Marotta, ci spieghi – 2 Il giro del mondo intorno a Estigarribia

Marcelo Estigarribia con la maglia della nazionale paraguayana

Marcelo Estigarribia con la maglia della nazionale paraguayana

Beppe Marotta

Beppe Marotta

(La prima puntata è stata pubblicata qui)

C’è una storia che riguarda il mercato juventino degli anni recenti, quello guidato da Beppe Marotta. Il suo protagonista è Marcelo Estigarribia, classe 1987, eclettico giocatore di fascia paraguayano che cambia squadra a ogni stagione e ha avuto la Juventus come prima destinazione italiana. Un talento né migliore né peggiore rispetto a tanti altri giunti in Italia, nel tempo in cui pare che una scuola di calciatori italiani non esista più. La storia di Estigarribia merita d’essere raccontata per diversi motivi, e molti di essi hanno relativamente a che fare con le condotte di mercato dell’amministratore delegato nonché direttore generale bianconero. Ma il quadro che emerge dal racconto della vicenda è l’ennesimo spaccato di quel sistema da me etichettato in Gol di rapina come economia parallela del calcio globale. Un sistema in cui i calciatori vengono movimentati per ragioni non facilmente comprensibili, certo difficili da ricondurre a motivazioni tecnico-agonistiche. Dentro questo sistema la Juventus di Marotta si muove in modo disinvolto, e la vicenda di Estigarribia ne è una dimostrazione.

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Ma torniamo a lui, il protagonista della vicenda. Attualmente in forza all’Atalanta, ma fermo per un grave infortunio subìto lo scorso 10 ottobre in occasione della gara amichevole giocata e persa 2-0 dalla sua nazionale contro la Corea del Sud a Cheonan. Lesione del legamento crociato anteriore del ginocchio destro, sei mesi di stop. Un infortunio shock. I cui effetti vengono appena attenuati dagli attestati di stima provenienti dal mondo del calcio, fra i quali spicca il sorprendente messaggio inviato dal Real Madrid. Soprattutto, si tratta di un evento traumatico che s’abbatte sul calciatore giusto nel momento in cui pareva egli fosse sul punto di dare una svolta alla propria carriera. Marcelo, affettuosamente chiamato Chelo da amici e compagni di squadra, aveva giocato le sei le partite di campionato fin lì disputate dall’Atalanta. Tutte da titolare, e arricchite da un gol segnato alla seconda giornata sul campo del Cagliari che è stato anche il primo in campionato della squadra nerazzurra. L’infortunio al ginocchio giunge dunque a mandare in aria tutte le speranze che il buon momento di carriera stava alimentando nel calciatore paraguayano. Speranze che erano state espresse nel corso di un’intervista rilasciata a Fabrizio Salvio di Sportiweek, il magazine settimanale della Gazzetta dello Sport. Un’intervista che per contenuti dovrebbe provocare clamore, e che invece scivola via quasi inosservata.

Succede infatti che durante la chiacchierata con Salvio il calciatore dell’Atalanta faccia una specie di coming out e sveli il motivo per cui durante i primi tre anni dall’arrivo in Italia abbia cambiato quattro squadre (oltre a Juventus e Atalanta, anche Sampdoria e Chievo). Il giornalista chiede a Estigarribia se sappia darsi una spiegazione su quella girandola di club, e se questa sia dovuta a un suo insoddisfacente rendimento o a altri motivi. E a quel punto Marcelo libera lo sfogo:

“La verità è che il mio cartellino era di proprietà di un fondo di investimento, la Gsm, General Soccer Management, che già mi aveva spedito in Francia e che per il mio riscatto da parte dei bianconeri pretendeva 5 milioni. La Juventus mi avrebbe tenuto ma non aveva intenzione di spendere quei soldi. Così alla Samp: ho giocato 34 partite su 38, eppure non sono rimasto, per lo stesso motivo. E anche a Genova: Marcelo, noi ti terremmo, ma…”

Seguono altri due scambi di domanda e risposta che vale la pena riportare:

Oggi rifarebbe la scelta di affidare il suo destino a privati che fanno soprattutto i loro interessi?

“No. Ero giovane e senza esperienza, non avevo famiglia e pensavo: se oggi gioco qua e domani là, cosa importa? Adesso preferisco mille volte che il mio cartellino sia proprietà di un club.”

E invece?

“È ancora di proprietà della Gsm. Ma spero di convincere l’Atalanta ad acquistarmi”.

Duole dire che dopo l’infortunio avvenuto di lì a due settimane questo sforzo di convincere la società bergamasca si sia complicato parecchio. Ma non è questa la cosa che m’interessa rimarcare. Altri sono i punti della vicenda che fanno riflettere. In primis c’è che nell’ambiente del calcio italiano le pesanti dichiarazioni rilasciate da Estigarribia a Salvio passano quasi sotto silenzio. Se provate a digitare su Google i parametri “Estigarribia +  intervista + Sportweek” trovate soltanto 4 pagine web. Eppure nei mesi successivi la storia viene ripresa da alcuni organi di stampa esteri. Ai primi di dicembre essa è ospitata dalle pagine dell’Irish Examiner. E all’inizio di questo 2015 è addirittura El Paìs, il più importante quotidiano spagnolo, a raccontarla. Ma in Italia nulla più, quelle parole di Estigarribia sono già dimenticata.

