione nella difesa di fondi e TPO/TPI, a costo di schierarsi contro la federcalcio nazionale. Il lavoro di lobby sarà senza esclusione di colpi, e nonostante il recente smacco subito da Doyen presso il Tribunale di Prima Istanza di Bruxelles la partita è tutt’altro che chiusa.

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Marotta, ci spieghi – 2 Il giro del mondo intorno a Estigarribia

Marcelo Estigarribia con la maglia della nazionale paraguayana

Marcelo Estigarribia con la maglia della nazionale paraguayana

Beppe Marotta

Beppe Marotta

(La prima puntata è stata pubblicata qui)

C’è una storia che riguarda il mercato juventino degli anni recenti, quello guidato da Beppe Marotta. Il suo protagonista è Marcelo Estigarribia, classe 1987, eclettico giocatore di fascia paraguayano che cambia squadra a ogni stagione e ha avuto la Juventus come prima destinazione italiana. Un talento né migliore né peggiore rispetto a tanti altri giunti in Italia, nel tempo in cui pare che una scuola di calciatori italiani non esista più. La storia di Estigarribia merita d’essere raccontata per diversi motivi, e molti di essi hanno relativamente a che fare con le condotte di mercato dell’amministratore delegato nonché direttore generale bianconero. Ma il quadro che emerge dal racconto della vicenda è l’ennesimo spaccato di quel sistema da me etichettato in Gol di rapina come economia parallela del calcio globale. Un sistema in cui i calciatori vengono movimentati per ragioni non facilmente comprensibili, certo difficili da ricondurre a motivazioni tecnico-agonistiche. Dentro questo sistema la Juventus di Marotta si muove in modo disinvolto, e la vicenda di Estigarribia ne è una dimostrazione.

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Ma torniamo a lui, il protagonista della vicenda. Attualmente in forza all’Atalanta, ma fermo per un grave infortunio subìto lo scorso 10 ottobre in occasione della gara amichevole giocata e persa 2-0 dalla sua nazionale contro la Corea del Sud a Cheonan. Lesione del legamento crociato anteriore del ginocchio destro, sei mesi di stop. Un infortunio shock. I cui effetti vengono appena attenuati dagli attestati di stima provenienti dal mondo del calcio, fra i quali spicca il sorprendente messaggio inviato dal Real Madrid. Soprattutto, si tratta di un evento traumatico che s’abbatte sul calciatore giusto nel momento in cui pareva egli fosse sul punto di dare una svolta alla propria carriera. Marcelo, affettuosamente chiamato Chelo da amici e compagni di squadra, aveva giocato le sei le partite di campionato fin lì disputate dall’Atalanta. Tutte da titolare, e arricchite da un gol segnato alla seconda giornata sul campo del Cagliari che è stato anche il primo in campionato della squadra nerazzurra. L’infortunio al ginocchio giunge dunque a mandare in aria tutte le speranze che il buon momento di carriera stava alimentando nel calciatore paraguayano. Speranze che erano state espresse nel corso di un’intervista rilasciata a Fabrizio Salvio di Sportiweek, il magazine settimanale della Gazzetta dello Sport. Un’intervista che per contenuti dovrebbe provocare clamore, e che invece scivola via quasi inosservata.

Succede infatti che durante la chiacchierata con Salvio il calciatore dell’Atalanta faccia una specie di coming out e sveli il motivo per cui durante i primi tre anni dall’arrivo in Italia abbia cambiato quattro squadre (oltre a Juventus e Atalanta, anche Sampdoria e Chievo). Il giornalista chiede a Estigarribia se sappia darsi una spiegazione su quella girandola di club, e se questa sia dovuta a un suo insoddisfacente rendimento o a altri motivi. E a quel punto Marcelo libera lo sfogo:

“La verità è che il mio cartellino era di proprietà di un fondo di investimento, la Gsm, General Soccer Management, che già mi aveva spedito in Francia e che per il mio riscatto da parte dei bianconeri pretendeva 5 milioni. La Juventus mi avrebbe tenuto ma non aveva intenzione di spendere quei soldi. Così alla Samp: ho giocato 34 partite su 38, eppure non sono rimasto, per lo stesso motivo. E anche a Genova: Marcelo, noi ti terremmo, ma…”

Seguono altri due scambi di domanda e risposta che vale la pena riportare:

Oggi rifarebbe la scelta di affidare il suo destino a privati che fanno soprattutto i loro interessi?

