In Spagna provano a salvare fondi e TPO

calcio-opzioni-binarie

Per la seconda volta in poco più di un mese la Comisión Nacional de los Mercados y Competencia (CNMC), l’authority che in Spagna sovrintende all’equilibrio del mercato e della concorrenza sul piano nazionale, interviene sul ruolo dei fondi d’investimento e sulle formule di TPO/TPI nel calcio. Lo fa schierandosi contro le conseguenze della circolare Fifa numero 1464 del 22 dicembre 2014, che dal primo maggio ha messo al bando fondi d’investimento e formule di TPO/TPI riguardo al controllo di diritti economici dei calciatori. Ma soprattutto manda un nuovo messaggio alla federazione spagnola (RFEF), che lo scorso gennaio è stata fra le prime a recepire le indicazioni della circolare Fifa riformulando i regolamenti.

CNMC-1

Il primo intervento della CNMC era stato effettuato il 20 luglio scorso. In quell’occasione si trattò di un lungo e argomentato parere, che prendeva posizione contro il divieto Fifa, ma lo faceva a partire da un approccio più contestuale che generale. Vi si diceva infatti che la proibizione posta dalla 1464 ha un impatto negativo sul modello di regolazione economica e concorrenza raggiunto in Spagna dal mercato dei trasferimenti di calciatori. Un equilibrio nel quale si sono ritagliati un ruolo determinante gli attori finanziari che investono in diritti economici dei calciatori. Dunque, in termini pratici il messaggio era il seguente: poiché il mercato spagnolo dei trasferimenti di calciatori è riuscito a darsi un equilibrio che prevede la presenza di fondi d’investimento e TPO/TPI, eliminare questi soggetti significa scardinare l’equilibrio raggiunto. Un giudizio improntato più al realismo economico che alla strutturazione di un modello di mercato sano e compatibile. E il concetto è stato ribadito con un secondo parere, stavolta più sintetico, emesso il 7 agosto (potete consultare e scaricare il pdf qui). Ancora una volta la presa di posizione da parte dell’authority ha un profilo più politico che giuridico. Il parere emesso dalla CNMC asseconda infatti le ragioni della Liga e del Consejo Superior de Deportes (CSD), due soggetti che si oppongono alla messa al bando di fondi e TPO/TPI, e va contro federazione (RFEF). E per motivare questa contrapposizione alla Fifa utilizza quattro argomenti di varia debolezza, che una volta di più fanno  trasparire una posizione politica più che tecnica.

I quattro argomenti sono i seguenti:

  1. La proibizione lede principi costituzionalmente garantiti come la libertà d’impresa, e principi comunitari come la libera circolazione delle persone e dei capitali. Inoltre, esiste della giurisprudenza che giudica legale il ruolo delle TPO/TPI nel calcio.
  2. Quanto ai rischi, paventati dalla FIFA, che le formule di TPO/TPI minaccino l’integrità del gioco in conseguenza del fatto che possano controllare schiere di calciatori e allenatori, la loro proibizione non estingue il rischio che delle manipolazioni vi siano.
  3. La proibizione sarebbe un danno per tutti quei club che fin qui hanno utilizzato la formula delle TPO/TPI. Lo sarebbe dannosa soprattutto per i club medio-piccoli, che si troverebbero impossibilitati a assicurarsi giocatori di buon livello senza l’ausilio di finanziatori esterni.
  4. La proibizione danneggerebbe anche i calciatori, che fin qui hanno beneficiato delle formule di TPO/TPI per sfruttare delle opportunità di carriera e di maturazione personale.

Dato conto sommariamente dei motivi per i quali la CNMC è contraria alla 1464, si può passare alla contro-argomentazione. Che serve a dimostrare non tanto le buone ragioni della circolare 1464, quanto l’imbarazzante debolezza degli stessi argomenti usati dalla CNMC.