Ma c’è soprattutto un altro aspetto della vicenda: sotto la guida di Marotta la Juventus ha realizzato un affare con una third party. Ciò che in Inghilterra, Francia e Polonia è esplicitamente vietato, e che da maggio 2015 la Fifa metterà al bando dopo aver tentato invano di farlo riformando nel 2007 l’articolo 18 del Regolamento sullo status e i trasferimenti dei calciatori. Sull’inefficacia di questo veto mi sono già espresso nel momento stesso in cui venne preannunciato tre mesi fa, e anche analisi effettuate in punto di diritto come quella di Guido Del Re per il Sole 24 Ore rafforzano la mia impressione che si tratti di mossa propagandistica e nulla più. In altri paesi, come Portogallo e Spagna, le terze parti sono tollerate o addirittura benedette. In Italia, semplicemente, impera l’atteggiamento di girarsi dall’altra parte ogni volta che seguendo gli affari del calciomercato ci s’imbatte in un soggetto del genere. Lasciar correre, e non solo da parte della stampa. E invece sui dettagli di questa vicenda bisogna fermarsi.

Dunque, Marcelo Estigarribia compie un errore di gioventù dal quale non viene più fuori. Dichiara di appartenere a un fondo d’investimento del quale fa anche il nome. Sarebbe curioso sapere che tipo di accordo abbia firmato, e quali siano i contenuti di un pezzo di carta che di fatto vincola una persona a un ente finanziario come se il secondo fosse proprietario della prima. E forse un giorno il calciatore deciderà di raccontare anche questa parte della verità. Ma intanto bisogna soffermarsi sugli altri dati della vicenda. Il calciatore paraguayano afferma di essere vincolato a un fondo d’investimento denominato General Soccer Management, ma dimentica di aggiungere che da agosto 2011 la sua carriera ruota intorno a un club della serie B uruguayana chiamato Deportivo Maldonado. Dopo la prima esperienza europea a Le Mans il giocatore rimbalza regolarmente da lì prima di ogni nuova destinazione. Come mai? E soprattutto, che tipo di club è il Deportivo Maldonado? Alla seconda domanda rispondo dicendo che è un club noto soprattutto per ragioni extrasportive. Di esso si è occupata più di una volta anche Bloomberg. Che a aprile 2014 sottolinea il paradosso di un club che registra una presenza media di 200 tifosi sugli spalti e che però dal 2010 ha guadagnato 14 milioni di dollari (10,1 milioni di euro) dai trasferimenti di calciatori. Acquistato nel 2010 da un imprenditore ippico inglese Malcolm Caine e da un avvocato suo connazionale, Graham Shear il Deportivo Maldonado, fin allora di proprietà dei soci, diventa un club specializzato in brokeraggio di calciatori. I giocatori transitano da lì senza mai passarci e in attesa di essere rispediti altrove. È il caso di Alex Sandro, esterno sinistro brasiliano che il Maldonado acquista a febbraio 2010 dall’Atletico Paranaense per 2,20 milioni di euro per poi cederlo al Porto per 9,6 milioni nell’estate 2011 dopo averlo concesso per un anno in prestito al Santos. E almeno in questo caso si sta parlando di un calciatore che giunto in Europa dimostra d’essere valido. Non altrettanto può dirsi di Willian José, attaccante brasiliano classe ’91 acquistato dal club uruguayano nell’estate 2011 e parcheggiato al Real Madrid a partire da gennaio 2014. Il club blanco lo fa giocare quasi esclusivamente, e nemmeno per tante partite, nella sua squadra B, il Castilla. Dall’inizio della stagione attuale Willian José gioca nel Real Saragozza, serie B spagnola.

Alex Sandro

Alex Sandro

Willian José

Willian José

Alla lista vanno aggiunti i tre trasferimenti riguardanti calciatori paraguayani. Il primo è quello dell’attaccante paraguayano Brian Montenegro, ceduto nell’estate 2011 al West Ham dove non gioca nemmeno una partita di campionato. Già a gennaio viene rispedito al mittente. Dopo aver girato per club minori sudamericani si trova adesso al Leeds United di Massimo Cellino, dove in questa stagione ha messo assieme soltanto tre partite.

Brian Montenegro

Brian Montenegro

Il secondo trasferimento riguarda il difensore Ivan Piris, acquisito dalla Roma nell’estate 2012 per 700 mila euro e poi rimandato via a fine stagione. Adesso è all’Udinese dopo aver speso una stagione insignificante allo Sporting Lisbona.

Ivan Piris

Ivan Piris

E infine, appunto, Marcelo Estigarribia. Arrivato in prestito alla Juventus nell’estate 2011 per 500 mila euro, con diritto di riscatto fissato a 5 milioni pagabili in tre rate. Praticamente è un affitto, come era stato per il contestatissimo caso del trasferimento di Carlos Tevez e Javier Mascherano al West Ham nell’estate del 2006. Marotta conduce esattamente quel tipo di transazione, nelle stesse settimane in cui realizza un affare memorabile: l’acquisto di Prince-Désire Gouano, pagato 1,5 milioni ai francesi del Le Havre. Mai visto in campo nella nostra serie A. Nemmeno con la maglia dell’Atalanta, club a cui la Juventus lo passa per poche ore e per il quale Marotta lavorò all’inizio degli anni Duemila mettendo fra l’altro a segno il colpo più costoso nella storia del club bergamasco: l’acquisto dal Milan di Gianni Comandini per 30 miliardi di lire. Cifra record, flop record, perché in due anni e mezzo Comandini gioca soltanto 47 partite e mette a segno 7 gol.

