Il gol fantasma, l’occhio umano e la “fiducia cieca” nella tecnologia

Un nuovo confine nel rapporto fra calcio e tecnologia è stato ufficialmente oltrepassato.

È successo ieri sera a Porto Alegre, durante la gara tra Francia e Honduras valida per il girone E del mondiale brasiliano. Al secondo minuto della ripresa un pallone colpito di testa da Karim Benzema e carambolato sul palo è poi andato a impattare sul portiere honduregno Noel Valladares, schizzando verso la porta. Con un balzo Valladares è riuscito a ricacciare indietro il pallone dal confine estremo della linea di porta, ponendo così le condizioni per il dubbio sul gol-non gol e per la prima applicazione della goal line technology in un campionato del mondo.

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E in attesa del verdetto tecnologico è trascorso un lasso di tempo (alcune decine di secondi) durante il quale la sequela dei replay ha cercato attraverso le immagini di fare chiarezza sull’episodio. Vedendole, se ne ricavava l’impressione che il pallone non fosse entrato del tutto, che almeno un suo spicchio fosse perpendicolare alla linea di porta. Che dunque non fosse gol, per quanto si trattasse d’uno spazio infinitesimale prima del completo oltrepassamento. E con l’aumentare delle angolazioni dalle quali l’episodio veniva mostrato, o con l’insistere sulle inquadrature che con maggior nettezza ne mostravano i dettagli, s’ingigantiva il dubbio sulla possibilità che il pallone avesse varcato del tutto la linea. Anche i commentatori di Sky, Riccardo Trevisani e Daniele Adani (peraltro autori di una telecronaca scadente, as usual), concordavano sul fatto che quel minimo dubbio fosse sufficiente per stabilire che non fosse gol.

Poi invece è arrivato il verdetto tecnologico, decretato attraverso l’elaborazione virtuale delle immagini. E lì s’è verificato uno shock. Non tanto per il verdetto in sé, che mostrando come il pallone avesse varcato la linea confutava un’impressione (ritengo) diffusa; quanto per la nettezza di quell’oltrepassamento, di cui non s’era avuta percezione a occhio nudo né dopo l’abbondante sequela di replay. Invece l’immagine virtuale sentenziava che la palla fosse entrata nettamente, lasciandosi alle spalle uno spazio rispetto alla linea di porta tale da non autorizzare alcuna discussione.

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E da quel momento in poi l’occhio del telespettatore e i commenti dei telecronisti sono andati in cerca non già dell’evidenza del gol – ciò che ormai era inappellabilmente sentenziato dalla prova tecnologica – quanto della evidente misura del gol. Ma davvero era “così tanto” gol? E come potevano i nostri occhi e quelli delle telecamere non aver avuto percezione di una circostanza così netta? Ma ogni sforzo era vano, perché l’occhio continuava a rimandare la sensazione di un pallone non integralmente entrato. Tanto che i telecronisti si sono ritrovati costretti a ipotizzare che sia stato il bianco del guanto di Valladares, sovrapponendosi a quelli della linea di porta e del pallone, a creare un effetto ottico distorsivo.

Probabile che davvero sia questo il motivo. Ma a me sembra che la considerazione da fare sia tutt’altra. E che tale considerazione debba avere come premessa alcuni interrogativi, senza che ciò significhi rimettere in discussione il singolo episodio. Per esempio: e se fosse la tecnologia a sbagliare? O ancora: qualora la tecnologia avesse emesse un verdetto opposto, non lo avremmo forse accettato con eguale inerzia? E quale strumento avremmo per confutare l’errore tecnologico, allo stesso modo in cui attraverso la tecnologia ci mettiamo al riparo dal rischio d’errore umano? Messo davanti all’enormità dello scarto tra il fatto percepito attraverso l’ordinario apparato sensoriale e il fatto rappresentato attraverso la tecnologia, mi sono per l’ennesima volta interrogato sul modo acritico con cui affidiamo alla tecnologia la soluzione dei nostri dubbi e limiti. Un affidarsi arrendevole che, dentro uno schema della deresponsabilizzazione individuale e collettiva, è il medesimo che ci porta a affidarci a maghi e sciamani. Ciò che chiediamo loro è leggere e (se possibile) risolvere misteri davanti ai quali siamo incapaci di controllo. Esattamente ciò che chiediamo alla tecnologia: azzerare quello spazio buio che non siamo in grado d’attraversare nel tentativo di controllare le cose, e restituircele addomesticate senza spiegarci come o se davvero lo siano. 

Ecco, l’episodio del primo gol (anzi, autogol) assegnato ai mondiali attraverso la tecnologia mi ha suscitato perplessità legate proprio a questa considerazione. Perché avvengono episodi che sembrano fatti apposta per rimettere in discussione il nostro affidarci alla tecnologia. Non sono mai stato un sostenitore dell’ausilio tecnologico durante la gara di calcio, ma nel corso del tempo ho in parte ammorbidito la mia posizione tecnoscettica ammettendo che un’eccezione possa farsi proprio per dirimere i casi di gol/non gol. Ma l’episodio di ieri sera mi ha ricacciato nel campo dei tecnoscettici. E non per nostalgia o conservatorismo, ma perché il senso di totale asservimento al mezzo elettronico che mi è stato trasmesso dall’episodio di ieri mi fa percepire che talvolta potremmo anche tenerci caro il rischio del “sano errore umano”. Anziché alimentare verso la tecnologia una fiducia così acritica. Cieca, è il caso di dire.

