Frana su frana la Grande Bellezza prende la forma di territorio gruviera (Repubblica Firenze, 26 agosto 2014)

Bivigliano e quel cartello inopportuno

Bivigliano e quel cartello inopportuno

 

“Bivigliano vi dà il benvenuto”. Forse sarebbe il caso di rimuoverlo, quel cartello. Da un tempo di cui s’è persa memoria è piazzato di fronte allo Chalet La Pineta per accogliere chi s’arrampichi fin lassù. Ma da marzo 2013 s’è trasformato in una distonia, generando un effetto grottesco. Perché dopo l’ennesimo “evento meteorologico eccezionale” un pezzo di strada distante soltanto una decina di metri è franato dalla collina. Spingendo lo sguardo in giù oltre la rete arancione si vede i brani d’asfalto venuti via come croste di pane raffermo, con tanto di striscia di mezzeria a spiccare lucida. E guardandoli, dopo aver osservato il ventre aperto di ciò che era strada e adesso è tornata collina, si viene catturati da una paura irriducibile. Quella che viene dalle cose cui facciamo cieco affidamento, e rispetto alle quali non abbiamo difese.

Bivigliano

Bivigliano

 

Bivigliano

Bivigliano

 

Bivigliano

Bivigliano

 

Chi più chi meno saremo passati decine o centinaia di volte lungo quella striscia d’asfalto, allo stesso modo in cui siamo passati centinaia o migliaia di volte su altre strisce d’asfalto analoghe. E in ogni occasione l’abbiamo fatto usando la noncuranza delle cose quotidiane, e confidando nella forma tacita dell’assicurazione data da sistemi di edificazione e manuntenzione che diamo per scontati. Sicché quando vediamo spalancare quelle voragini siamo assaliti da un terrore che è al tempo stesso ancestrale e modernissimo. Vediamo incattivito il volto della natura per come era prima che provassimo a domesticarla, e assieme a quello scorgiamo il fallimento della nostra pretesa di domesticazione. Resta il fatto che in quel segmento di strada permane lo sbrego, e che chissà quanto tempo servirà per vederlo riparato. Lì è piazzato un rattoppo. Una di quelle barriere in cemento grigio chiaro che arginano il vuoto e tracciano una linea convessa. E appesi alle transenne, dei sacchi a sostegno con le insegne della Provincia di Firenze. Come a dire: e ora chi dovrebbe farsene carico? Avanza giusto lo spazio per far transitare un veicolo alla volta, e per fortuna lì il traffico è rado. Ma i mesi (gli anni) passano, e l’attesa anestetizza persino il senso dell’emergenza. Facendo sì che s’aggiunga l’ennesima bandierina nella mappa del territorio-gruviera intorno a Firenze. Un rosario di decadenza che s’allunga da un inverno all’altro. Perché il territorio frana e non si riesce più a rimetterlo in sesto. Dunque lo si transenna in attesa di tempi migliori, ma col timore che arrivino prima quelli peggiori. E un acciacco dopo l’altro si scopre che la Grande Bellezza di questo paesaggio è gravemente malata. Ci se ne accorge percorrendo la strada che oltrepassando Fiesole s’arrampica per andare a intersecare la Faentina, e che all’altezza della fermata Il Colombaio del bus 45 ospita un altro muretto d’emergenza  a arginare una frana. Sta lì da quanto? Due anni? Tre? Se n’è perso il conto. Sta lì e basta, come fosse ormai una soluzione permanente. Esattamente come lo è una cicatrice.

Sopra Fiesole, fermata Colombaiolo

Sopra Fiesole, fermata Colombaiolo

 

E chissà per quanto tempo starà lì il cartello provvisorio di pericolo generico piazzato lungo la strada che porta in cima a Monte Fanna. Fa da sentinella a un brano di radice eroso e adagiato sul bordo della salita. Raccomanda di passare oltre, così come fa la transenna che argina il ciglio della strada in prossimità di Monteloro. Situazioni in cui l’emergenza è stata superata non per soluzione ma per arrendimento, e che si sommano a altre e future emergenze di cui si vede preavviso. Per capire, si percorra la strada la salita che porta a Montepulico, sulla Faentina.