“No. Ero giovane e senza esperienza, non avevo famiglia e pensavo: se oggi gioco qua e domani là, cosa importa? Adesso preferisco mille volte che il mio cartellino sia proprietà di un club.”

E invece?

“È ancora di proprietà della Gsm. Ma spero di convincere l’Atalanta ad acquistarmi”.

Duole dire che dopo l’infortunio avvenuto di lì a due settimane questo sforzo di convincere la società bergamasca si sia complicato parecchio. Ma non è questa la cosa che m’interessa rimarcare. Altri sono i punti della vicenda che fanno riflettere. In primis c’è che nell’ambiente del calcio italiano le pesanti dichiarazioni rilasciate da Estigarribia a Salvio passano quasi sotto silenzio. Se provate a digitare su Google i parametri “Estigarribia +  intervista + Sportweek” trovate soltanto 4 pagine web. Eppure nei mesi successivi la storia viene ripresa da alcuni organi di stampa esteri. Ai primi di dicembre essa è ospitata dalle pagine dell’Irish Examiner. E all’inizio di questo 2015 è addirittura El Paìs, il più importante quotidiano spagnolo, a raccontarla. Ma in Italia nulla più, quelle parole di Estigarribia sono già dimenticata.

Ma c’è soprattutto un altro aspetto della vicenda: sotto la guida di Marotta la Juventus ha realizzato un affare con una third party. Ciò che in Inghilterra, Francia e Polonia è esplicitamente vietato, e che da maggio 2015 la Fifa metterà al bando dopo aver tentato invano di farlo riformando nel 2007 l’articolo 18 del Regolamento sullo status e i trasferimenti dei calciatori. Sull’inefficacia di questo veto mi sono già espresso nel momento stesso in cui venne preannunciato tre mesi fa, e anche analisi effettuate in punto di diritto come quella di Guido Del Re per il Sole 24 Ore rafforzano la mia impressione che si tratti di mossa propagandistica e nulla più. In altri paesi, come Portogallo e Spagna, le terze parti sono tollerate o addirittura benedette. In Italia, semplicemente, impera l’atteggiamento di girarsi dall’altra parte ogni volta che seguendo gli affari del calciomercato ci s’imbatte in un soggetto del genere. Lasciar correre, e non solo da parte della stampa. E invece sui dettagli di questa vicenda bisogna fermarsi.

Dunque, Marcelo Estigarribia compie un errore di gioventù dal quale non viene più fuori. Dichiara di appartenere a un fondo d’investimento del quale fa anche il nome. Sarebbe curioso sapere che tipo di accordo abbia firmato, e quali siano i contenuti di un pezzo di carta che di fatto vincola una persona a un ente finanziario come se il secondo fosse proprietario della prima. E forse un giorno il calciatore deciderà di raccontare anche questa parte della verità. Ma intanto bisogna soffermarsi sugli altri dati della vicenda. Il calciatore paraguayano afferma di essere vincolato a un fondo d’investimento denominato General Soccer Management, ma dimentica di aggiungere che da agosto 2011 la sua carriera ruota intorno a un club della serie B uruguayana chiamato Deportivo Maldonado. Dopo la prima esperienza europea a Le Mans il giocatore rimbalza regolarmente da lì prima di ogni nuova destinazione. Come mai? E soprattutto, che tipo di club è il Deportivo Maldonado? Alla seconda domanda rispondo dicendo che è un club noto soprattutto per ragioni extrasportive. Di esso si è occupata più di una volta anche Bloomberg. Che a aprile 2014 sottolinea il paradosso di un club che registra una presenza media di 200 tifosi sugli spalti e che però dal 2010 ha guadagnato 14 milioni di dollari (10,1 milioni di euro) dai trasferimenti di calciatori. Acquistato nel 2010 da un imprenditore ippico inglese Malcolm Caine e da un avvocato suo connazionale, Graham Shear il Deportivo Maldonado, fin allora di proprietà dei soci, diventa un club specializzato in brokeraggio di calciatori. I giocatori transitano da lì senza mai passarci e in attesa di essere rispediti altrove. È il caso di Alex Sandro, esterno sinistro brasiliano che il Maldonado acquista a febbraio 2010 dall’Atletico Paranaense per 2,20 milioni di euro per poi cederlo al Porto per 9,6 milioni nell’estate 2011 dopo averlo concesso per un anno in prestito al Santos. E almeno in questo caso si sta parlando di un calciatore che giunto in Europa dimostra d’essere valido. Non altrettanto può dirsi di Willian José, attaccante brasiliano classe ’91 acquistato dal club uruguayano nell’estate 2011 e parcheggiato al Real Madrid a partire da gennaio 2014. Il club blanco lo fa giocare quasi esclusivamente, e nemmeno per tante partite, nella sua squadra B, il Castilla. Dall’inizio della stagione attuale Willian José gioca nel Real Saragozza, serie B spagnola.