 

http://sport.panorama.it/calcio/mondiali-brasile-2014/Goal-tecnologia-Francia-Benzema-prima-volta

 

 

Se Marianella trascina Sky nel Pozzo di San Patrizio

È noto quale sia la mia opinione su Massimo Marianella.

Le sue telecronache calcistiche sono fra le peggiori che possa capitare d’ascoltare, e per vari motivi. Non hanno ritmo, sono discontinue alternando momenti di pura logorrea a imbarazzanti vuoti, e al momento dei gol vengono devastate da urla isteriche. Soprattutto, quelle telecronache raccontano poco della partita. In esse si parla d’altro. D’aneddotica, di superflue statistiche, d’insipide dichiarazioni pre-partita tipo quella dell’allenatore che afferma: <L’avversario è forte ma noi vogliamo vincere>. ‘Sticazzi, e chi l’avrebbe mai detto? Intanto la partita va, e al telespettatore non rimane che abbassare l’audio e mettere in sottofondo della musica lounge come se fosse l’ora dell’apericena. Può essere affascinante, come esperienza di calcio televisivo.

Il problema è che Massimo Marianella soffre d’una sindrome devastante: la Sindrome del Secondo della Classe. Quella che porta la vittima a studiare come un secchione e anche più,  a sacrificare ogni minuto del giorno per documentarsi sulle minuzie, a scrivere tesine non richieste pur di dimostrarsi all’altezza della competizione per l’eccellenza, ma che infine si realizza nel fatto che il primato non giunga mai. E che più alti sono gli sforzi, più impercettibilmente lontano è il risultato. Frustrazione massima che va a covare ulteriore bile.

Marianella è proprio così, e durante le telecronache non perde occasione di rimarcarlo sfoderando informazioni di superba inutilità. Giusto per far vedere che lui è informatissimo. Se capita che durante la telecronaca d’una partita fra Ipswich Town e il Rotheram il centravanti della squadra di casa prenda palla, state sicuri che Marianella vi rende edotti su come l’attaccante non vada in gol da nove partite a causa di un grave problema nella vita privata, dovuto al fatto che la bella fidanzata meteorina su un canale regionale ha preso a soffrire d’alluce valgo a causa delle infernali calzature tacco 69 indossate per andare in onda, e che la pur momentanea rinuncia a quegli strumenti di tortura per delle più comode ballerine le è costata l’estromissione dal video con conseguente vertenza intrapresa dal Sindacato Meteorine del Suffolk, ma come è ovvio tale sconvolgimento non poteva non avere conseguenze sull’equilibrio di coppia e sul rendimento in campo del povero centravanti, che dal canto suo e forse per inconscia solidarietà con la morosa ha somatizzato un’allergia per gli scarpini con suola rigida a 6 tacchetti e ha preso a insistere col magazziniere per indossare gli scarpini a 13 tipici dei campi sudamericani, con gravi problemi di tenuta sui pesanti campi inglesi, e mentre Marianella vi racconta siffatte menate la partita va avanti per uno, due, anche tre minuti, e i giocatori delle due squadre sembrano fare melina a metà campo per evitare l’imbarazzante circostanza del gol mentre il telecronista parla d’altri cazzi, e davvero si ha l’impressione che da un momento all’altro uno di loro salti su e urli a Marianella: <Ahò, guarda che qui stàmo a ggioca’!>.

Purtroppo non sempre i calciatori in campo mostrano questo riguardo. E dunque può succedere quello che è successo ieri sera, in occasione della partita d’apertura della Bundesliga 2013-14 tra Bayern Monaco e Borussia Moenchengladbach. Intorno al 10’ del primo tempo la regia tedesca ha mostrato un’inquadratura dall’elicottero dell’Allianz Arena. E lì Marianella è partito con uno dei suoi sfoggi nozionistici da secondo della classe. Ha cominciato a dire che lo stadio di Monaco di Baviera è suggestivo soprattutto per la sua caratteristica di colorarsi in modo diverso a seconda della squadra di cui ospita la partita in casa, e perciò s’illumina di rosso quando a giocare lì è il Bayern, e di bianco quando la squadra ospitante è la nazionale tedesca, e di azzurro quando le partite casalinghe sono quelle del Monaco 1860, e che addirittura in occasione dell’ultima festa di San Patrizio e in onore della folta comunità irlandese presente in Baviera lo stadio si è illuminato di verde per due ore, e intanto che Marianella alluvionava i telespettatori con queste informazioni inutili un lancio di Ribery tagliava nel mezzo la difesa del Borussia permettendo a Robben di segnare il primo gol stagionale della Bundesliga. E lì il secondo della classe ha accolto la nota di cronaca dicendo: <E intanto c’è il gol di Robben>. Così, con l’attenzione secondaria che avrebbe usato per salutare alla lontana e con la mano un amico sull’altro lato della strada per non interrompere una conversazione telefonica: <Ciao Marce’! (ma vattela a pija’…)>.

Si assiste a scene del genere, nei giorni in cui Sky Italia ci tormenta coi promo celebrativi del proprio decennale. Per il canale satellitare il campionato tedesco è il solo torneo calcistico in esclusiva. Tutti gli altri, dal campionato italiano ai tornei esteri e internazionali collocati su Fox Sport, sono trasmessi anche da Mediaset e disponibili a un prezzo inferiore per gli utenti. Dunque, la Bundesliga è una delle poche cose che giustifichino il pagamento dell’abbonamento a Sky da parte di un calciofilo. Il quale, però, poi si ritrova per la partita d’esordio la telecronaca di Marianella in cui si parla di San Patrizio anziché del gol di Robben. E la tentazione di buttare nel pozzo del santo omonimo l’abbonamento di Sky si fa forte.ImmagineImmagine