Photoshot – Sentire sulla pelle la ferita della Quercia (Repubblica Firenze, 31 agosto 2014)

La Quercia delle Checche

La Quercia delle Checche

 

 

Non è semplice farlo capire a chi in Valdorcia non c’è mai stato. O c’è passato in modo talmente distratto da non scorgere la Quercia delle Checche lungo la strada che porta verso Contignano. E forse le parole che vado a dire potrebbero suonare eccessive pure per qualcuno fra quelli che al cospetto di tale opera d’arte della Natura ci si sono trovati, ma hanno creduto di scorgervi l’ordinario. Infatti non è a costoro che mi rivolgo. Preferisco parlare a chi davanti a quella meraviglia è rimasto incantato, e perciò non può non avere provato la stessa mia sensazione vedendo questa foto. Come una sofferenza fisica per contagio, una devastazione corporea condivisa. La sensazione di un attimo, ma dentro quell’attimo il dolore d’un colpo di machete che s’abbatta sotto l’ascella. Perché chi ha familiarizzato con quel monumento all’eternità, e di volta in volta ha scoperto d’essere soltanto parte infinitesimale d’un pellegrinaggio che dura da un tempo di cui si perde memoria, avverte l’enormità dell’accaduto. E sente gli occhi inumidirsi senza provarne vergogna, perché non c’è vergogna nel penare per qualcosa che c’è caro. Come la Quercia delle Checche, che è cara a chiunque sia stato a sentirla almeno una volta. O abbia fatto un gesto ancora più intimo provando a abbracciarla quasi fosse una Grande Madre, nonostante sapesse che per cingerne il tronco immenso bisogni essere almeno in cinque. Un gesto molto meno eccentrico e infrequente di quanto si creda, così come tanti altri gesti di tenerezza compiuti dai visitatori verso quel gigante muto. Che gesti del genere li ispira perché viene percepito come un essere vivente ibrido, posto sulla linea di confine tra il regno vegetale e quello animale. Forse eredità di un tempo in cui la separazione fra i vari domini del vivente non era avvenuta. Certamente il residuo di un’éra remota che attraverso il respiro silente incute il senso del rispetto verso il tempo storico del mondo e tutte le sue stratificazioni. Lo sa chiunque abbia carezzato uno di quei rami giganteschi, talmente piegati dal peso dei secoli da arrivare quasi a poggiarsi a terra ma senza toccarla, come in una traiettoria asintotica. La corteccia dalle placche giganti pare la pelle squamata di un dinosauro. Uno di quei dinosauri buoni che imparavamo a conoscere collezionando le figurine degli animali preistorici, applicandole alle sagome bianche numerate. Roba di qualche epoca fa, quando ancora non era arrivato Jurassic Park a far credere ai nostri figli che i dinosauri fossero soltanto i feroci Tirannosauri e i sadici Veloci Raptor. Invece carezzando quei rami e vedendoli ondeggiare lentamente, come rimandassero un segno d’affetto, si è sempre avuta l’impressione di toccare uno Stegosauro. Un dinosauro erbivoro nel pieno del suo pasto, e perciò da non disturbare troppo.

È stato bello carezzare quei rami giganteschi, Dico che lo è stato, perché chissà quando sarà possibile tornare a farlo. E soprattutto chissà quando, in chi ama la Quercia, si estinguerà il divieto d’approssimarsi auto-imposto per lasciare alla Grande Madre tutto il tempo che le serve a medicarsi la ferita. Il cartello posto ai margini dell’area delimitata dal nastro bianco e rosso diffida dall’avvicinarsi a causa del rischio che il grande ramo crolli, ma per quelli che col cuore intendono le mie parole quell’avviso è superfluo. E chi oserebbe mai farsi vicino alla Quercia dopo quello che è successo? A impedirlo non sarebbe certo un istinto di protezione dal pericolo, ma il senso del rispetto verso un dolore da guarirsi in solitudine.

E’ crollato il ponte, chi salverà Gallina? (Repubblica Firenze, 7 maggio 2013)

Cari amici, inserisco l’articolo con cui ho iniziato il mio viaggio fra gli “Spicchi di Toscana”. Buona lettura.

 

C’è un posto chiamato Gallina e da lì passa il 43° parallelo.