Alex Sandro

Alex Sandro

Willian José

Willian José

Alla lista vanno aggiunti i tre trasferimenti riguardanti calciatori paraguayani. Il primo è quello dell’attaccante paraguayano Brian Montenegro, ceduto nell’estate 2011 al West Ham dove non gioca nemmeno una partita di campionato. Già a gennaio viene rispedito al mittente. Dopo aver girato per club minori sudamericani si trova adesso al Leeds United di Massimo Cellino, dove in questa stagione ha messo assieme soltanto tre partite.

Brian Montenegro

Brian Montenegro

Il secondo trasferimento riguarda il difensore Ivan Piris, acquisito dalla Roma nell’estate 2012 per 700 mila euro e poi rimandato via a fine stagione. Adesso è all’Udinese dopo aver speso una stagione insignificante allo Sporting Lisbona.

Ivan Piris

Ivan Piris

E infine, appunto, Marcelo Estigarribia. Arrivato in prestito alla Juventus nell’estate 2011 per 500 mila euro, con diritto di riscatto fissato a 5 milioni pagabili in tre rate. Praticamente è un affitto, come era stato per il contestatissimo caso del trasferimento di Carlos Tevez e Javier Mascherano al West Ham nell’estate del 2006. Marotta conduce esattamente quel tipo di transazione, nelle stesse settimane in cui realizza un affare memorabile: l’acquisto di Prince-Désire Gouano, pagato 1,5 milioni ai francesi del Le Havre. Mai visto in campo nella nostra serie A. Nemmeno con la maglia dell’Atalanta, club a cui la Juventus lo passa per poche ore e per il quale Marotta lavorò all’inizio degli anni Duemila mettendo fra l’altro a segno il colpo più costoso nella storia del club bergamasco: l’acquisto dal Milan di Gianni Comandini per 30 miliardi di lire. Cifra record, flop record, perché in due anni e mezzo Comandini gioca soltanto 47 partite e mette a segno 7 gol.

Gianni Comandini

Gianni Comandini

Resta il fatto che l’Atalanta smista Gouano agli olandesi dello Rkc Walwijk. Adesso Gouano è in Portogallo al Rio Ave, club controllato da Jorge Mendes. La sua unica partita da professionista in Italia è stata disputata con la maglia del Lanciano in B.

Ma torniamo a Estigarribia, che arriva alla Juventus da un club specializzato in triangolazioni. Nella stagione 2011-12 non gioca molto, ma quando gioca dimostra di essersi meritato l’opportunità. In 14 partite di campionato segna anche un gol, fra l’altro molto importante per la corsa della Juventus alla conquista del primo scudetto dell’Era Conte e in una gara bellissima: Napoli-Juventus del 29 novembre 2011, finita 3-3 dopo che il Napoli era sul 3-1 a meno di 20 minuti dalla fine.

