La religione del file sharing

Non avrai altro dio all’infuori di te

Viviamo l’epoca delle religioni light, costruite attraverso operazioni di bricolage. Piccoli gruppi si trasformano in comunità fondative di un culto. E per farlo non cercano nemmeno la legittimazione in una mitologia esemplare, o di proiettare un’entità metafisica di riferimento al di sopra del gruppo e della sua natura terrena. Ciò che conta è elevare un oggetto allo stato di valore morale ultimo e organizzare un culto attorno a esso.

Così capita che anche una pratica, come quella del file sharing, possa diventare una religione. Da oggi lo in Svezia.

 http://www.bbc.co.uk/news/technology-16424659

Si chiama Kopimism, adattamento alla lingua svedese della formula copy me.

http://en.wikipedia.org/wiki/Missionary_Church_of_Kopimism

http://en.wikipedia.org/wiki/Missionary_Church_of_Kopimism

Verrà celebrata da una specifica chiesa, la Church of Kopimism, con un leader spirituale: Isak Gerson, studente diciannovenne di filosofia. Tre precedenti tentativi di far riconoscere lo status di religione al Kopimism erano andati a vuoto. Ma adesso che l’obiettivo è stato raggiunto, per gli adepti della chiesa sarà più agevole trovare protezione nelle violazioni delle leggi sul copyright operate attraverso le operazioni di file sharing. Potranno appellarsi al principio di libertà religiosa.

 

http://www.youtube.com/watch?v=9BlnBXf6Gks&feature=related

Il buio perfetto

Nei lunghi pomeriggi d’inverno cercare l’angolo remoto della casa. Quello più distante dalla strada e dai suoi rumori. Quello irraggiungibile dalle luci delle finestre. E lì stare a ascoltare il silenzio, dentro il grembo del buio perfetto.

Solo il suono del respiro a dare tracce di vita. E lì avere l’impressione di star dormendo. Ma è solo una pausa. Stand by. Poi purtroppo bisognerà ripartire.

http://www.youtube.com/watch?v=qYNuJb99X7M&feature=fvsr

Tornando a Oblivia

Come vi avevo annunciato nel precedente post, scritto dopo un lungo silenzio, riprende il mio cammino per Oblivia attraverso le righe di questo blog. Uno spazio che troppo a lungo ho trascurato, e che da adesso sarà ciò per cui era stato concepito: un laboratorio di idee, riflessioni, prove narrative, immagini, persino nonsense.

Potrei promettervi che l’appuntamento sarà quasi quotidiano, ma visti i precedenti preferisco non dirlo. Mi limiterò a farlo.

Buon 2012 a tutti.

I buoni propositi per l’anno vecchio

Riprendo questo blog dopo una pausa durata troppo tempo. Dovuta un po’ alla mole di cose da fare e scrivere, e molto alla pigrizia che le troppe cose da fare e scrivere generano come legittima ricompensa. Me ne dispiaccio, perché questo spazio dovrebbe essere la palestra delle cose migliori. Invece è diventato una stanza chiusa a chiave.

Riprendo quando manca un giorno alla conclusione del 2011. Giunti a questo punto dell’anno è d’abitudine guardare avanti, e stilare la lista dei buoni propositi per il futuro che parte dal primo gennaio. Un esercizio che non mi ha mai intrigato. Se proprio devo, preferisco consigliare a me stesso e a tutti voi di stilare la lista dei buoni propositi per l’anno vecchio.

A cominciare dalla promessa di non dimenticare mai quello che è stato. E di custodirne ogni momento con cura, cominciando da quelli più tristi. Di conservarne le malinconie come cose preziose, e i giorni privi di senso come qualcosa che un senso alla vostra vita l’ha dato. Tutto quanto collezionato assieme alle gioie, ovvio. Soprattutto quelle scaturite da dove non vi sareste mai aspettati. Quelle minuscole, che come conchiglie producono un suono potente all’orecchio che lo vuole ascoltare. Coltivate la memoria di questo anno che se ne va, come di ogni anno che vi siete messi alle spalle: è questa la vera ricchezza che possedete.

Buon 2011 a tutti voi. Quanto al 2012, ne riparleremo fra un anno.

Ritorno

Il blog tornerà presto a essere aggiornato.
Ciao amici.

Posso farti una domanda?