Sembra l’ incipit di un racconto grottesco, e invece è tutto vero. Gallina è una frazione di Castiglione d’ Orcia, una manciata di case sparse lungo la Cassia che segna l’ estrema propaggine sud della Valdorcia. Procedendo oltre si va verso Radicofani, e il confine fra le province di Sienae Viterboe fra le regioni Toscana e Lazio. E giusto a Gallina passa il 43° Parallelo, come avverte il cartello piazzato sul ciglio della strada. Pochi lo sanno, persino fra gli abitanti del senese. E chi lo scopre accoglie l’ informazione con una smorfia ironica: è da posti sperduti come questo che si misura la distanza dall’ Equatore? Da qualche mese se lo chiedono anche le poche decine di abitanti di Gallina. Guardando però a punti di riferimento meno distanti, e riflettendo su una condizione di sperdutezza che dallo scorso 28 novembre s’ è radicalizzata d’ improvviso. Quel mercoledì si verificò una piena dell’ Orcia. Che a dirlo si stenta a credere, pensandoa quanto invisibile sia il fiume da qualsiasi angolo della valle. E però di quando in quando succede, in modo talvolta devastante. Come quel giorno, in cui il fiume si portò via come fosse di compensato il ponte a due chilometri da Gallina. L’ ennesima ferita al territorio toscano, ma con una peculiarità: pochissimi sanno, nessuno ne parla. Enessuno s’ adopera per risanare lo squarcio. Nel bel mezzo della Valdorcia c’ è uno sprofondo che col cumularsi delle settimane e dei mesi prende lo statuto d’ una rovina. River Zero.

Immagine

Immagine

«Il problema non è stata la piena. Tante altre se n’ è avute e non avevano fatto di questi danni». Il signor Amerigo è l’ anziano e energico gestore della bottega piazzata giusto in prossimità della curva dove Gallina finisce. Affetta la porchetta per i panini con mano sapiente e parlando usa la saggezza di chi ne ha viste tante, e perciò sa quando l’ uso del pessimismo è motivato. «Il problema sono stati gli alberi. Una volta i fiumi venivano tenuti in ordine, gli argini venivano puliti. Adesso invece non lo fa più nessuno. E allora la piena, quando passa, si porta dietro tutto quello che trova. Il giorno della piena gli alberi si sono accumulati e hanno fatto da tappo al passaggio dell’ acqua. E purtroppo l’ acqua, quando arriva, non la fermi». Infatti quel ponte costruito nell’ ultima parte dell’ Ottocento non l’ ha fermata. Impossibilitato a farla defluire ne è stato spazzato via. Col risultato che Gallina, dal 28 novembre, si è vista cancellare il corridoio stradale più rapido verso le principali vie di comunicazione, quelle che portano verso l’ A1 e Chianciano Terme.

ImmagineImmagine

Certo, a Gallina si giunge anche percorrendo la Cassia. E per chi si trova in Valdorcia a godersi le meraviglie del paesaggio quella stradaè un acconto di paradiso: un morbido succedersi di curve e saliscendi da percorrere con la dovuta lentezza come su un toboga, mentre tutt’ intorno un arazzo orizzontale si distende a perdita d’ occhio. Gallina salta fuori giusto oltre il dosso in curva che costeggia il capannone del Consorzio agrario;e ogni volta che ci s’ approssima a quel punto cieco s’ ha la sensazione che dietro la curva ci sia l’ abisso. Ma per chi vive a Gallina tali suggestioni da turisti sono un orpello privo di senso. Importa che il crollo del ponte abbia cancellato la via più breve per raggiungere Gallina. E’ ancora il signor Amerigo a esporre i termini pratici della questione: «Facendo la strada del ponte erano solo tre chilometri per arrivare allo svincolo che porta a Pienza. Invece dalla Cassia sono undici chilometri, otto in più. E a farli andatae ritorno sono sedici. Per tutti gli operai in pausa pranzo, con la grìsi che c’ è, diventa troppo caro venire a mangiare qui. E infatti da quando il ponte è crollato la nostra clientela si è più che dimezzata». Un problema per lui e per i gestori delle altre attività commerciali di Gallina. Che in conseguenza di ciò vede messa a rischio non soltanto la propria economia, ma addirittura la propria storia. Il luogo dove passa il 43° Parallelo, infatti, si chiamava un tempo Osteria della Scala ed era una stazione di sosta per i viandanti che percorrevano la Cassia. Tale è rimasto fino a sei mesi fa, con tutti quei camion in sosta ai punti di ristoro – e dove fermano i camionisti v’ è certezza di buon cibo – . Dopo il crollo del ponte i bestioni della strada battono altre strade, ché per loro percorrere quel pezzo di Cassia sarebbe improponibile. E intanto i soli che s’ azzardano a percorrere i due monconi della strada cancellata sono i curiosi, per spingersi fino alle transenne e guardare le arcate del ponte franate sul letto del fiume. Come si trattasse del frammento di Statua della Libertà sul bagnasciuga, nella scena finale de “Il pianeta delle scimmie”. Un segno inquietante, per chi a Gallina spera di non essere stato definitivamente dimenticato.

ImmagineImmagine