È proprio Estigarribia a segnare il gol del 3-2 che riapre la partita. Non gli basta. A fine anno il paraguayano viene rispedito al Deportivo Maldonado. E da lì continua a tornare in Italia con la formula del prestito. Prima alla Sampdoria, il club per cui Marotta lavorava prima di passare alla Juventus: ma è solo una coincidenza, ci mancherebbe altro. Poi la tappa al Chievo, e da gennaio 2014 all’Atalanta. Ennesima coincidenza, questa nuova presenza del club bergamasco. Che fra l’altro nel giorno in cui tessera Estigarribia annuncia un’altra acquisizione: quella dell’uruguayano Ruben Bentancourt, l’attaccante che somiglia a Edinson Cavani. Nel senso che gli somiglia davvero in termini somatici, perché quanto al resto meglio sorvolare. Betancourt arriva dal PSV Eindhoven, cioè il club che ha appena scippato il giovane Gianluca Scamacca</a.
Diventa presto a Bergamo un
oggetto misterioso. Per lui in maglia nerazzurra soltanto 3 spezzoni di partita per complessivi 48 minuti. Adesso è in prestito in B al Bologna, dove ha messo insieme 74 minuti in 5 spezzoni di partita. Perché sia arrivato nessuno lo sa. Così come nessuno sa perché mai Marotta abbia voluto portare Estigarribia alla Juventus in affitto per 500 mila euro. Meno ancora si sa dei due “gioielli del Granada”. Si tratta di interrogativi che circolano pure sulle pagine di Tuttosport, che certo non può essere indicato come un organo d’informazione anti-juventino e giusto nell’edizione di ieri ha radiografato le cinque campagne trasferimenti di Marotta. Senza alcuna indulgenza. Se ne riparlerà.

(2. continua)

Hernandez, il colpo dei soliti noti (Repubblica Palermo, 27 agosto 2014)

Abel Hernandez

Abel Hernandez

 

 

La cessione di Abel Hernandez è un affare. Certamente. Ma bisogna capire per chi. Di sicuro, 12 milioni sono cifra di rilievo. Ma le perplessità rimangono, e non soltanto riguardo alla perdita di qualità che deriverebbe per il già povero organico rosanero. È soprattutto la figura di colui che sta orchestrando la trattativa a generare interrogativi. Un personaggio sfuggente in ogni senso. Il suo nome viene storpiato in Pablo Betancourt, quando in realtà è Pablo Martin Bentancur Rubianes.

 

Pablo Bentancur

Pablo Bentancur

La sua nazionalità viene spacciata per uruguayana (o addirittura argentina), e invece è peruviana. Soprattutto, egli viene etichettato come agente e invece non gli è mai interessato esserlo. Più giusto definirlo commerciante di calciatori. Uno dei tanti speculatori di cui è piena l’economia parallela del calcio globale, e con in più delle vicende oscure nel curriculum. La sua agenzia Vansomatic (sede legale in Svizzera) è di questi tempi parecchio chiacchierata. Era già stata oggetto di una denuncia presentata a giugno 2013 dai deputati argentini Manuel Garrido e Graciela Ocaňa alla giudice uruguayana Adriana De Los Santos, titolare di inchieste sul riciclaggio di denaro nell’area fra Uruguay e Argentina. La vicenda è stata ripresa in queste settimane da alcune fonti giornalistiche: un articolo di Piero Messina e Maurizio Zoppi pubblicato sul sito web dell’Espresso, e soprattutto un post redatto per il sito web personale dal giornalista investigativo Juan Gasparini. Quest’ultimo è autore del libro Las bóvedas suizas del kirchenirismo, in cui viene ricostruito il percorso segreto del Dinero K, cioè i fondi costituiti all’estero dalla famiglia presidenziale argentina dei Kirchner e riciclati da fedelissimi del regime al potere.

 

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Nel mirino delle inchieste giornalistiche e giudiziarie sono le 148 società costituite dalla Helvetic Service Group grazie all’operato di Nestor Marcelo Ramos, avvocato con passaporto italiano, con la presunta collaborazione dell’esperto uruguayano di diritto societario Juan Pedro Damiani (che però smentisce) e per conto di Lázaro Báez, faccendiere di fiducia del clan K. Della galassia Helvetic, sulla quale è in corso un’indagine della magistratura svizzera, fa parte Vansomatic. Attraverso la quale, secondo Gasparini, Bentancur ha comprato la scorsa settimana il 40% del Lugano calcio. Da chi? Da Enrico Preziosi, presidente del Genoa con alle spalle due condanne penali: 4 mesi (condonati) per la frode sportiva di Genoa-Venezia, e 1 anno e 6 mesi in primo grado per il mancato versamento di 8 milioni di Irpef.