Gianni Comandini

Gianni Comandini

Resta il fatto che l’Atalanta smista Gouano agli olandesi dello Rkc Walwijk. Adesso Gouano è in Portogallo al Rio Ave, club controllato da Jorge Mendes. La sua unica partita da professionista in Italia è stata disputata con la maglia del Lanciano in B.

Ma torniamo a Estigarribia, che arriva alla Juventus da un club specializzato in triangolazioni. Nella stagione 2011-12 non gioca molto, ma quando gioca dimostra di essersi meritato l’opportunità. In 14 partite di campionato segna anche un gol, fra l’altro molto importante per la corsa della Juventus alla conquista del primo scudetto dell’Era Conte e in una gara bellissima: Napoli-Juventus del 29 novembre 2011, finita 3-3 dopo che il Napoli era sul 3-1 a meno di 20 minuti dalla fine.

È proprio Estigarribia a segnare il gol del 3-2 che riapre la partita. Non gli basta. A fine anno il paraguayano viene rispedito al Deportivo Maldonado. E da lì continua a tornare in Italia con la formula del prestito. Prima alla Sampdoria, il club per cui Marotta lavorava prima di passare alla Juventus: ma è solo una coincidenza, ci mancherebbe altro. Poi la tappa al Chievo, e da gennaio 2014 all’Atalanta. Ennesima coincidenza, questa nuova presenza del club bergamasco. Che fra l’altro nel giorno in cui tessera Estigarribia annuncia un’altra acquisizione: quella dell’uruguayano Ruben Bentancourt, l’attaccante che somiglia a Edinson Cavani. Nel senso che gli somiglia davvero in termini somatici, perché quanto al resto meglio sorvolare. Betancourt arriva dal PSV Eindhoven, cioè il club che ha appena scippato il giovane Gianluca Scamacca</a.
Diventa presto a Bergamo un
oggetto misterioso. Per lui in maglia nerazzurra soltanto 3 spezzoni di partita per complessivi 48 minuti. Adesso è in prestito in B al Bologna, dove ha messo insieme 74 minuti in 5 spezzoni di partita. Perché sia arrivato nessuno lo sa. Così come nessuno sa perché mai Marotta abbia voluto portare Estigarribia alla Juventus in affitto per 500 mila euro. Meno ancora si sa dei due “gioielli del Granada”. Si tratta di interrogativi che circolano pure sulle pagine di Tuttosport, che certo non può essere indicato come un organo d’informazione anti-juventino e giusto nell’edizione di ieri ha radiografato le cinque campagne trasferimenti di Marotta. Senza alcuna indulgenza. Se ne riparlerà.

(2. continua)

Il colpo a vuoto di Blatter su Terze Parti e fondi d’investimento

Joseph Blatter

Joseph Blatter

Una mossa inutile. È quella annunciata dalla Fifa a proposito della progressiva messa al bando delle terze parti nella proprietà di calciatori. Arriva tardi, si imporrà seguendo tempi da moviola, e quando infine avrà completato il proprio varo si troverà a intervenire su una realtà che nel frattempo sarà talmente mutata da renderla superflua. Da mesi gli attori dell’economia parallela del calcio globale stanno infatti lavorando a un’evoluzione degli strumenti attraverso cui sfruttare il calcio a fini puramente finanziari, e i bellicosi annunci lanciati dal colonnello Blatter hanno il solo effetto d’imprimere un’accelerazione alle grandi manovre. Del resto, per le forze del turbocapitalismo calcistico la sola cosa che importi è continuare a esercitare il dominio economico e a espandere la colonizzazione del calcio. A partire dalla seconda metà degli anni Zero questa strategia ha trovato nel fondo d’investimento che acquisisce quote di calciatori lo strumento privilegiato. Ma come tutti gli strumenti anche i fondi d’investimento hanno, nella loro declinazione d’uso, un ciclo d’utilità che culmina nell’obsolescenza. E il momento dell’obsolescenza per le TPO sta arrivando adesso. Se ne parla troppo e con frequenza crescente. Persino la sonnolenta stampa italiana s’è accorta di un fenomeno che giornalisti come David Conn del Guardian e Gabriele Marcotti del Times denunciavano già nel 2006, nei giorni in cui il West Ham prendeva Tevez e Mascherano in affitto dalla Media Sports Investments di Kia Joorabchian.

Kia Joorabchian

Kia Joorabchian

Inoltre, due vicende avvenute in Portogallo durante l’estate appena trascorsa hanno fatto salire il livello dell’allarme sull’invasione dei fondi d’investimento nel calcio. E è sintomatico che ciò avvenga giusto nel paese in cui, come spiego nel mio “Gol di rapina”, la declinazione calcistica del fondo d’investimento ha trovato un appoggio negli attori istituzionali della finanza e del credito.

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Qui il primo tentativo di messa al bando delle TPO effettuato dalla Fifa nel 2007, tramite l’aggiunta di un’estensione bis all’articolo 18 (manco a farlo apposta…) del Regolamento sullo Status e i Trasferimenti del Calciatore, è stato aggirato con facilità irrisoria grazie alla creazione di fondi d’investimento da parte degli stessi club. E questo passaggio, oltre a fornire un eloquente esempio a proposito dell’inutilità dei divieti posti dalla Fifa, ha posto le condizioni affinché un grande club europeo come il Benfica venisse a trovarsi in difficoltà patrimoniali e finanziarie. La difficoltà è sorta in conseguenza del fallimento di Banco Espirito Santo (BES), il principale gruppo bancario privato portoghese il cui crack ha messo di nuovo a rischio la convalescente economia lusitana.