 

Montepulico: squarcio sotto le radici

Montepulico: squarcio sotto le radici

Lì le radici degli alberi sulle collinette sono ormai snudate, e minacciose incombono preannunciando uno dei prossimi fronti dell’emergenza. Osservando questa e altre situazioni sparse non solo per il territorio fiorentino, ma per la Toscana intera, ci si rende conto che uno dei più grandi patrimoni dell’identità toscana si sta dissipando. E che tutto l’amore e tutta la cura serviti per farne un’eccellenza non bastano più. Bisogna andare oltre, e farsene carico attraverso le forme di mobilitazione volontaria che si riuscirà a sperimentare. Con l’aiuto degli enti territoriali, certo, ma soprattutto con la volontà d’ogni cittadino di fare la propria parte. Una sfida complessa, certo. Ma anche ineludibile.

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Spicchi di Toscana – Orentano, la resistenza soffice della campagna (Repubblica Firenze, 30 luglio 2013)

Cari amici, a oltre un mese di distanza recupero un articolo della serie “Spicchi di Toscana”. Buona lettura.

Si arriva a Orentano soltanto per due motivi. Perché ci si va di proposito, e dunque si sa dove sia il luogo e come arrivarci. Oppure perché si è deciso di perdersi seguendo l’istinto da flaneur delle strade blu toscane. Capita così di lasciarsi trascinare dall’auto verso i posti dai nomi più evocativi, quelli che formano l’ossatura della Toscana profonda ma dei quali poco si parla.

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A Orentano, frazione di Castelfranco di Sotto posta lungo lo zigzagante confine fra le province di Pisa e Lucca, si arriva così. Secondo il percorso che ciascuno costruisce nel proprio bighellonare – e poi ripeterà sempre quello, nonostante in seguito scopra che esistono vie più rapide. Se a quel modo ci sei arrivato, a quel modo ci tornerai perché il viaggio è parte dell’esperienza del luogo. Nel nostro caso il percorso è composito quanto mai: approdo a Staffoli, curiosa frazione di Santa Croce sull’Arno piazzata fuori dai confini del comune, che già arrivarci è un viaggio a sé; percorrenza da un capo all’altro della sola strada di Staffoli, che in questo somiglia a una qualsiasi Dodge City da Spaghetti Western, e proseguimento a digradare lungo la Via Livornese; avanti nella direzione del cartello blu che indica Galleno; e una volta giunti a Galleno, altro scartamento comandato dall’istinto di scoprire ancora, e dunque giù per la stradina sulla sinistra che spicca per via di quel cartello blu. Orentano, come non lasciarsi attrarre dalla suggestione di quel nome?

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Tanto più che la manciata di chilometri da percorrere racconta il microfilm d’una storia più grande: quella d’una regione capace di farsi eccellenza sia sul piano paesaggistico che su quello industriale, ma che ancora a metà del secolo XX conservava orgogliosamente un’identità in prevalenza agricola. In pochi altri segmenti di Toscana si può scorgere un legame tanto forte col passato rurale. La striscia d’asfalto serpeggia nella campagna segnando curve morbide, e intorno il paesaggio racconta una trasformazione incompiuta come fosse un parco a tema. Non più pura campagna, ma nemmeno area urbanizzata. Soltanto un’approssimazione.

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Come se a metà dell’opera, o soltanto a un quarto, ci si fosse accorti che non valeva la pena. Meglio il cantiere aperto, e mai chiuso perché arrestato in tempo, che il definitivo salto nello snaturamento. E forse a raccontarlo così può sortirne l’impressione che Orentano sia un luogo incompiuto, e persino esteticamente sgradevole. Ma le cose non stanno in questo modo. Perché in quel cristallizzarsi della trasformazione incompiuta c’è la traccia d’una resistenza mai narrata, difficile da concepire e dunque anche da raccontare: la resistenza soft d’una campagna che non resta inerte a lasciarsi plasmare dalla modernizzazione. Piuttosto, impone un proprio ordine estetico e una forma al paesaggio ch’è un mix irripetibile. Al viandante può piacere o non piacere, ma egli è pregato di tenere per sé ogni considerazione estetica. Perché esprimerla significherebbe comunque applicare criteri di gusto ai modi quotidiani d’una comunità e alle forme dell’abitare che essa ha saputo darsi nel corso dei secoli; qualcosa che suona offensivo quand’anche s’esprimesse un giudizio favorevole.