Chi ti chiede questo ti sta già facendo un`altra domanda. Non ti chiede soltanto la cosa che vuol sapere, ma ti interroga anche sulla tua disponibilità a rispondere a un interrogativo, senza nemmeno sapere quale sia. Ho sempre diffidato di chi mi chiede se può farmi una domanda.

Segreti

“Penso di potermi fidare di te”
“Pensi…”
“Si’, insomma… mi sembri uno che sa mantenere un segreto”
“Segreto? Non so. Un segreto e’ finche’ non viene detto”
“Una cosa non detta non e’ un segreto. E’ una cosa che non esiste”
“Strana idea la tua… Comunque, non mi hai confidato nessun segreto”
“Magari sto per farlo”
“E perche’? Mi conosci appena…”
“Gia’. Forse e’ questa la condizione ideale per rivelare un segreto. Dirlo a qualcuno che non ne rimarrebbe turbato”
“E per chi sarebbe ideale? Per te, forse…”
“Si’, pero’ e’ un gesto di fiducia verso te. Dovresti apprezzarlo”.
“Non te l’ho mai chiesta la fiducia. Hai l’abitudine a concederla in modo cosi’ facile?”
“Ma che palle sei! E io che pensavo fossi una persona che capisce…”
“Credo di essere una persona che capisce benissimo. Per questo preferisco non conoscere i tuoi segreti. Vuoi solo parlarne, dirli a te…”
“’Fanculo, stronzo!”
(La chat s’interrompe)

Piccole incomprensioni

Appena fuori dall’erboristeria, vicino casa. Una biondissima signora straniera con la biondissima figliola in eta’ da asilo.
La madre parla in una di quelle lingue dell’est europeo che al nostro orecchio suonano cosi’ ruvide. E ci fanno sembrare che un rimprovero pronunciato in quegli odiomi contenga un grado di severita’ più del normale.

Non capisco cosa la madre dica alla figliola. Ma il suo sguardo severo – espresso attraverso occhi che hanno il colore di un lago ghiacciato – e quel parlare iroso mi fanno sentire un’istintiva sollecitudine verso la bambina. Come ci fosse qualcosa di smodato nel rimprovero, senza che io sappia quale ne sia l’oggetto. Tornassi bambino, penso, non vorrei mai vedermi investire da un tono come quello.

Soltanto qualche istante dopo, fermo allo sportello bancomat. Alle mie spalle passano la stessa madre e la stessa figliola. La piccola va avanti, e insieme giocano con una loro filastrocca.

“And this one?” chiede la mamma.
“Bianco!“ risponde gioiosa la bambina.
“And this one?” continua la mamma.
“Verde!” ribatte ancora la bambina, con la stessa nota di letizia.
Forse un esercizio per far apprendere meglio alla piccola i primi rudimenti d’inglese imparati all’asilo.

Le vedo allontanarsi verso il semaforo di viale Calatafimi. Lente, complici.

Passiamo i giorni a farci ingannare dalle nostre false impressioni. E non metabolizziamo mai abbastanza la diversita’ degli altri, e i pregiudizi nostri.

Solidarieta’

Stamattina, stazione ferroviaria di Campo di Marte a Firenze.
Nello spazio che e’ al tempo stesso biglietteria e sala d’attesa erano seduti due uomini trasandati. Parecchio trasandati. Qualcuno li avrebbe definiti barboni, ma io non so cosa questo termine significhi. Attorno a loro, sacchetti con gli scarni effetti personali e una chitarra.
Uno dei due pareva molto inquieto e turbato. Impaurito. L’altro cercava di provvedere a lui. Gli stava vicino, poi e’ andato al bar tornando indietro con un bicchiere rosso di cartone griffato Coca Cola. Era pieno per tre quarti d’una bevanda fumante. Gliela passava, e intanto gli faceva un gesto d’affetto che non avevo mai visto: la mano chiusa e poggiata sulla fronte. E intanto gli diceva: “Ce la devi fare“. Quello quasi piangeva, ma non aveva nemmeno lacrime.
Penso avessero più o meno la mia eta’. Per un attimo ho pensato di fermarmi per chiedere se avessero bisogno di qualcosa. Ma sono andato via. Forse per non dare l’impressione d’impicciarmi. Forse per non sentirmi chiedere se non fossi io a avere bisogno di qualcosa.

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