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È stato proprio BES, attraverso la sua agenzia Espirito Santo Financial Group (ESFG) con sede legale a Lussemburgo, a strutturare nel 2009 il Benfica Stars Fund (BSF), il fondo a cui il Benfica ha ceduto durante questi anni quote di diversi suoi giocatori ottenendo fra l’altro di gonfiarne le valutazioni iscritte a bilancio. Il fallimento dell’istituto e la sua divisione fra una good bank e una bad bank ha costretto il Benfica a un’affannosa operazione di riacquisizione delle quote di suoi calciatori in possesso del BSF. Perché, nel caso in cui il club encarnado non avesse ripreso quelle quote entro il 30 settembre, esse sarebbero finite sul mercato a disposizione del migliore offerente. Sicché ci si è trovati davanti a una situazione grottesca, col Benfica che ha dovuto sborsare 29 milioni per ricomprare quote dei suoi calciatori dal suo fondo d’investimento.

Al BES e alla sua emanazione ESFG è stato legato anche l’altro club portoghese che durante l’estate appena trascorsa è stato coinvolto in un’altra vicenda legata all’azione dei fondi d’investimento. Si tratta dello Sporting Lisbona, che al pari del Benfica ha istituito nel 2011 un proprio fondo (Sporting Portugal Fund, SPF) sotto l’egida di ESFG. Nelle scorse settimane lo Sporting è andato allo scontro con il più potente fondo d’investimento attualmente in campo nell’economia parallela del calcio globale: il Doyen Sports Investiments. Il conflitto è esploso a proposito del nazionale argentino Marcos Rojo e del suo trasferimento al Manchester United.

Marcos Rojo

Marcos Rojo

Alla vicenda ho dedicato un post di questo blog, e da essa è nato un contenzioso fra il club e Doyen con quest’ultimo che ha annunciato ricorso presso il Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) di Losanna.

I due episodi ricordati, uniti allo strapotere dei grandi broker calcistici globali come Jorge Mendes (ai cui tentacolari affari è stato dedicato nei giorni scorsi un lungo e dettagliato articolo

Jorge Mendes accanto a uno dei suoi principali assistiti

Jorge Mendes accanto a uno dei suoi principali assistiti

da David Conn), hanno proiettato sugli attori dell’economia parallela del calcio globale una pubblicità negativa. Con l’effetto di far schierare anche la Fifa in una battaglia che fin qui era stata affrontata soltanto dall’Uefa di Michel Platini, e in controtendenza rispetto alle voci che nelle settimane precedenti il mondiale brasiliano avevano dato Blatter in procinto di varare un riconoscimento dei fondi d’investimento.

Ma come detto all’inizio questa presa di posizione da parte della Fifa è tardiva. Dunque doppiamente sospetta. Davvero il colonnello Blatter, nell’anno che porterà all’ennesima rielezione, rischierà d’alienarsi i voti di Africa e Sud America, cioè dei continenti in cui le terze parti pascolano beate? Soprattutto, c’è che i finanzieri e i broker dell’economia calcistica parallela globale stanno già manovrando per scrollarsi di dosso l’etichetta ingombrante di “terze parti”. E per farlo scelgono la via più ovvia: acquistano club calcistici.

Si tratta di club di piccola taglia, e il loro valore storico e sportivo è pressoché nullo. Dunque, perché i protagonisti dell’economia calcistica parallela globale li comprano? Un’idea ce l’avrei: per farne tanti Locarno. Cioè utilizzarli alla stregua del club ticinese che nella seconda metà degli anni Zero venne utilizzato dalla HAZ (l’agenzia di Fernando Hidalgo, Gustavo

Pini Zahavi

Pini Zahavi

Arribas e Pini Zahavi) per sdoganare e smerciare calciatori d’elite provenienti dall’Argentina. I quali, naturalmente, del Locarno non hanno vestito la maglia nemmeno per un minuto, venendo immediatamente ridestinati a club dei campionati più ricchi d’Europa. In quel caso il controllo era indiretto, perché da un punto di vista formale la proprietà e la dirigenza erano locali. Nella formula odierna, invece, i protagonisti dell’economia parallela entrano direttamente in campo. Da proprietari e gestori, di club, chi potrebbe eccepire sulla legittimità del loro operare nel mondo del calcio? Soltanto applicando questa lettura è possibile spiegare compravendite di club realizzate, o in corso di realizzazione, durante il mese di settembre appena concluso.

È del 28 settembre una notizia molto istruttiva pubblicata da A Folha de Sao Paulo, quotidiano molto attento al tema delle terze parti sin dai giorni in cui Kia Joorabchian e la sua Media Sports Investments prendono il controllo del Corinthians.

La notizia che un club minore dello stato di Minas Gerais, l’Uberlandia Esporte Clube, sta per passare sotto il controllo di un terzetto formato dal padre di Neymar, dal potente agente brasiliano di calciatori Wagner Ribeiro (agente dello stesso Neymar, di Robinho, e dell’allenatore ex del Real Madrid e della nazionale brasiliana Vanderlei Luxemburgo), e dal popolare cantante Alexandre Pires, il Gigi D’Alessio di Minas Gerais.

