Spicchi di Toscana – Mettersi tra parentesi a Quinciano (La Repubblica Firenze, 8 luglio 2018)

 

Quinciano

Dici le colline senesi e pensi a una delle eccellenze paesaggistiche mondiali. Un frammento di mondo il cui attraversamento è già una meta e non un passaggio, ciò che serve a far capire l’importanza dell’andare. Eppure anche in mezzo a questa sterminata meraviglia si può trovare dei frammenti di distonia estetica, come fossero mal riuscite variazioni sul tema. Succede così nel territorio intorno a Monteroni d’Arbia e Buonconvento, che pure contiene tesori di straordinario valore. Ma lì la bellezza si mantiene a altezza di colline. Perché a livello della strada pare di trovarsi innanzi a un trapianto di pianura modenese, con la campagna raccordata da un’urbanizzazione labirintica e il succedersi di capannoni. Fortuna che basta spostarsi dalla linea orizzontale, e rifugiandosi qualche decina di metri in su tutto muta. Si ritrova la strada bianca, e la suggestione della nuvola di polvere che attraverso il parabrezza posteriore crea l’effetto-dissolvenza e segna il ritorno a un ordine più domestico delle cose. E in quel frammento l’ordine domestico delle cose è la Via Francigena, che coi suoi riferimenti sta lì a ricordarci la profondità storica di queste terre. Lì si trova Quinciano, luogo d’attraversamento che però invita alla sosta.

È una frazione di Monteroni, ma rispetto al comune preesiste abbondantemente. E se ne rimane lassù come in disparte, come se a partire da un certo momento della sua storia sentisse soltanto un’ansia di nascondimento. Se tutto cambia così velocemente, cerchiamo di non farci notare per rimanere uguali a noi stessi. Per chi passa distratto, quel posto è solo un pugno di case sparse lungo la Strada delle Greppie, un pezzo di campagna senese come tanti. Chi invece non ha fretta d’oltrepassare, e cerca dei segni in ogni territorio frequentato, coglie in quel tratto notevoli pregi. A partire dalla Chiesa di Sant’Albano, ormai spoglia e avvicinabile soltanto dall’esterno, eppur intatta nella capacità di far sentire il respiro delle epoche passate. Da lì si può procedere costeggiando le case dalle mura in pietra, e senza perdere di vista il paesaggio che preannuncia la Valdorcia. Sono case che raccontano i ritmi silenti della vita quotidiana, intanto che le anziane del luogo s’incrociano a passo lento per le strade in pietrisco e riallacciano senz’altro premettere discorsi interrotti chissà quale settimana addietro. Non serve specificare da dove venissero le cose dette, né dirsi da quale punto si riprenderà al prossimo incrociarsi, intanto che le parole e i passi s’allontanano verso le opposte direzioni, e nell’aria rimangono i puntini di sospensione d’un dialogo in corso da intere esistenze.

Deve essere così per tutto, a Quinciano. Discorsi che non finiscono, virgolette e parentesi che rimangono aperte e agganciate a un filo invisibile. Come fossero appese a quelle mollette colorate che attendono il prossimo bucato e intanto cambiano la prospettiva sul paesaggio. Adesso vedi la coppia di cipressi in cima al poggio, che nel pomeriggio potrebbe nascosta dalle lenzuola matrimoniali della casa dirimpetto. Ché in questi frammenti di Toscana il confine tra pubblico e privato continua a essere evanescente, e la cosa migliore da fare è portare la vita di casa qualche metro fuori dall’uscio e lasciarla ossigenarsi in prossimità del vecchio lavatoio.

