Il mio nome è Nedo Ludi, capitolo 7

Cari amici, il prossimo 13 luglio Nedo Ludi tornerà in libreria. In un volume unico edito da Clichy saranno compresi “Il mio nome è Nedo Ludi”, pubblicato nel 2006, e l’atteso sequel “Nedo Ludi. Il ritorno”. Ripubblico uno dei capitoli del primo libro. Buona lettura.

 

 

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Il giorno dopo erano tutti a sudare su un campo verdissimo della Valtellina. I 22 giocatori convocati da Claudio Bersani seguivano in gruppo il nuovo preparatore atletico, Germano Rota. I convocati si presentarono tutti, nessuno tardò, e già alle 11,30 la lista era completa: i portieri Miglioccaro e Romualdi; i difensori – oltre a Nedo – Favrin, Vascotto, Vrenna e Bonazzi; i centrocampisti Monaldo, Piras, De Luca, Rinaldi e Holzmann; e gli attaccanti Reinaldo, D’Alessandro e Renzi. A loro si aggregò un sostanzioso gruppo di giocatori della Primavera: il portiere Sarni; i difensori Natali e Fiumi; i centrocampisti Mastrantonio e Cecchini; e gli attaccanti Magnani e Verricelli.

Era la prima volta che in ritiro andavano così tanti giocatori, con ben 7 dalla Primavera. Se il nuovo mister voleva dare un segnale, c’era riuscito. Non c’erano gerarchie, tutti potevano essere utili e nessuno indispensabile. Soprattutto, stava per essere plasmata una squadra completamente nuova nella filosofia e nell’impostazione. Una buona riserva di forze fresche sarebbe servita. Bersani si presentò alle 11 in punto. Era esattamente come Nedo l’aveva visto nelle foto. Un uomo che portava molto bene i suoi 42 anni, asciutto nel suo metro e 80, con una capigliatura mora molto più folta di quella di Nedo. Si videro a distanza, si riconobbero, si andarono incontro dandosi una stretta di mano molto formale. Parole, il giusto. Poi Bersani raccolse il bagaglio e salì in camera.

Nedo sbuffava a metà del gruppo, e il ritmo regolare dei passi scandiva i pensieri che aveva lasciato sedimentare dal giorno precedente. Era stato un primo giorno di ritiro come tanti altri. Alle 12,30 il nuovo allenatore radunò il suo staff composto, oltre che da Rota, dall’allenatore in seconda Maggiani e dal fisioterapista Vendramin. Bersani non aveva voluto un allenatore dei portieri, non ritenendo fosse una figura indispensabile. In cambio aveva chiesto che la società mettesse sotto contratto uno psicologo. Dalla società gli risposero che non se ne parlava, ma la questione non era chiusa. C’era da giurarci che il nuovo tecnico sarebbe tornato alla carica, sottolineando che c’era un progetto da realizzare e la società dovesse mettere lui nelle migliori condizioni per farlo.

Progetto.

Quella parola rimbombava ossessivamente nei pensieri di Nedo. Nel primo discorso che Bersani tenne ai convocati Il Progetto ricorse in modo ossessivo. Gli pareva di sentirlo pronunciare proprio così, con le maiuscole. Come se si stesse parlando di un’entità divinizzata, di una verità mitica da rivelare nel corso della stagione. L’Empoli 1989-90 era un progetto, la squadra era un progetto, il gioco era un progetto, il gruppo era un progetto, il campionato da disputare era un progetto, e tutto quanto era Il Progetto.

<Cosa cazzo sarà ‘sto progetto?> sussurrò Nedo a De Luca nel bel mezzo del discorso di Bersani. La voce era bassa abbastanza da non far sentire cosa fosse stato detto, ma non da impedire d’essere percepita. Tanto che Bersani interruppe per un attimo il monologo, proiettando lo sguardo verso la parte della sala in cui si trovava Nedo. L’allenatore non aveva capito chi fosse stato a molestare il suo discorso, ma il gesto carbonaro con cui Nedo portò la mano davanti alla bocca e riprese assorta attenzione risolse immediatamente l’interrogativo. Bersani impiegò un altro quarto d’ora per concludere, e ricevette dal gruppo dei giocatori un applauso nel quale a Nedo parve di riscontrare un entusiasmo maggiore di quanto s’aspettasse.

Non capiva cosa ci trovassero i compagni di così avvincente. E però non c’era ruffianeria in quell’applauso. Li aveva davvero conquistati Bersani. A Nedo pareva invece confermata l’impressione che aveva ricavato dalle interviste: quell’uomo parlava di parole. Sì, lo faceva bene e affascinava quanti lo ascoltavano. Era questo il suo segreto. Ma analizzando ciò che diceva, cosa c’era mai di così affascinante e memorabile? Nedo ebbe la tentazione di girare la domanda al suo compagno di camera. Che dopo quattro anni non era più Augusto Necci, ma Diego Favrin. Si astenne dal parlargliene perché quell’allampanato bassanese magnagatti era stato uno dei più entusiasti nell’ascoltare le parole di Bersani. Prima di intavolare certi discorsi è bene scegliersi con cura gli interlocutori.