 

Enrico Preziosi

Enrico Preziosi

 

Anche Bentancur ha avuto qualche magagna giudiziaria: una legata a un’inchiesta sulla prostituzione d’alto bordo in Argentina che lo ha visto tirato in ballo come testimone, e un’altra in Italia relativa a una sospetta evasione fiscale consumata dal Cagliari di Massimo Cellino a margine della cessione di David Suazo all’Inter nel 2007, poi archiviata. Interpellato dal settimanale ticinese Il Caffè, Bentancur ha smentito di avere acquistato il Lugano tramite Vansomatic e ogni altra speculazione. Le cronache lo definivano impegnato a intermediare il passaggio di Angel Di Maria dal Real Madrid al Manchester United. Una bella mangiatoia da 70 milioni di euro.

Rimangono i termini dell’affare che portano Hernandez allo Hull City, a proposito del quale gli informatissimi quotidiani sportivi portoghesi rammentano un dettaglio: al Penarol, ex club di Hernandez, spetta il 45% dei diritti economici, da scalarsi dal prezzo di vendita. Su 12 milioni sarebbero 5,4, da sommarsi ai 3,8 sborsati dal Palermo quando il calciatore arrivò in Sicilia. Fanno 9,2 milioni, incassati standosene con le mani sulla panza, mentre il Palermo dovrà sottrarre quei 3,8 per calcolare una plusvalenza che a quel punto sarà di 2,8 milioni. Bello fare affari col Palermo, di questi tempi. Con l’aggiunta di un dettaglio ulteriore: il presidente del Penarol è il signor Juan Pedro Damiani, quello che spergiura di non aver mai avuto rapporti con Helvetic e Vansomatic.

 

Juan Pedro Damiani

Juan Pedro Damiani

Purtroppo capita così, quando si frequenta certi giri di mercato e gli squali dell’economia calcistica parallela globale. Sotto questo profilo, il Palermo della declinante era zampariniana persevera. È in arrivo il brasiliano Emerson Palmieri.

Emerson Palmieri

Emerson Palmieri

 

Che ha alle spalle un curriculum di ben 16 (sedici!) partite con la maglia del Santos e un’agenzia che si chiama Elenko Sport. La compongono una serie di transfughi del Fondo Sonda, un’istituzione finanziaria di proprietà di due fratelli brasiliani che hanno fatto la fortuna nel mondo della grande distribuzione, e credevano di diventare ancora più ricchi grazie alla speculazione sui calciatori. Purtroppo per loro, la cessione di Neymar al Barcellona è stata un bagno di sangue. Ma i loro ex collaboratori sono di nuovo in pista a caccia di speculazioni pallonare. E il Palermo, gentilmente, si presta. Con diritto di riscatto.

 

Maurizio Zamparini

Maurizio Zamparini

Il Barcellona, un modello. D’autocrazia – Parte prima

Cari amici, pubblico oggi la prima parte di un articolo sul Modello Barcellona. A domani per la seconda. Buona lettura.

Un falso mito. Più da vicino si guarda il Barcellona, più si scopre quanta distanza sia necessaria per credere all’immagine stereotipa, politicamente corretta, del club etichettato come esempio di partecipazione democratica. Tutta propaganda, mescolata alla pigrizia mentale di chi prende per buono il racconto mainstream e rimasticandolo lo rafforza. Come se bastasse un numero di soci prossimo ai 200.000, o che quei quasi 200.000 eleggano a scadenze più o meno regolari il presidente del club, per assicurare alla comunità tifosa un controllo sulla governance e, in ultima analisi, un reale esercizio della propria responsabilità. É qui lo scarto fra propaganda e realtà: la platea democratica barcellonista è come il popolo delle primarie: un parco buoi da mobilitare nell’esaltante rito della selezione di leadership autocratiche e oligarchie autoreferenziali, e da lì in poi incapace di condizionare e arginare l’agire degli eletti.