Quinciano

 

Quinciano

Chi vive quotidianamente la città, con le sue regole sempre più repressive in materia di decoro, avverte con gratitudine il senso di liberazione. E vien voglia di portarli a stendere qui, i panni banditi dai nostri balconi. Altri mondi, così lontani ma così vicini. E dato che la differenza è così netta, bisogna godersela nella pienezza fino a che si può. Sostando il più a lungo possibile sulla panchina piazzata a quel crocevia della Strada delle Greppie, giusto sotto il cartello stradale che indica Quinciano. Un luogo fuori mano, al quale giungi solo perché hai scelto di andarci. E potresti scegliere di andarci giusto per sedere su quella panchina. A chiudere parentesi che non ricordavi d’avere aperto.

 

QuincianoQuinciano

 

Come sempre, vi saluto con un brano musicale

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Spicchi di Toscana – Faltognano, il passaggio come destino (La Repubblica Firenze, 1 luglio 2018)

Con colpevole ritardo comincio a recuperare gli articoli della serie “Spicchi di Toscana”, pubblicati ogni domenica da La Repubblica-Firenze.

 

Faltognano

Come passare dentro a un letargo. È l’ora di pausa del primo pomeriggio ma potrebbe essere qualsiasi altra ora del giorno, e qualsiasi giorno d’ogni altra stagione, qui a Faltognano. Man mano che ci si spinge in alto le colline di Vinci perdono sofficità e cominciano a assumere il fascino ruvido dell’Appennino. Fermandosi e guardando in giù si ammira l’immenso arazzo della Toscana da cartolina, e pensando che fino a pochi minuti e chilometri prima si era laggiù ci si sente assalire dal senso di colpa dell’usurpazione. Si sarà speso tutto lo stupore, e il senso d’ammirazione, che il luogo pretende? O ci sarà comportati come si facesse parte di quelle torme di turisti mordi e fuggi, cui con tanta degnazione guardiamo perché passano innanzi alle bellezze storiche e architettoniche come costeggiassero le isole di uno shopping mall? Eppure questo interrogativo è già un segno. Significa che quella Grande Bellezza ce la si è lasciata alle spalle, che si è già diretti altrove. E che il viaggio è fatto del progressivo sfumare di luoghi e sensazioni.

 

Faltognano

Quassù a Faltognano la sensazione di avverte immediata. È ancora territorio di Vinci ma è già la premessa di altrove. Una delle stazioni di passaggio che permettono di lasciarsi la meraviglia alle spalle poco a poco, anziché fare esperienza del brusco distacco. Ma sarebbe errato pensare che questo luogo serva soltanto a ammortizzare. Esso è capace d’esprimere una bellezza tutta sua. Ma per coglierla ci si deve fermare, e proprio questa è la cosa più difficile. Perché Faltognano è un luogo liminale. Una soglia che cambia il paesaggio ma anche noi che l’attraversiamo. E poiché bisognerebbe anche capirle, quelle soglie, allora fermarsi è dovuto. C’è sempre tempo per andare oltre e c’è sempre un altro viaggio da compiere. Ma prendersi una pausa e perlustrare una linea di confine è un altro viaggiare, scoprire una mistica diversa dell’andare.

 

Faltognano

Così ci si sente lassù, in questo posto che ha come punti di riferimento la storica chiesa di Santa Maria Assunta e il gigantesco leccio ultracentenario diventato meta di un turismo di nicchia. Ma in verità è l’assenza di punti riconoscibili a costituire l’anima di Faltognano. Che inizia e finisce senza avvedersene, come tutti i luoghi nati ai fianchi delle vie di comunicazione e perciò destinanti a assistere ai passaggi. Dei mezzi e delle persone. Delle stagioni e delle epoche. E di questa contemplazione del passaggio si trova traccia fuori da quelle case le cui porte si spalancano sulla strada, e le cui finestre sono oblò sull’eterno movimento che si cristallizza in immobilità.

 

Faltognano

 

Faltognano

Sarà per questo che, aggirandosi per quei dintorni, si sente addosso un tempo rallentato. E anche un dovere di circospezione, e l’obbligo verso una non dichiarata consegna del silenzio. Si è in strada ma forse si sta già violando lo spazio privato di qualcuno, e allora la misura e il rispetto sono le cose minime dovute.