Neymar senior

Neymar senior

Wagner Ribeiro

Wagner Ribeiro

Alexandre Pires

Alexandre Pires

E dato che i giornalisti di Folha hanno maturato una certa competenza nell’interpretare le manovre interne all’economia calcistica parallela, ecco data la lettura di questo episodio: per aggirare il bando prossimo venturo posto dalla Fifa bisogna acquistare dei club. Come già da tempo ha fatto la Traffic Sport, che mantiene nel proprio portafoglio il Desportivo Brasil, i portoghesi dell’Estoril Praia, e due franchigie della risorta NASL nordamericana (Fort Lauderdale Strikers e Carolina Railhawkes). E facendo un giro d’orizzonte si scopre che le manovre d’acquisto dei club si moltiplicano. In un articolo dedicato alla cessione di Abel Hernandez da parte del Palermo segnalai il fatto che Pablo Bentacur, il mediatore peruviano di calciatori che gestisce la carriera dell’ex rosanero, aveva da poco comprato la quota del Lugano (40%) in possesso di Enrico Preziosi.

Pablo Bentancur

Pablo Bentancur

Sta manovrando anche Peter Lim, il magnate singaporiano amico e socio di Jorge Mendes che da mesi è in procinto di acquistare il Valencia ma ancora non ne viene a capo perché Bankia (creditrice nei confronti del club per 305 milioni) non si fida delle garanzie finanziarie.

Peter Lim

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Dunque Lim vira altrove e prova a acquistare il Salford City, una società dilettantistica controllata da un gruppo di ex calciatori del Manchester United denominatosi Class 92. Si tratta di Ryan Giggs, Paul Scholes, Phil Neville e Nicky Butt. Assieme a altri due ex Red Devils (Phil Neville e David Beckham) sono stati protagonisti di un documentario intitolato The class of 92, dedicato alla generazione di talenti del Man U che segnò gli anni fra il 1992 e il 1999.

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Manco a farlo apposta, fra i produttori del documentario c’è anche Doyen Sports Investments. Ovviamente Lim nega che l’acquisizione del Salford sia dovuta alla necessità di sopperire al bando delle TPO. Avrebbe mai potuto dire il contrario?

E infine, ecco l’ultima novità. Gustavo Mascardi, l’argentino ex agente di borsa nonché mediatore di calciatori che ha ricavato una mega-commissione dal trasferimento di Iturbe alla Roma, e che s’è da poco visto riconoscere dal Tas un indennizzo da 8 milioni per il trasferimento di Paulo Dybala dall’Instituto Cordoba al Palermo (e l’acuto Zamparini paga).

Gustavo Mascardi

Gustavo Mascardi

Paulo Dybala

Paulo Dybala

Dieci giorni fa Mascardi ha comprato l’Alcobendas Sport, club sito nella comunità autonoma di Madrid che milita in terza serie. Lo fa per amore del club, o perché si stava annoiando? Direi nulla di tutto ciò. Staremo poiuttosto a vedere quanti calciatori passeranno formalmente dall’Alcobendas, allo stesso modo in cui Gonzalo Higuain passò dal Locarno.

Nel frattempo il colonnello Blatter avrà già celebrato il trionfo in una battaglia vinta per abbandono del campo da parte dell’avversario. Di vittorie del genere è costellata la sua storia di presidente della Fifa.

P.S. Leggendo questo post sarete indotti a credere che le manovre di acquisto o controllo di club da parte di attori dell’economia calcistica parallela siano faccende non riguardanti la realtà italiana. Sbagliato. Guardate cosa succede da due anni al Catania, club in cui l’ex agente di calciatori (ha ceduto l’agenzia al fratello…) Pablo Cosentino agisce da plenipotenziario.

Pablo Cosentino

Pablo Cosentino

Con risultati catastrofici dal punto di vista sportivo, peraltro. Ma magari quest’ultimo è un aspetto secondario della gestione. L’importante è far sbarcare a Catania calciatori argentini come Gonzalo Escalante e Gonzalo Piermateri. Il primo mai visto in campo, il secondo nemmeno in panchina.

Belenenses: una parabola sull’economia grigia che divora il calcio – 1

Chi ha già letto il mio Gol di rapina. Il lato oscuro del calcio globale (Clichy, pagine 292, 15 euro) conosce la storia.

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Chi invece non l’ha ancora fatto, provveda. Avrà così modo di capire meglio il senso di ciò che racconto qui. Soprattutto, gli sarà chiaro il fatto che le vicende legate alla presa sul calcio da parte dell’economia parallela non finiranno mai di essere raccontate, e che ogni giorno ne sorgeranno di nuove. Quella che sto per raccontare (o meglio, aggiornare) qui è paradigmatica. Per svilupparla mi sarà necessario più di un post del blog, ché altrimenti dovrei scrivere un articolo lunghissimo e dedicare alla sua stesura una quantità di tempo che non ho. Inoltre, man mano che leggete, dovete sempre tenere presente di trovarvi davanti a una storia fra le centinaia (migliaia?) narrabili sul tema del rapporto fra il calcio e la sua economia parallela. Il lavoro di ricerca, documentazione e divulgazione è improbo, tanto più che la stampa sportiva preferisce occuparsi di fuffa. E non parlo soltanto di quella italiana.

Ma vengo ai fatti. La storia che racconto riguarda il Belenenses, cioè il terzo club calcistico di Lisbona. Esso è espressione del quartiere storico di Belém. Cioè, uno dei siti di maggior valore architettonico e artistico al mondo.

La Torre di Belém

La Torre di Belém

 

Il Belenenses può anche fregiarsi di un primato: è, assieme al Boavista Porto, il solo club a avere vinto un campionato a girone unico in Portogallo (stagione 1945-46) al di fuori della dittatura costituita dalla triade Benfica-Porto-Sporting Lisbona.