  1. Quelli della libertà d’impresa e della libertà di circolazione sono argomenti abusati, al punto da diventare quasi una cantilena. Sono stati il nucleo di un’intera stagione di sviluppo del diritto comunitario a partire dal Trattato di Maastricht. E in questo nucleo risiedono la forza e il limite dell’architettura comunitaria fin qui disegnata: caratterizzata da una maniacale attenzione alle strutture e alle libertà di mercato, ma assolutamente carente sul piano dei profili di cittadinanza. Nello specifico, appellarsi alle libertà d’impresa e di circolazione dei lavoratori parlando di TPO/TPI significa sottovalutare colpevolmente lo specifico di questo tipo di economia. Che si basa sulla cartolarizzazione di esseri umani. E allora forse bisognerebbe cogliere l’occasione di un argomento così mal posto per girarlo al legislatore comunitario e sfidarlo su un terreno di tipo nuovo chiedendogli: fino a dove è possibile estendere il concetto di libertà del mercato? E fin dove possiamo estendere la commodification, cioè la riduzione di qualunque cosa a bene commerciabile sul mercato? Anche gli essere umani possono esserlo, attraverso meccanismi di cartolarizzazione? Perché è di questo che stiamo parlando. Inoltre si dice che c’è una giurisprudenza favorevole alle TPO/TPI nel calcio. Che a occhio e croce è tutta giurisprudenza del TAS di Losanna, cioè di un foro sportivo. Che in alcuni casi ha deciso in favore delle TPO/TPI e altre volte in senso contrario. Sui giudizi favorevoli del TAS verso le TPO/TPI mantengo le mie perplessità, che riguardano non tanto il merito quanto i principi generali: come può un foro sportivo accettare la costituzione in giudizio di un soggetto che secondo il regolamento di una federazione sportiva internazionale è fuori dalle regole? Un amico giurista mi ha spiegato che quando le parti accettano un arbitrato, ciò vale già come riconoscimento di legittimità per ciascuna parte e per le sue istanze. Non mi resta che recuperare il classico: non capisco ma mi adeguo. A ogni modo, il TAS si è pronunciato anche in senso contrario alle TPO/TPI. Ne parlerò al punto 4.
  2. È il più imbarazzante, e nel rispondere provo persino un senso d’indulgenza nel dover controbattere a un argomento così maldestro. In sostanza, si dice che poiché eliminare le TPO/TPI non azzera il rischio d’inquinamento delle competizioni, allora tanto vale mantenerle. Sarebbe come dire che poiché i severi limiti di velocità non azzerano la mortalità sulle strade, allora è meglio eliminarli. Abbiate pietà di chi ha scritto una cosa del genere.
  3. Riguardo al pregiudizio per i club, che si vedrebbero mancare “una fonte alternativa di finanziamento”, è l’argomento utilizzato dai fondi e dalle TPO/TPI per legittimare il loro ruolo nel calcio. Altrettanto insistito è il riferimento al fatto che il finanziamenti di questi attori esterni al calcio sarebbe uno strumento messo a disposizione delle piccole per ridurre il gap dalle grandi Argomenti triti e confutabili. Vengono citati come esempi l’Atletico Madrid, il Porto e il Siviglia, come se si trattasse di club che prima dello sbarco di fondi e TPO/TPI non avessero mai vinto nulla in patria e all’estero. E non vengono citati i casi di club schiacciati dai debiti contratti coi fondi d’investimento, come l’Elche, lo Sporting Gijon e il Santos. Ma soprattutto si continua a alimentare un equivoco. Si dice che questi denari siano indispensabili ai club per consentire loro di agire sul mercato dei trasferimenti di calciatori, poiché il tradizionale circuito del credito (cioè le banche) non mette più loro a disposizione. E a questo punto bisogna porre l’interrogativo brutale: ma da che parte sta scritto che un club debba fare PER FORZA il calciomercato? Se non ha i mezzi per farlo, semplicemente, non lo farà. Aggiusterà i conti prima di spendere anche un solo euro, e se ciò significherà perdere competitività sul campo, pazienza: sarà sempre meglio che cacciarsi dentro la spirale di una nuova dipendenza finanziaria, persino più pericolosa che quella maturata col sistema tradizionale del credito.
  4. E infine, quanto alla presunta perdita di opportunità dei calciatori, bisogna dire un paio di cose chiare. Innanzitutto c’è il fatto che i calciatori posti sotto il controllo di un fondo o di una TPO/TPI si vedono offrire opportunità e tutele che i colleghi non hanno. È dunque vero che c’è il rischio di effetti distorsivi per il calciatore in quanto lavoratore: ma questi effetti sono dati DALLA PRESENZA di fondi e TPO/TPI, non dalla loro proibizione. Inoltre, quanto alla libertà dei calciatori grazie ai fondi e alle TPO/TPI, è possibile citare casi che parlano dell’esatto contrario. Cioè di atleti che sono stati privati di ogni libertà professionale perché finiti sotto il controllo di un fondo d’investimento. Di uno di questi casi si è occupato il citato TAS: riguarda il colombiano Brayan Angulo, che dalla sentenza del foro di Losanna è stato liberato dal vincolo con un fondo d’investimento svizzero ma di proprietà di un impresario maiorchino. E in una situazione analoga si trova Marcelo Estigarribia, come egli stesso ha dichiarato quasi un anno fa nel corso di un’intervista rilasciata a Sportweek. Bisognerebbe fare presenti questi esempi ai signori della CNMC per sapere cosa ne pensino e se resti ancora loro da dire qualcosa a proposito di libertà dei calciatori.
Brayan Angulo