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Molto meglio immagazzinare il senso di straniamento, e quella percezione di disordine spaziale buona a avvertire quanto standardizzati siano i nostri parametri di ordine. E la netta separazione fra cosa è città e cosa è campagna fa parte del nostro ordine, permettendoci pure di classificare i casi intermedi. Invece Orentano è un’altra cosa. È campagna persistente, irriducibile. Non quella rimasta immutata nel corso dei decenni – sempre ch’essa esista davvero, anziché essere un altro artificio nella gamma dei paesaggi da cartolina. Né area rur-urbana, cioè campagna che assume la forma cittadina e marcatamente prende a staccarsi dalla natura originaria. Piuttosto, si tratta d’una riaffermazione del canone rurale e della sua capacità di piegare a propria misura i processi di modernizzazione e urbanizzazione.

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È questo a provocare smarrimento. Almeno quanto l’aliena sensazione che viene dal vedere iniziare un orto sul limitare della strada asfaltata, rischiando di finire con due ruote sul terreno erboso. Un segno di come i confini territoriali interni alla comunità vengano tracciati secondo un codice tutto locale, lo stesso che governa le ex aie trasformate in parcheggi dove le auto sostano come armenti legati alla staccionata. I tempi cambiano ma l’impronta rimane. E i soli segni di passaggio della Storia sono concentrati su quel poggio che ospita la statua del Fante, monumento d’epoca fascista ai caduti nella Prima Guerra Mondiale, e il campanile costruito nel 1907 a immagine e somiglianza di quello fiorentino. Tracce estreme di liminalità, perché oltre quel poggio inizia una discesa verso un paesaggio che perde toscanità e comincia a ligurizzarsi. Saggio tornare indietro.

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Da leggere ascoltando: http://www.youtube.com/watch?v=m4pyPKNUDs0

Spicchi di Toscana – Raggiolo, vedere il mondo senza spostarsi mai

Cari amici, questo è l’articolo della serie “Spicchi di Toscana” che ieri mi è stato pubblicato da Repubblica Firenze. Buona lettura.

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È una regola aurea: chi vuole scoprire i luoghi inaspettati della Toscana deve azzardare le discese. Seguire i cartelli che appena fuori dai centri abitati sormontano stradine laterali e digradanti, e in apparenza richiamano verso posti di nessuna importanza. Perché si tratta di nomi talvolta bizzarri, comunque mai sentiti. Ma soprattutto perché scorgendo quelle strisce d’asfalto in pendenza si viene assaliti da un senso di cose penultimate. Lo stesso di quando si crede d’avere portato in fondo le cose e invece ci s’avvede che c’è un residuo da compiere. Così avviene per Raggiolo come per centinaia d’altre località toscane. Si è in procinto d’andar via da Poppi, che già arrivarci è un viaggio e una volta lì ci s’è riempiti abbastanza di meraviglia l’occhio e l’anima. Ma proprio nel momento in cui si sta per avviare il viaggio di ritorno, ecco come in un agguato quel cartello la cui freccia punta in giù e indica nove soli chilometri da percorrere. E se sei arrivato fin lì, cosa vuoi che siano nove chilometri in più? Soprattutto: quando ricapita d’avere il tempo per venire in pieno Casentino a soddisfare questo sovrappiù di curiosità?