Dal 4 novembre 2012 il Belenenses è finito sotto il controllo di un fondo d’investimento, gestito da un faccendiere portoghese, Rui Pedro Soares, vicino all’ex premier socialista José Sócrates.

Rui Pedro Soares

Rui Pedro Soares

José Socrates

José Socrates

Rui Pedro Soares (da qui in poi RPS) è stato coinvolto in due scandali particolarmente pesanti della vita pubblica portoghese recente: il caso Face Oculta e il caso Taguspark. Il processo relativo a Taguspark lo ha visto uscire assolto. Quanto a Face Oculta, il procedimento giudiziario è ancora in corso.

Tutte le notizie fin qui accennate su RPS sono riportate in Gol di rapina. Ma ciò che più interessa, nelle pagine del libro e del paragrafo dedicate al Belenenses e a RPS, sono due passaggi che vi riporto a seguire. Il primo riguarda la scorribanda nel campo dei diritti televisivi, che vide RPS mettere su bottega con un potente giornalista portoghese, Emidio Rangel. Obiettivo: comprare i diritti tv della Liga spagnola, aggiudicandosi la possibilità di trasmetterne le gare in Portogallo. Ecco l’estratto del libro:

Infatti, a meno di un anno dalle dimissioni da dirigente di PT il faccendiere riconquista l’attenzione dei media vestendo i panni del finanziere d’assalto. A gennaio 2011 si diffonde la notizia che mette in subbuglio il settore dei diritti televisivi sul calcio: una società sbucata dal nulla ha acquistato i diritti sulla Liga spagnola a partire dalla stagione 2012-13 soffiandoli al canale Sport TV e alla società cui esso fa capo, Controlinveste. Va sottolineato che per gli appassionati di calcio portoghesi la Liga è un torneo importante quasi quanto quello di casa. Dall’altra parte del confine iberico è impegnata una vasta colonia calcistica portoghese, capeggiata da personaggi come Cristiano Ronaldo, Mourinho, Pepe, Ricardo Carvalho. Se ha un senso indicare il principale campionato dei portoghesi all’estero, questo è da sempre la Liga spagnola. Accaparrarsene i diritti significa realizzare un affare dagli enormi margini di guadagno. E quando si va a guardare chi siano i personaggi che hanno realizzato il colpaccio sul mercato dei diritti televisivi, vengono fuori due nomi ben noti al pubblico portoghese: uno è Rui Pedro Soares, l’altro è Emídio Rangel. Questi è un giornalista molto noto e potente in Portogallo nonché dichiaratamente massone, affiliato alla potente loggia Universalis. I due vanno a negoziare con Mediapro, la società detentrice dei diritti della Liga, e la spuntano acquistando per 9 milioni di euro il pacchetto attraverso una società denominata Worldcom. Proprietari della società, col 50% del pacchetto azionario a testa, risultano essere Fernando Soares e Maria Oliveira, i genitori di Rui Pedro Soares, mentre il fratello Fernando è l’amministratore. Il settimanale Expresso ipotizza che dietro l’affare, ancora una volta, vi sia una manovra politica confezionata dai partiti socialisti della penisola iberica. Mediapro sarebbe una società vicina alla galassia dell’allora premier socialista spagnolo José Luis Zapatero, mentre sul versante portoghese il legame fra RPS e José Sócrates è noto. Anche in questo caso la manovra va male, tanto più che il tramonto dei due leader socialisti è ormai inesorabile. A ogni modo, nella fase iniziale i progetti della coppia Rangel-Soares sono ambiziosi. Oltre alla commercializzazione dei diritti della Liga c’è in ballo l’acquisizione di quelli sulle gare del Benfica. Si parla anche del lancio di un news magazine settimanale e di un canale radiofonico. Non c’è nemmeno il tempo di veder partire una petizione sul web attraverso la quale si chiede chi finanzi la premiata ditta Rangel-Soares, che i due litigano. A febbraio Worldcom vende alcune quote facendo entrare nuovi investitori. A marzo i due hanno già celebrato la rottura. A motivare la fine del sodalizio sono i tentativi di Soares di vendere i diritti della Liga fatti senza consultare il socio. Del resto, Worldcom è sempre stata sotto il pieno controllo del faccendiere. La fine della vicenda è prevedibile, eppure non risparmia il colpo di scena. A fine maggio 2011 Rui Pedro Soares vende Worldcom a Miguel Pais do Amaral, miliardario di sangue blu appassionato di sport e motori nonché comproprietario di TVI. Un nome che ricorre, quello della stazione televisiva. Pais do Amaral, che secondo una stima fatta nel 2010 deteneva cariche amministrative in ben 73 imprese, vorrebbe mettere le mani anche sui diritti relativi alle partite del Benfica. Le cose non vanno come il 4° Conte di Alferrarede (questo è il titolo nobiliare di Pais do Amaral) auspicherebbe. Il Benfica recalcitra a accettare l’offerta, e la rigetterà definitivamente a gennaio 2013. Cioè cinque mesi dopo che il nuovo proprietario di Worldcom perde i diritti sulla Liga, mancando pure di pagare la prima tranche a Mediapro. A trasmettere le gare del campionato spagnolo è di nuovo Sport TV, come se nulla fosse successo. Per la rescissione del contratto, Pais do Amaral citerà Mediapro e avanzerà una richiesta di risarcimento da 10 milioni. Per lui l’avventura calcistico-televisiva in Spagna finisce comunque male, ma può consolarsi col fatto che dall’altra parte della frontiera trovi l’amore. Nell’estate 2013 i rotocalchi iberici danno notizia della relazione con una ricchissima donna spagnola di nobili origini e chilometrico cognome: Alicia Koplowitz y Romero de Jeseu, marchesa de Bellavista y del Real Socorro. Si tratta della quarta persona più ricca di Spagna secondo una classifica stilata nel 2009, figlia d’una famiglia di ebrei tedeschi riparati nella penisola iberica per sfuggire al nazismo. Alla fine della festa, il solo a aver lucrato dalla vendita dei diritti televisivi della Liga è Rui Pedro Soares.