Brayan Angulo

Una formazione dell'Elche

Una formazione dell’Elche

Dunque, quello della CNMC si è rivelato un intervento tanto zelante quanto debole. Ma cionondimeno esso segnala un dato politico: pezzi importanti dell’establishment politico-sportivo spagnolo sono in piena mobilitazione nella difesa di fondi e TPO/TPI, a costo di schierarsi contro la federcalcio nazionale. Il lavoro di lobby sarà senza esclusione di colpi, e nonostante il recente smacco subito da Doyen presso il Tribunale di Prima Istanza di Bruxelles la partita è tutt’altro che chiusa.

Annunci

Doyen Group, il fondo che commercia uranio e calciatori

Cari amici, in questi giorni e per i prossimi mesi sono impegnato nella stesura del libro sul lato oscuro del calcio globale. Per farvi capire di cosa si tratti, ripubblico un articolo della mia inchiesta in 8 puntate andata su Pubblico tra ottobre e dicembre 2012. Buona lettura.

Se chiedete in giro cosa abbiano in comune l’uranio e i piedi pregiati, chiunque vi risponderà raccomandandovi di farvi vedere da uno bravo. Chiunque tranne i manager del Doyen Group, un fondo d’investimento dalle attività quantomeno diversificate.  Sede centrale a Istanbul, braccio finanziario a Londra, esso si muove a caccia di affari ovunque essi si presentino e in qualsiasi settore merceologico. Dal sito web si apprende che il gruppo opera in cinque aree di mercato: metalli e minerali, carburanti e gas, energia e infrastrutture, edilizia e hospitality, e infine sport e intrattenimento. In particolare, grazie alla joint venture con la NuCap Ltd. il Doyen Group inserisce nel proprio portafoglio di attività la commercializzazione di materie prime come carbone, gas, energia, carburanti, metalli preziosi e industriali, fertilizzanti e, appunto, uranio.

Lo stesso gruppo ha fondato di recente una divisione sportiva con sede legale a Malta: si chiama Doyen Sport Investment Ltd. (DSI) e la sua missione è principalmente quella di acquistare in quota o in toto i cartellini di calciatori. Dunque, se rivolgete a qualsiasi dirigente del Doyen Group l’interrogativo con cui abbiamo aperto questo articolo, egli vi risponderà che l’uranio e i piedi pregiati hanno in comune l’essere materie prime dall’alto potenziale di redditività. Schietta logica economica.

E proprio tale schiettezza porta la holding a dichiarare la propria visione delle cose riguardo allo sport. O per meglio dire al calcio. Non un fenomeno sociale, ma piuttosto un asset da sfruttare in ogni potenzialità. È ciò che viene dichiarato nella pagina web del Doyen Group dedicata a DSI: “Doyen Sport Investment è un gruppo privato il cui scopo è garantire una fonte alternativa per il finanziamento dei club calcistici”. Chiarissimo l’intento, resta da capire quali siano i modi privilegiati da DSI per finanziare club travolti da una crisi sempre più profonda. Le formule sono diverse. Innanzitutto le sponsorizzazioni, effettuate in modo particolare. Mai da main sponsor. Meglio acquistare pochi centimetri quadrati di stoffa in segmenti periferici della muta di gioco – la parte bassa della schiena, i calzoncini, la porzione alta della manica lì dove in genere viene piazzato il logo della lega calcistica nazionale –, quanto basta per garantirsi una visibilità e far parlare di sé.

