Marino Buzzi e il viaggio nell’anima nera dell’adolescenza

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Certi libri ti ribaltano. Non li aspettavi, e non avevi idea di approfondire il tema che trattano. Probabilmente non li avresti nemmeno presi, se a scriverli non fossero persone che conosci e te li mandano perché tengono al tuo giudizio. E a quel punto si presenta un problema di tipo diverso. Perché quegli amici il tuo giudizio se l’aspettano, ma tu sai quanto i tuoi gusti in materia editoriale siano difficili (quasi impossibili), sicché ti trovi davanti al dilemma su cosa fare qualora quei testi non dovessero incontrare il tuo favore: essere sincero e al limite spietato, o temporeggiare dicendo che non hai ancora avuto tempo di leggere? Sarà per questo che, nella quasi totalità dei casi, i libri degli amici non li leggi per davvero. E prima o poi ti toccherà farlo con tutti, ma di volta in volta la scelta di soprassedere è la più comoda.
Poi però succede che ti arrivi a casa il libro di Marino Buzzi. E che tu decida di leggerlo pur con tutte le ritrosie del caso. S’intitola L’ultima volta che ho avuto sedici anni, edito da Baldini & Castoldi (pagine 175, euro 16). A quel punto scopri una storia bella e terribile, che ti scuote e quasi ti percuote. Che soprattutto ti costringe a proiettare uno sguardo sull’anima nera dell’età adolescenziale, sul vuoto di valori e norme che in certi contesti può svilupparsi come un virus invincibile, pronto a trovare il brodo di coltura in una società dove la famiglia – la sana famiglia “naturale e tradizionale” – è un’istituzione tecnicamente fallita. Quasi quanto la scuola, altra istituzione sociale in crisi irrimediabile che fa da terreno di sviluppo dell’intera vicenda.

È in questo quadro, con la tossica provincia italiana a fare da sfondo, che Marino Buzzi costruisce la storia. Tratteggiando un quadro tanto impietoso quanto realistico, fatto di violenze quotidiane a bassa intensità, ma profonde abbastanza da segnare vite intere. Una storia di bullismo dei giorni nostri, ma che potrebbe appartenere anche a epoche immediatamente precedenti e perciò raccontare l’educazione all’intolleranza per come è sempre stata, il lento scivolare nella prepotenza in cui la linea di confine non è tra forti e deboli, ma tra deboli che diventano pericolosi in branco e isolati indifesi.
A fare da voce narrante è Giovanni, per i compagni di scuola Palla di lardo. Giovanni è un ragazzino obeso. Vittima di costanti vessazioni, una delle quali oltrepassa il limite. Per questo il ragazzino decide di scomparire, e da un cantuccio racconta quello che succede nella comunità locale dopo il suo allontanamento. Una comunità diventata frenetica come un formicaio che abbia appena subito uno scossone, ma che al di là del motivo di turbamento mantiene le ipocrisie e le meschinità di sempre. Dentro il liceo di quella comunità Giovanni è l’ultimo fra gli ultimi. In classe con lui c’è un ragazzo che mostra immediatamente tendenze omosessuali (ribattezzato Bambi dai compagni), e che dunque potrebbe contendergli il ruolo del più vessato dalla banda di bulli della scuola. Ma lo scomodo primato tocca a lui, il ragazzino obeso che si vede fare una colpa della propria corporeità non soltanto da chi lo tormenta, ma anche dal padre che in modo più o meno esplicito lo rimprovera di non fare abbastanza per perdere peso:

A cinque anni ero un bambino obeso, presero appuntamento con un dietologo che mio impose una dieta equilibrata ma piuttosto rigida, credo che le cose fra loro [fra il padre e la madre, ndr] cominciarono ad andar male proprio allora. Mio padre era insoddisfatto del mio modo di essere, anche se non me lo diceva apertamente, mi considerava un debole. La sera, quando credeva che non lo sentissi, raccontava a mia madre dei figli dei colleghi. Così perfetti, così bravi, così obbedienti. Mia madre incassava quelle parole come pugni perché sapeva che, in fondo, mio padre riversava su di lei le colpe della mia obesità. Lui lavorava tutto il giorno e portava a casa i soldi per mantenerci, lei, invece, non aveva un lavoro, lo aveva perso dopo il parto, quando la fabbrica in cui lavorava aveva dichiarato fallimento (p. 24).