Nedo sentiva scandita nella mente, tronca e ritmata dai passi da mezzofondista che scaricava per terra assieme al gruppo, la parola-chiave dell’Empoli di Bersani: Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét.

Era forse lui a non capire, a non essere in sintonia? Si chiese anche questo, e subito rispose che no, il problema non stava dentro di lui. Era proprio che quell’uomo parlava un linguaggio alieno, e che tutti si sforzavano di capirlo tranne lui, Nedo. Che continuava a farsi rimbalzare nella mente quella parola: Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét.

Cosa mai è un progetto nel calcio?, si chiedeva. E cosa mai avrebbe dovuto fare lui per essere funzionale al progetto? Si guardò intorno, pensandosi come qualcosa di diverso dal gruppo che correva dietro Rota, un 50enne bergamasco dal fisico esile e i capelli tinti d’un nero corvino. Gli interrogativi cominciarono a sciogliere il ritmo sincopato “Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét” che nell’ultimo quarto d’ora aveva gli occupato la mente. Tutti quelli che lo circondavano in gruppo erano un progetto? Quanta parte ciascuno di essi aveva nel Progetto? E ognuno di loro era a sua volta un progetto? Poco a poco Nedo si accorse come una semplice parola, Progetto, stesse smontando tutte le sue certezze. Sì, lui non era mai stato abile con le parole. Ma in nessun caso quella scarsa familiarità l’aveva spinto alla diffidenza verso il parlare. Aveva studiato poco, e fin lì quel poco gli era bastato per districarsi in un mestiere che richiedeva anche un discreto impegno comunicativo. S’era pure fatto un’idea su tutta la questione. Un’idea rudimentale, ma sufficiente a rendergli domestico il rapporto con le parole. Per lui c’era un mondo dei discorsi diviso in due: una parte semplice e una parte complessa. In ogni ambito era possibile fare discorsi semplici e discorsi complessi, e i due tipi di discorso non erano in conflitto. Era così nel calcio. I discorsi complessi toccavano ai giornalisti, ai commentatori, e a quegli intellettualoidi che ci vedevano sempre qualcosa dietro. I discorsi semplici erano quelli del campo e riguardavano i giocatori, gli allenatori, gli staff tecnici.

Così l’aveva sempre vista Nedo: giocare, allenare e allenarsi, preparare tatticamente una partita e mettere in pratica le direttive, tutto ciò faceva parte del parlare semplice, di quella parte di mondo del calcio in cui le parole non gli trasmettevano diffidenza. Perché a ciascuna di esse corrispondeva una cosa. Marcare era una parola che corrispondeva a una cosa. Salvarci era una parola che corrispondeva a una cosa. Attacchiamo, difendiamoci, stendilo, teniamo palla, buttala lontano quando in due ti arrivano addosso erano parole che corrispondevano a delle cose. Invece all’improvviso era bastata un’altra parola per demolire l’equilibrio che Nedo aveva costruito fra parlare semplice e parlare complesso. Gli era stato sufficiente sentir pronunciare il termine Progetto per scorgere come tracce di complesso stessero contaminando la parte semplice del mondo calcistico. Quale cosa corrispondeva alla parola Progetto? Nulla che Nedo riuscisse a scorgere, nulla che i suoi compagni in gruppo fossero in grado di afferrare oltre la volontà di compiacere il loro nuovo allenatore. Chissà se anche in quelle teste che vedeva ondeggiare davanti a sé, come le foglie di un albero battuto dal maestrale, fosse scandito lo stesso ritmo – Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét – che aveva accompagnato i suoi passi.

Che poi, rifletté Nedo, il problema non era la parola in sé ma l’uso che Bersani ne aveva fatto durante tutto il discorso del giorno precedente. Il nuovo allenatore parlava di progetto di gioco, progetto di squadra, progetto predisposto con la società. E gli obiettivi? Il progetto di una casa è costruirla; e alla fine si valuta dal risultato se quel progetto sia realizzato o no. Ma per la stagione 1989-90 qual era il Progetto dell’Empoli? Al primo giorno di ogni ritiro dei precedenti tre campionati di serie A si sapeva che s’aveva da salvarsi. Era un progetto, quello? Mah! Di sicuro era un risultato chiaro. Se un campionato è un progetto, le tre salvezze consecutive dell’Empoli erano tre progetti riusciti. E fin qui tutto filava. Il problema era che Bersani aveva usato la parola Progetto in modo molto più vago. Cosa intendeva per progetto di squadra? Per come Nedo la interpretava, quella formula rimandava all’idea di un cantiere aperto. Come può una squadra essere un progetto senza che le venga indicata una meta? Era Il Progetto qualcosa che doveva favorire la creazione di una squadra, o era la squadra che doveva affannarsi a rincorrere Il Progetto? E se l’obiettivo del Progetto non era il risultato, cos’altro poteva essere?