Accadde così poco più di un anno fa, ottobre 2011: quando d’improvviso alcune squadre della Liga spagnola (Sporting Gijon, Atletico Madrid, Getafe) esibirono il marchio “Doyen Group” fin lì sconosciuto ai più generando curiosità e inquietudine. Atteggiamento quest’ultimo – e qui c’è il secondo modo scelto da DSI per finanziare i club in crisi –  dovuto al diffondersi della voce secondo cui il fondo d’investimento starebbe acquistando i diritti sui migliori giovani calciatori dei club spagnoli. La notizia viene esagerata giornalisticamente, poiché la versione rappresentata parla di un acquisto in blocco dei vivai spagnoli. E come al solito – ancora una volta, giornalisticamente – passato il clamore di un giorno ci si dimentica di quella misteriosa holding e del suo braccio calcistico DSI. Che infatti agiscono indisturbati realizzando la parte più redditizia del proprio business: intermediare acquisti di calciatori e acquisirne quote rilevanti.

In questi termini la legislazione di alcuni paesi è più favorevole che in altri. E in Europa occidentale la Spagna e il Portogallo sono zone franche.  Nel 2011 DSI acquista dal Porto un terzo dei cartellini di Eliaquim Mangala e Steven Defour per 5 milioni di euro; un meccanismo frequente presso i club portoghesi, che permette di far cassa e al tempo stesso di gonfiare il valore a bilancio del cartellino intero d’un giocatore sopravvalutandone una quota parte, con tanti saluti al fair play finanziario. Nell’estate del 2012 il fondo d’investimento si spinge oltre: finanzia l’acquisto di calciatori da parte di club in difficoltà mantenendo per sé quote dei cartellini. Il sito ufficiale DSI ne dà informazione con nonchalance. La notizia pubblicata il 27 agosto informa che “Doyen ha collaborato con lo Sporting Lisbona per l’ingaggio di Labyad e Rojo”; in cambio, il fondo trattiene per sé il 35% dei “diritti economici” sul cartellino del primo e addirittura il 75% su quello del secondo. Il giorno, altro annuncio: “Doyen ha collaborato col Benfica per l’ingaggio di Ola John”. Del promettente calciatore olandese nativo della Liberia la quota di cartellino detenuta da DSI è addirittura 80%:.

La lista dei calciatori controllati da DSI (che ha nella propria scuderia anche Xavi Hernandez del Barcellona e il campione di motociclismo Jorge Lorenzo) è vasta. Fra gli altri, gli ex madridisti José Antonio Reyes e Alvaro Negredo, che assieme ai meno famosi Botía, Kondogbia, Baba Diawara e Manu Del Moral giocano nel Siviglia, squadra che porta il marchio Doyen sulla manica come fosse la fascia di capitano.  Altri calciatori sono sparsi nei club sponsorizzati da Doyen nella stagione passata o in quella corrente: Getafe (Barrada, Pedro León, Rubén Perez) e Sporting Gijon (Serrano, Bustos, Mendy, Roberto). Anche José Angel, portato la scorsa stagione alla Roma da Luis Enrique e attualmente in prestito alla Real Sociedad, è parzialmente controllato dal fondo. Tutti nomi presenti sul sito DSI, nel quale (stando a quanto riportato su Wikipedia) sono stati oscurati i nominativi di David De Gea (Manchester United), Borja Valero (Fiorentina) e Sergio Álvarez (Sporting Gijon B).

Ma il nome di punta è quello di Radamel Falcao, il colombiano dell’Atletico Madrid il cui cartellino è al 50% di Jorge Mendes. Ovvero, il rampante portoghese che è diventato l’agente di calciatori più potente al mondo e di cui bisognerà parlare in una puntata a parte. Mendes lavora col gruppo Doyen. Così come è stato associato al Quality Sport Investment, fondo con sede legale in Irlanda finito nel mirino della Fifa. Come scatole cinesi, i fondi d’investimento che operano nel calcio sono centinaia. Ma gira i rigira i nomi di chi li controlla sono sempre quelli.

 

publicidad_Doyen