Piccole meschinità familiari dalle quali non si salva nessuno, nemmeno le famiglie alto-borghesi in cui imperano ipocrisie d’altro ordine, e dove i figli sono oggetto di un’incuria non meno sistematica che quella delle case piccolo-borghesi. E intorno a questi nuclei s’organizza una società in cui a contare sono “il buon nome” e l’immagine agli occhi della comunità. Dove l’unico odio di classe rimasto, una volta estinto il conflitto sociale di matrice industriale, è quello dei ricchi nei confronti dei meno abbienti, sottoposti a uno stato d’assedio nel quale non c’è prepotenza che non possa essere riscattata dietro versamento di un indennizzo in denaro.
Non vado oltre nel riportare elementi di un libro che va letto, e che svela il talento di Marino Buzzi per la scrittura narrativa dopo che l’autore aveva già mostrato quello da saggista e da blogger.

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Marino Buzzi

 

Tocca a voi procurarvi il libro e approfondire. E soprattutto toccherebbe ai dirigenti scolastici farlo adottare, per promuovere una consapevolezza sul fenomeno del bullismo e sulla necessità di denunciarlo immediatamente anziché subirlo in silenzio. E invece nelle nostre scuole si continua a proporre gli orrendi libri di Alessandro D’Avenia, da parte di insegnati che soltanto per questo meriterebbero d’essere deportati da Agrigento a Bressanone, o da Aosta a Lampedusa, e costretti a vivere accasermati nei locali degli istituti per l’intero anno scolastico. E non sarebbe nemmeno espiazione sufficiente.
@pippoevai

 

 

Parole – Giungla (Repubblica Firenze, 29 settembre 2013)

Cari amici, ecco la nuova puntata della rubrica domenicale. Buona lettura.

Qual è la parola della settimana. Senza dubbio alcuno è giungla. Termine ch’è sinonimo di luogo insicuro e collocato al di fuori d’ogni regola di legalità e civismo, e che rimanda a un’idea deteriore di esotico. Perché si tratta di quell’esotico che anziché affascinare intimorisce, col suo sottrarsi alla capacità di domesticazione e con quel frustrare il presunto fardello della civilizzazione che alcuni fra noi pensano ancora di portarsi dietro nel bauletto dello scooter. Deve essere stato un habitus analogo a armare il parlar forbito di quella docente d’istituto superiore di cui s’è saputo in settimana, mentre si rivolgeva a un alunno d’origini africane per suggerirgli di tornarsene proprio colà. Nella giungla, appunto. Che con ogni evidenza, nella rudimentale visione del mondo della docente, s’estende da una punta all’altra del continente africano come si trattasse d’uno sterminato territorio della selvatichezza. E qui non si tratta tanto di segnalare quanto di razzista vi sia nel parlare della signora, ché a metterla su questo piano le si farebbe l’onore di prenderla sul serio. Si tratta piuttosto di riflettere su quanto acerbe possano essere le categorie mentali d’una persona che arma il linguaggio in un modo così grossolano, come se si trattasse d’esplosivo fai-da-te confezionato leggiucchiando le istruzioni sui siti web. E di condurre tale riflessione partendo giusto dalla parola che così a sproposito la signora ha usato.

C’è che parlare di giungla rimanda a un concetto d’uso culturalmente antiquato. Si tratta infatti d’un luogo che certo esiste, ma non coincide in nessun modo con l’immagine mentale che ne abbiamo coltivato per oltre un secolo. Quel luogo ce lo siamo fatto narrare da scrittori otto- e novecenteschi che in molti casi non avevano mai messo piede fuori dal borgo, o dai telefilm della Tv dei Ragazzi anni Settanta in cui la location era ricavata da tratti di paesaggio appena più boscosi della pineta marittima di Cecina. Poi per fortuna si è cresciuti, sia individualmente che nella capacità collettiva di conoscere il Mondo Complesso. E a quel punto la giungla, come categoria mentale, è rimasta soltanto nella testa di chi non ha saputo addomesticare il proprio pensiero selvaggio. Sta qui il nodo. Se educare significa anche insegnare la complessità del mondo, come può pretendere di farlo una persona chiusa nella propria giungla mentale come un soldato giapponese a guerra finita?

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