In quella confusione le idee di Nedo cominciavano a chiarirsi. Per come lo vedeva, il Progetto di Bersani era qualcosa che non riguardava il campionato, né i giocatori, forse nemmeno l’Empoli. Gli pareva quasi non riguardasse nemmeno Bersani. Era un’idea che avrebbe preso forma parziale, continuamente mutevole, non legata ai risultati della squadra. L’Empoli avrebbe potuto fare i punti necessari a tenersi in linea di galleggiamento, o piuttosto sprofondare giù in classifica, e in entrambi i casi Il Progetto poteva essere in buona fase di sviluppo o in via di ripensamento. I giocatori potevano dare il massimo o essere messi a margine della squadra e pronti a essere sostituiti da altri. E anche i sostituti sarebbero passati nel Progetto. Poi sarebbe andato via anche Bersani, divorato dallo stesso mostro che lui aveva allevato e fatto crescere: Il Progetto.

Ma che cazzo c’entrava tutto questo col pallone? Nedo ebbe la tentazione di rallentare la corsa e mettersi in coda al gruppo a vedere se il mondo attorno fosse ancora al suo posto, o se non fosse cambiato in misura grande quanto aveva percepito durante quella mezz’ora di corsa. Non lo fece perché non voleva dare l’impressione di essere fra quelli tornati imbolsiti dalle vacanze. Né gli andava di essere il primo a mostrare segni di cedimento davanti al nuovo allenatore. I dubbi si moltiplicavano. Cosa pensavano in società del Progetto? Almeno loro sapevano in che direzione volessero andare? E con quali uomini, e per quanto tempo, e con che obiettivi?

Ripensò a un’intervista rilasciata ai primi di luglio dal presidente Magno alla Nazione. Il presidente parlava di una società che voleva entrare in una fase nuova, andare oltre la provvisorietà di risultati. Lì per lì Nedo intese che l’obiettivo fosse quello di costruire una squadra più competitiva, capace di salvarsi con meno affanni. Ripensandole in quel momento, Nedo trovava tutt’altro significato nelle parole del presidente. Il riferimento alla fase nuova e all’andare oltre la provvisorietà dei risultati, evidentemente, era la premessa del Progetto.

Ma cosa stava succedendo? Una parola diabolica stava corrodendo come un virus tutte le cose date per scontate. E altre parole diaboliche erano pronte a irrompere nel territorio del parlare semplice non più protetto da argini. Parole che aveva letto durante la settimana di vacanza a Cecina: intensità, cultura del gioco, lettura delle situazioni difensive, applicazione. E furore agonistico, valori morali, spirito di gruppo, mentalità. Dov’era in tutto ciò il pallone, e la necessità di sbatterlo nella porta avversaria o tenerlo il più possibile distante dalla propria? Erano parole; parole che parlavano di parole, e rimandavano a altre parole.

Sì, aveva visto giusto quando aveva detto al Merli che Bersani parlava di parole. E cominciava a valutare in modo diverso le sfuriate che il procuratore aveva fatto nei mesi precedenti a proposito del fanatico e dei suoi seguaci. Il nuovo allenatore dell’Empoli aveva proprio i connotati descritti da Merli quando parlava della banda dei sacchiani. Gente che parlava di calcio come dovesse predicarlo, e attraverso il calcio dovesse predicare un sistema di valori morali e un metodo di condotta quotidiana. Soprattutto, gente che sapeva parlare di tutto ciò, capace di rendere affascinante ciò che diceva benché nulla dicesse. Era proprio il fascino la cosa decisiva. Esattamente come la parola Progetto. Che diceva nulla, ma catturava l’attenzione e suscitava il fascino necessario a distogliere l’attenzione dal nulla che la parola diceva.

Allo scoccare dell’ora di corsa Germano Rota soffiò perentoriamente nel fischietto. Il gruppo si sgretolò come se il suono ne avesse sciolto il collante. Alcuni si fermarono di colpo portandosi le mani ai fianchi. Qualcun altro continuò per qualche metro in souplesse per forza d’inerzia, lasciando che il moto del corpo si smorzasse. Nedo andò avanti per una ventina di metri, fin quasi a fondocampo. Non si sentiva stanco, era pronto a continuare per un’altra mezz’ora e poi ancora un’altra. Avrebbe voluto darci dentro subito e affrontare le sue paure a viso aperto. Purtroppo erano quelle paure a non mostrarsi a viso aperto, nascondendosi dietro parole che parlavano di parole. Da stopper, era abituato a identificare un avversario e a battersi con lui per tutta la partita, e che poi fosse la contesa a stabilire un vinto e un vincitore. Quella mattina Nedo non riusciva a identificare l’avversario, e il compito, e i termini del duello. Fu in quell’istante che cominciò a chiedersi se un duello fosse ancora possibile, e se lui fosse ancora un duellante.