Emidio Rangel

Emidio Rangel

Miguel Pais do Amaral

Miguel Pais do Amaral

Alicia Koplowitz y Romero de Jeseu

Alicia Koplowitz y Romero de Jeseu

L’estratto che vi ho riportato è utile per familiarizzare con un personaggio nel quale torneremo a imbatterci fra poco: Miguel Pais do Amaral. L’altro estratto riguarda un’ipotesi sui reali interessi che hanno spinto RPS a acquistare il Belenenses attraverso il fondo Codecity Sports Management (CSM). In particolare, viene riportata la perplessità del vicepresidente del club di Belem, Antonio Polena, che intravede una gigantesca speculazione immobiliare nei terreni intorno all’Estadio do Restelo:

I dissidenti sono costretti a mollare. Come accade al vicepresidente Antonio Polena, che contesta alcuni passaggi dell’accordo fra il club e CSM. Sostiene innanzitutto che l’assemblea del 4 novembre abbia dato l’ok a trattare con CSM, e non ancora alla cessione del club. Sottolinea che a mettere fretta al club, spingendolo a chiudere l’accordo, è stato un debito per l’ennesimo calciatore acquistato e non pagato: si tratta del brasiliano Thiago Silveira, prelevato dal Belenenses nel 2008 e subito spedito altrove. Il suo primo club professionistico, l’Avai, reclama i diritti di formazione. Ballano 270 mila euro, cifra per ottenere la quale l’Avai si rivolge alla Fifa. La confederazione mondiale darà ragione al club brasiliano nell’estate del 2013. E la prospettiva di dover fare fronte a quel debito, o di dover scontare le sanzioni disciplinari (punti di penalizzazione, e in seguito la retrocessione), mette pressione ai soci del Belenenses portandoli a decidere d’assoggettarsi alla CSM. Ma ciò che soprattutto desta perplessità a Polena è l’aspetto che riguarda la gestione degli asset immobiliari: lo stadio do Restelo, innanzitutto, e in generale le strutture della polisportiva. L’ex vicepresidente sottolinea maliziosamente che uno dei soci di CSM è un’impresa di costruzioni. E certo sarà una coincidenza, ma dopo un solo anno alla guida del club RPS esterna la necessità che il club si doti di un nuovo campo d’allenamento, magari in un nuovo impianto.

Fin qui è tutto ciò che è riportato nel libro, la cui stesura si è conclusa a fine gennaio. E ecco che la cronaca giunge a confermare la profezia di Polena riportata in Gol di Rapina. Sabato scorso, a poche ore dalla gara del Belenenses contro l’Arouca decisiva per la permanenza in serie A, i soci del Belenenses si sono visti presentare il progetto della Cidade Belenenses. Un investimento da 66 milioni di euro, per lo sviluppo di un’area da 41.500 metri quadri intorno all’Estadio do Restelo. I capitali saranno interamente versati da Edge Group, una holding di investitori portoghesi e internazionali che sta speculando sul settore immobiliare portoghese, massacrato in anni recenti dalla crisi economica del paese e segnato da un aperdita di valore che negli anni ultimi quattro anni è stata stimata intorno al 15%. Chi c’è fra gli investitori di Edge Group? Miguel Pais do Amaral, quello che aveva ricomprato i diritti della Liga da RPS attraverso, salvo poi non riuscire a onorare l’investimento. In poco più di un anno il vero senso dell’operazione che ha portato RPS a capo del Belenenses si è mostrato definitivamente. Ma i contorni dell’affare e i personaggi che intorno a esso si muovono sono ancora tutti da illustrare. Lo farò a puntate, nei prossimi giorni.

 

L'Estadio do Restelo

L’Estadio do Restelo

 

 

 

 

Doyen Group, il fondo che commercia uranio e calciatori

Cari amici, in questi giorni e per i prossimi mesi sono impegnato nella stesura del libro sul lato oscuro del calcio globale. Per farvi capire di cosa si tratti, ripubblico un articolo della mia inchiesta in 8 puntate andata su Pubblico tra ottobre e dicembre 2012. Buona lettura.

Se chiedete in giro cosa abbiano in comune l’uranio e i piedi pregiati, chiunque vi risponderà raccomandandovi di farvi vedere da uno bravo. Chiunque tranne i manager del Doyen Group, un fondo d’investimento dalle attività quantomeno diversificate.  Sede centrale a Istanbul, braccio finanziario a Londra, esso si muove a caccia di affari ovunque essi si presentino e in qualsiasi settore merceologico. Dal sito web si apprende che il gruppo opera in cinque aree di mercato: metalli e minerali, carburanti e gas, energia e infrastrutture, edilizia e hospitality, e infine sport e intrattenimento. In particolare, grazie alla joint venture con la NuCap Ltd. il Doyen Group inserisce nel proprio portafoglio di attività la commercializzazione di materie prime come carbone, gas, energia, carburanti, metalli preziosi e industriali, fertilizzanti e, appunto, uranio.