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Succede sempre così quando si tratta di scoprire le meraviglie nascoste della Toscana. Luoghi sconosciuti pure a chi vive poco lontano e perciò dotati d’un tempo e una dimensione irripetibili. Esattamente come nel caso di Raggiolo, che ormai dal 1873 fa comune con Ortignano ma continua a essere entità a sé. Ne fa esperienza chi approda e si trova sbalzato fuori da tutto, impossibilitato a comunicare col resto del mondo. Qui la linea della telefonia mobile è come una bava di ragno da inseguire con occhi attenti in cerca del giusto controluce. E sempre che la vostra compagnia telefonica sia quella giusta; ciò che vi espone a ripetute poste sotto il campanile della chiesa in cerca della mattonella giusta, e al bercio che v’illude d’avere più campo alzando i decibel. Altrimenti rassegnatevi a fare macchina indietro per chilometri, con una mano sul volante e l’altra a tenere ritto il portatile come fosse un contatore Geiger. Se invece per un lasso di tempo minimo riuscite a sgravarvi della più perniciosa fra le malattie contemporanee – quella della reperibilità –, allora scoprirete che ne vale la pena.

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Perché questo luogo, aggrappato a uno sperone di roccia attorno al quale confluiscono i torrenti Teggina e Barbizzaia, v’infonderà la sensazione di ritrovarvi dentro una bolla temporale. Trapiantati in un’altra epoca. Forse un passato fra quelli remoti, o forse un futuro di ritorno alle comunità per stanchezza di modernità. E nel dubbio rimarrete a ammirare il modo con cui i raggiolatti hanno addomesticato l’ostilità della natura edificando una rara bellezza paesaggistica. Per poi metterla in mostra durante i giorni d’estate, i soli che consentano d’inoltrarsi nella zona senza rischiare i rigori del meteo.

Attraversando il breve cammino interno di Raggiolo, quello che culmina nel parco fluviale dove s’intercetta il solo chiasso d’un luogo altrimenti sottovoce, si ricava potente un’impressione: che i raggiolatti recitino se stessi. Sanno d’essere diversi almeno quanto ciò che li circonda. Perciò si mostrano allestendo le tavole e le aiuole sulle piccole terrazze sospese, o abbandonandosi su sedie impagliate accanto all’uscio, come quelle vecchine dai vestiti smanicati a fiori che mettono le gambe al sole mentre in casa il sugo cuoce da sé. Ci si può aggirare stupiti percependo un senso pagano di magia, senza perder tempo a chiedersi s’essa sia bianca o nera anche perché sovente il confine fra le due è indistinto. E subito dopo ci si può interrogare su cosa mai nei secoli passati abbia portato fin qui, nell’estremo entroterra toscano, una colonia di còrsi che presto s’integrarono contribuendo a forgiare l’identità d’una comunità apparentemente chiusa. Ma infine ci si spiega tutto vedendo la famigliola di turisti francesi che s’aggira senza accorgersi d’essere, in quel contesto, l’oggetto e non l’agente della scoperta (avete mai avuto impressione, visitando i grandi acquari, d’essere voi spettacolo per i pesci e non viceversa?). O anche ascoltando il vaniloquiare del villeggiante dall’accento laziale che, mescolato alla gente del luogo sulle panchine in prossimità della chiesa e della linea telefonica, magnifica il baccalà cucinato dalle sue parti e la sublime crosta che delizia il palato. Lo fa col piglio di chi dispensa a quegli isolati un frammento di sapere del mondo. E non si rende conto che quegli isolati il sapere del mondo l’hanno già saccheggiato senza essersi mai mossi da lì.

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Montepaldi, la Toscana che piace a se stessa (La Repubblica Firenze, 20 agosto 2013)

Cari amici, questo articolo fa parte di una serie intitolata “Spicchi di Toscana” e dedicata alle meraviglie nascoste della regione in cui ho il privilegio di vivere. Nei prossimi giorni pubblicherò gli altri articoli. Buona lettura.

 

Ci sono luoghi che la Toscana cura per piacere al resto del mondo. E ce ne sono altri che cura per continuare a piacere a se stessa. Riguardo ai primi, non è nemmeno necessario cercarli: chi vuol farne esperienza ci viene condotto come sul nastro dei bagagli in aeroporto, e quando li raggiunge ha la sensazione d’averli già visitati decine di volte e dunque mai. Quanto ai secondi, invece, bisogna proprio andarseli a scoprire. Cioè trovarli cercando, ma senza sapere esattamente dove andare nel momento in cui inizia il peregrinare. Così è nel caso di Montepaldi, frazione di San Casciano Val di Pesa, dove in modo plastico sono riprodotti i due modi di essere della Toscana attraverso i suoi luoghi. Pieno Chiantishire, un segmento di Toscana da cartolina rielaborato per mezzo di quel cliché globale Io ballo da sola che a un secolo di distanza ha sostituito il cliché Camera con vista. Eppure, nel bel mezzo di questo territorio glocalizzato, si trova un’enclave dove si preserva la toscanità verace. Puro Chianti in pieno Chiantishire. A creare un’ambivalenza simile a quella di certi ristoranti etnici dove vengono servite pietanze omologate alla necessità di soddisfare il palato del cliente globale, ma poi nel backstage delle cucine ci si concede finalmente ai sapori autentici della madrepatria.

