Le lingue perdute dell’India (l’Unità, 20 agosto 2013)

Cari amici, pubblico con qualche giorno di ritardo questo mio articolo uscito sulle pagine dell’Unità. Buona lettura.

 

La lingua è potere. Lo sa chi governando impone il proprio codice omologante del discorso e dell’espressione, ma soprattutto lo sconta chi si vede imbrigliare la facoltà di dire attraverso l’inibizione delle proprie “parole per dirlo”. E certo ha a che fare con le asimmetrie nei rapporti di potere fra caste e gruppi etnici la moria di lingue registrata in India nell’ultimo mezzo secolo. In uno dei paesi al mondo che come pochi altri si è approssimato al mito di Babele, si è registrata la scomparsa di 220 fra lingue e dialetti locali nel giro di cinquant’anni. È quanto emerge da uno studio pubblicato dal “Bhasha Research and Publication Center”, un istituto di ricerca con sede a Vadodara nello stato del Gujarat. Secondo i ricercatori del Bhasha (termine che in molte delle lingue interne all’India comunica una varietà di significati, fra loro semanticamente collegati, quali “lingua”, “discorso”, “definizione” e “voce”), il paese ha già perso il 20% delle sue lingue locali. Tale è lo scarto che emerge dal raffronto fra il censimento linguistico del 1961 e quello avviato nel 2011 e concluso nei mesi scorsi. Il People’s Linguistic Survey of India informa che delle 1.100 lingue censite nel 1961, 780 sono state rintracciate e un altro centinaio risulta a rischio. Ne mancano all’appello 220, date per estinte. Un patrimonio culturale, ma anche di biodiversità, sperperato con grave danno identitario.

È su quest’ultimo aspetto che si appunta la denuncia di Ganesh Devy, co-coordinatore della survey condotta dal Bhasha e autore del rapporto attraverso cui è stata resa nota la moria di lingue locali. Devy, che è un 63enne accademico ex docente d’inglese convertitosi alla causa delle lingue e narrative subalterne, ha registrato con sconforto la moria, illustrandone poi le principali cause a un cronista di The Times of India. A suo giudizio, la maggior parte delle lingue condannate a morte appartiene alle comunità nomadi (3-4% della popolazione indiana), sparpagliate in piccoli gruppi lungo il vasto territorio del paese. E a risultare determinanti per l’espulsione darwiniana di tali idiomi sono le condizioni di vita quotidiana e le posizioni marginali vissute dalle comunità in questione. È lo stesso Devy a specificarlo: “Le principali ragioni per la scomparsa di queste lingue sono una mancanza di riconoscimento da parte delle autorità, il continuo spostamento da un territorio all’altro cui sono costrette le comunità che le parlano, la mancanza della possibilità di parlarle nella vita quotidiana, e l’effetto-stigma che porta i parlanti di queste lingue comunitarie a essere etichettati come sottosviluppati riguardo alle competenze linguistiche nell’uso della lingua ufficiale”.

Ciò che di maggiormente interessante emerge dalle tesi di Devy è la peculiarità del campo linguistico indiano e dei meccanismi di selezione attraverso cui è regolato. In condizioni ordinarie, un sistema culturale circoscritto dai confini di uno stato-nazione provvede a disciplinare – e, al limite, sterilizzare – le diversità interne attraverso operazioni d’ingegneria simbolica il cui obiettivo è l’omogeneizzazione. Nel contesto di queste operazioni è proprio la lingua il volano principale. Le operazioni di omogeneizzazione linguistica sono l’elemento propulsore dei processi di nation-building, e il loro successo dipende dalla capacità di circoscrivere e stigmatizzare dialetti e parlate locali. Il che vale anche per i paesi in cui vige il plurilinguismo: in essi esiste un numero limitato di lingue ufficiali oltre il quale ogni altro codice linguistico si riduce a fenomeno più o meno periferico. Ma il caso indiano dice altro. Nello stesso articolo di The Times of India si dà notizia di come il Censimento Ufficiale del 1971 (dunque, dieci anni dopo quello in cui venivano conteggiati nel paese 1.100 idiomi) riconoscesse ufficialmente soltanto 108 lingue. Il criterio utilizzato in quell’occasione per stabilire quali idiomi potessero aspirare allo status ufficiale di lingua consisteva nel fatto che essi risultassero parlati da almeno 10.000 persone. Un criterio rozzamente numerico, che ha fatto mancare alle lingue escluse il primo dei requisiti di sopravvivenza indicati da Devy: quello del riconoscimento. E certo per il governo indiano d’allora, alla guida d’uno stato e d’un popolo d’ancora recente indipendenza (1947, dunque meno d’un quarto di secolo), si trattava di sperimentare un’ardua mediazione fra la nazionalizzazione linguistica e la necessità di preservare un’ineliminabile complessità interna. Dunque, la scelta di penalizzare le minoranze linguistiche più marginali dovette sembrare una buona soluzione di compromesso. Ma poi, come spesso succede, lo scarto fra gli esiti pianificati e quelli reali ha inciso nel profondo, minando alcune identità interne alla complessa società indiana.

Per una lingua la mancanza di riconoscimento significa dover affrontare una repressione soft, costituita da una serie di ostacoli non coercitivi ma comunque insuperabili. E una condizione del genere si rivela tanto più drammatica se si presenta in un paese vasto e attraversato da fratture interne consolidate qual è l’India. Allo stigma stratificato socialmente s’aggiunge quello istituzionalizzato attraverso gli “oggettivi” meccanismi dello stato moderno.

La scomparsa di una lingua è a tutti gli effetti un culturicidio. Perché assieme a essa svanisce un patrimonio fatto d’identità e memorie orali non più tramandabili né traducibili. È ciò che l’India registra con sconforto a 66 anni dall’indipendenza. Lo fa nei giorni in cui scopre d’essere una potenza economica e culturale globale. E adesso che i numeri si sono fatti rilevanti l’opinione pubblica comincia a preoccuparsi. Troppo tardi, forse. Anche per scoprire che già nel 2010 un rapporto dell’Unesco inseriva nella lista delle lingue a rischio nel mondo ben quindici idiomi tribali dell’India:  Bodo, Dimasa, Hmar, Karbi, Mizo, Angami, Baitei, Deuri, Khasi, Kabui, Koch, Ao, Konyak, Metei and Mech. Tutti dati in via d’estinzione, mentre Bollywood proietta in giro per il mondo l’immagine di un’India al passo col tempo nuovo della globalizzazione.

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