Lo stesso gruppo ha fondato di recente una divisione sportiva con sede legale a Malta: si chiama Doyen Sport Investment Ltd. (DSI) e la sua missione è principalmente quella di acquistare in quota o in toto i cartellini di calciatori. Dunque, se rivolgete a qualsiasi dirigente del Doyen Group l’interrogativo con cui abbiamo aperto questo articolo, egli vi risponderà che l’uranio e i piedi pregiati hanno in comune l’essere materie prime dall’alto potenziale di redditività. Schietta logica economica.

E proprio tale schiettezza porta la holding a dichiarare la propria visione delle cose riguardo allo sport. O per meglio dire al calcio. Non un fenomeno sociale, ma piuttosto un asset da sfruttare in ogni potenzialità. È ciò che viene dichiarato nella pagina web del Doyen Group dedicata a DSI: “Doyen Sport Investment è un gruppo privato il cui scopo è garantire una fonte alternativa per il finanziamento dei club calcistici”. Chiarissimo l’intento, resta da capire quali siano i modi privilegiati da DSI per finanziare club travolti da una crisi sempre più profonda. Le formule sono diverse. Innanzitutto le sponsorizzazioni, effettuate in modo particolare. Mai da main sponsor. Meglio acquistare pochi centimetri quadrati di stoffa in segmenti periferici della muta di gioco – la parte bassa della schiena, i calzoncini, la porzione alta della manica lì dove in genere viene piazzato il logo della lega calcistica nazionale –, quanto basta per garantirsi una visibilità e far parlare di sé.

Accadde così poco più di un anno fa, ottobre 2011: quando d’improvviso alcune squadre della Liga spagnola (Sporting Gijon, Atletico Madrid, Getafe) esibirono il marchio “Doyen Group” fin lì sconosciuto ai più generando curiosità e inquietudine. Atteggiamento quest’ultimo – e qui c’è il secondo modo scelto da DSI per finanziare i club in crisi –  dovuto al diffondersi della voce secondo cui il fondo d’investimento starebbe acquistando i diritti sui migliori giovani calciatori dei club spagnoli. La notizia viene esagerata giornalisticamente, poiché la versione rappresentata parla di un acquisto in blocco dei vivai spagnoli. E come al solito – ancora una volta, giornalisticamente – passato il clamore di un giorno ci si dimentica di quella misteriosa holding e del suo braccio calcistico DSI. Che infatti agiscono indisturbati realizzando la parte più redditizia del proprio business: intermediare acquisti di calciatori e acquisirne quote rilevanti.

In questi termini la legislazione di alcuni paesi è più favorevole che in altri. E in Europa occidentale la Spagna e il Portogallo sono zone franche.  Nel 2011 DSI acquista dal Porto un terzo dei cartellini di Eliaquim Mangala e Steven Defour per 5 milioni di euro; un meccanismo frequente presso i club portoghesi, che permette di far cassa e al tempo stesso di gonfiare il valore a bilancio del cartellino intero d’un giocatore sopravvalutandone una quota parte, con tanti saluti al fair play finanziario. Nell’estate del 2012 il fondo d’investimento si spinge oltre: finanzia l’acquisto di calciatori da parte di club in difficoltà mantenendo per sé quote dei cartellini. Il sito ufficiale DSI ne dà informazione con nonchalance. La notizia pubblicata il 27 agosto informa che “Doyen ha collaborato con lo Sporting Lisbona per l’ingaggio di Labyad e Rojo”; in cambio, il fondo trattiene per sé il 35% dei “diritti economici” sul cartellino del primo e addirittura il 75% su quello del secondo. Il giorno, altro annuncio: “Doyen ha collaborato col Benfica per l’ingaggio di Ola John”. Del promettente calciatore olandese nativo della Liberia la quota di cartellino detenuta da DSI è addirittura 80%:.

La lista dei calciatori controllati da DSI (che ha nella propria scuderia anche Xavi Hernandez del Barcellona e il campione di motociclismo Jorge Lorenzo) è vasta. Fra gli altri, gli ex madridisti José Antonio Reyes e Alvaro Negredo, che assieme ai meno famosi Botía, Kondogbia, Baba Diawara e Manu Del Moral giocano nel Siviglia, squadra che porta il marchio Doyen sulla manica come fosse la fascia di capitano.  Altri calciatori sono sparsi nei club sponsorizzati da Doyen nella stagione passata o in quella corrente: Getafe (Barrada, Pedro León, Rubén Perez) e Sporting Gijon (Serrano, Bustos, Mendy, Roberto). Anche José Angel, portato la scorsa stagione alla Roma da Luis Enrique e attualmente in prestito alla Real Sociedad, è parzialmente controllato dal fondo. Tutti nomi presenti sul sito DSI, nel quale (stando a quanto riportato su Wikipedia) sono stati oscurati i nominativi di David De Gea (Manchester United), Borja Valero (Fiorentina) e Sergio Álvarez (Sporting Gijon B).

Ma il nome di punta è quello di Radamel Falcao, il colombiano dell’Atletico Madrid il cui cartellino è al 50% di Jorge Mendes. Ovvero, il rampante portoghese che è diventato l’agente di calciatori più potente al mondo e di cui bisognerà parlare in una puntata a parte. Mendes lavora col gruppo Doyen. Così come è stato associato al Quality Sport Investment, fondo con sede legale in Irlanda finito nel mirino della Fifa. Come scatole cinesi, i fondi d’investimento che operano nel calcio sono centinaia. Ma gira i rigira i nomi di chi li controlla sono sempre quelli.

 

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