Sarà per tutto ciò che imbattersi in Montepaldi è fra le cose più casuali al mondo. Bisogna oltrepassare il centro di San Casciano e andare in giù verso Cerbaia godendo sul versante sinistro d’un paesaggio ch’è uno sterminato calanco da levare il fiato. Chianti no-shire. E lungo quel percorso, lungo quel lato, ci s’imbatte nel cartello che indica Montepaldi fissato a un albero. Come si trattasse d’una comunicazione di servizio per addetti ai lavori anziché d’un invito a azzardare la scoperta. Un’intenzione di nascondimento che risulta comprensibile a chi sceglie di seguire la strada discendente, e in fondo al primo segmento trova la villa medicea che domina il poggio. Arrivi lì e per prima cosa t’interroghi sul curioso destino toccato alle ville medicee. In quella di Montelupo, che dista una manciata di chilometri, hanno collocato un OPG. In questa è basata una rinomata azienda agricola dell’Università di Firenze, le cui attività emanano i soli segni di vita del post. È in prossimità della villa che capita di udire una voce, o un rumore, o tracce di movimento. Perché per il resto Montepaldi si presenta quasi del tutto come un luogo del disabitare. Le vaghe tracce d’insediamento si captano nelle poche case piazzate in fondo a sterrati ripidi, resi quasi impraticabili dalla primavera più piovosa di sempre. Invece le case distribuite poco distante dalla villa medicea rimandano le sensazioni sorde del borgo fantasma, dell’inesorabile spopolamento. Persino della dimenticanza, come segnala quella cassetta della posta dalla quale debordano bollette irruvidite dall’esposizione alle stagioni. Senza che però tutto ciò significhi abbandono. Perché non c’è un senso di sfacelo in quelle abitazioni che paiono non ospitare esseri umani da decenni. Piuttosto sembra tutto quanto frutto di un allestimento, un disegno scenico che racconta la Toscana per com’è, non per come si sforza d’assomigliare alla visione di se stessa alimentata dall’immaginario globale. E sarà anche vero che lo scarto fra le due Toscane è meno ampio di quanto gl’indigeni romantici lo percepiscano. Ma resta il fatto che per essere efficace quell’allestimento deve escludere la presenza umana. Per questo, vagando per la strada digradante di Montepaldi, quella che s’inoltra dalla curva della villa medicea e dischiude un belvedere da rapire per sempre lo sguardo, avrete il privilegio d’udire il silenzio perfetto. Che contrariamente all’opinione stereotipa non è svuotamento d’ogni suono, ma piuttosto il respiro segreto della natura non interrotto da voci umane o suoni meccanici. La voce del vento tra le fronde in una mattina di marzo, o il canto delle cicale in un sabato pomeriggio d’agosto. E camminando dentro quella musica incorrotta capita di sentirsi fantasmi. Come pre-trapassati, immersi in un saggio di vita oltre la vita che anestetizza la paura della morte. Perché infine tutto quanto è soltanto un passaggio, da condursi magari dentro brani di surrealità. Come quelli che si dischiudono lì a due passi dalle case disabitate, e mostrano macchine agricole ferme e come addormentate dentro vani che in altri tempi hanno ospitato bestie da stalla, o un pozzo ormai avvinto dalla vegetazione al centro d’un patio calpestato ogni mille mai. Chi passa da qui è pregato di farlo in punta di piedi, e di spegnere voce e telefono mobile. Vietato disturbare la Toscana nei luoghi della sua intimità.

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