Chi continua a spacciare il Barça come modello virtuoso di gestione societaria è disinformato o in malafede. La platea democratica di quasi 200.000 soci non ha impedito che il club blaugrana sia uno fra i più indebitati al mondo (con 334 milioni di de netto registrato nel 2013, cifra persino virtuosa rispetto ai 578 milioni del 20101), e che sia stato risucchiato nell’orbita di un fondo sovrano del Qatar. Alla faccia di chi continua a parlare di “simbolo della catalanità”. Soprattutto, l’esistenza di un (presunto) controllo democratico da parte della base dei soci non ha impedito che alla presidenza del club venissero eletti squali della finanza, e che come tali prendessero a agire usando il Barcellona per condurre affari opachi. L’ultima conferma di questo andazzo si è avuta con le notizie diffuse nei giorni scorsi, relativamente alla denuncia spiccata dal socio Jordi Cases nei confronti del presidente Sandro Rosell, eletto nel 2010. Motivo: il misterioso costo dell’acquisto di Neymar, realizzato la scorsa estate, e rispetto al quale balla uno scarto di 40 miliardi. Pinzillacchere, quisquilie.

 

Sandro Rosell

Sandro Rosell

Che quell’affare fosse pieno di misteri s’era capito immediatamente, e c’erano numerose condizioni di partenza a renderlo sospetto.

Innanzitutto il fatto che il calciatore provenisse dal Santos, club definitivamente colonizzato dai fondi d’investimento e incapace di fare qualsivoglia operazione di mercato senza il placet degli attori di quest’economia calcistica parallela.

In secondo luogo, il fatto che lo stesso calciatore fosse al centro d’una fitta rete di compartecipazione sui suoi diritti economici. Partendo dal cartellino di Neymar si potrebbe scrivere una ricca monografia in tema di finanza creativa. Il 40% dei diritti economici sul calciatore appartenevano (appartengono?) al fondo DIS, controllato dai fratelli Sonda, imprenditori della grande distribuzione nello stato di San Paolo2; un altro 5% era (è?) sotto il controllo di Terceira Estrela Investments S.A., meglio conosciuto come Teisa3, un fondo d’investimento costituito da tifosi vip del Santos che in un primo tempo aveva il solo intento di venire in aiuto al club in ristrettezze finanziarie, ma che immediatamente ha abbracciato logiche speculative con tanti saluti alla fede calcistica. Il restante 55% risultava appartenere al Santos.

 

Neymar

Neymar

Il terzo mistero riguarda il distinguo fra diritti economici e diritti federali. Che è materia complessa, la cui illustrazione richiederebbe tempo e spazio. Per una sua spiegazione vi rimando al mio libro Il lato oscuro del calcio globale, in uscita la prossima primavera. Per quello che riguarda il discorso condotto qui, risulta un bizzarro gioco contabile secondo cui vengono effettuati pagamenti separati per i diritti federali e per quelli economici.

Secondo quanto riportato dal quotidiano spagnolo El Mundo4, il primo a dare notizia della controversia, Cases sottolinea le anomalie nella suddivisione della cifra di 57,1 milioni di euro ufficialmente dichiarata per l’acquisto del calciatore. Di quella cifra, 17,1 milioni sono stati destinati al pagamento dei diritti federali, e secondo le percentuali stabilite fra Santos, DIS e Teisa. E i restanti 40 milioni? Risulta siano stati versati, a titolo di commissione, alla società N&N (Neymar e Neymar), costituita dal calciatore e da suo padre. Un’anomalia spaventosa, che per di più lascia il dubbio che siano andati interamente alla società dei Neymar.

Ovviamente è tutto quanto da provare, e Rosell è innocente fino a prova contraria. E tuttavia non si può fare a meno di sottolineare come non sia la prima volta che il presidente del Barça si trova al centro di casi imbarazzanti. Il suo curriculum era pieno di punti oscuri prima che venisse eletto alla presidenza del club, e altri ne sono giunti dopo la sua presa di potere. Durante gli anni Novanta è stato dirigente spagnolo della ISL (International Sports and Leisure), la società di commercializzazione dei diritti sulle manifestazioni sportive che fece bancarotta nel 2001, facendo passare pessime settimane al colonnello Blatter5. Successivamente è stato responsabile della Nike per l’America Latina, e in quel ruolo ha orchestrato l’operazione di sponsorizzazione della nazionale brasiliana che determinò la formazione di una commissione parlamentare d’inchiesta6.

(1. continua)