Si avverte tale dovere di non violare spazi altrui quando ci s’arrampica verso quel gruppo di case su un poggio, con un grande cortile interno che mescolando pietra e erba imprime sul viandante una scossa d’inattualità. Sì, certo che c’è lo spazio sufficiente a passarci con l’auto. Ma come si potrebbe? Sembra d’essere precipitati un paio di secoli indietro, e la cosa più preziosa è tenersi stretta quella sensazione mista di presente e passato remoto, di vita attuale e vita in flashback. Un contrasto che si avverte percorrendo altri angoli di Faltognano. Fra case ancora abitate e altre malamente abbandonate. E sedie, tante sedie per posarsi e nutrirsi del paesaggio di laggiù. Poggiate pure su una terrazza all’aperto, e ormai abbandonata a se stessa. Il pavimento in mattoni sbriciolato, e un carrello arrugginito a un angolo. Ma tavoli e sedie sono sempre lì, pronti a accogliere chiunque necessiti d’un istante di pausa. Ci si può anche fermare a Faltognano. E lasciarsi scorrere addosso un po’ di vita al ralenti.

 

Faltognano

 

E come al solito, ecco un branoo musicale che serva a darvi l’atmosfera…

 

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 1 Dilettarsi con l’esegesi

Con questo post avvio il recupero della trilogia di articoli con cui ho stroncato “La ferocia” di Nicola Lagioia. Gli articoli vennero pubblicati a ottobre 2014 da Satisfiction, e successivamente spariti dal web. Pochi mesi dopo il romanzo avrebbe ricevuto il Premio Strega 2015. Ciò che costituisce la sentenza di morte del premio medesimo. Questa versione degli articoli contiene anche alcuni passi che dalla versione pubblicata su Satisfiction erano stati tagliati. Per esempio, quello sulla lezione di dottorato e l’esegesi veterotestamentaria. Ultima annotazione: da oggi si ricomincia con le stroncature.  

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Nicola Lagioia in posa sexy

 

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Esercizi d’estenuazione. Capita prima o poi a ciascuno di volersi infliggere una prova stremante, e di farlo soltanto per rispondere a un’ansia di prestazione passiva che faccia da via per la fortificazione individuale. Ci si mette lì d’impegno e ci s’infligge pratiche dissipatorie innanzitutto della propria capacità di resistenza. Solo per vedere di quanta se ne dispone, e fino a dove ci si può spingere senza cedere. Ecco, per i cultori del genere “Esercizi d’estenuazione” vi propongo il must della stagione letteraria “Autunno-Inverno 2014-15”: la lettura di “La ferocia” di Nicola Lagioia, tomo della Einaudi esagerato in tutto. Nella quantità in primis: 411 pagine, quando 115-120 sarebbero state pure d’avanzo. Ma anche nella pretesa d’aver scritto il romanzo epocale, come con sprezzo del ridicolo si legge nell’ultimo frammento della quarta di copertina: “Mobile e intenso, ‘La ferocia’ è un libro che costruisce un mondo – il nostro”. E sì, sentivamo proprio il bisogno di libri mondi. Perciò mondiamoli, e per bene. Anche perché questo libro mondo lo richiede a causa del terzo motivo per cui è esagerato: il coro laudatorio privo di stecche, unanime quanto poche altre cose nel sistema dell’editoria italiana. Come l’assenza di stroncature per il libri di Uolter Veltroni, per esempio. E allora, almeno nel mio caso, l’esercizio d’estenuazione è dovuto.

Del resto ero già rodato dopo aver letto i precedenti tre libri di Lagioia, oscillanti nel giudizio di qualità fra lo scadente e il pessimo. Da questo punto di vista, “La ferocia” s’allinea. È un libro da 2,5 in pagella, ma non è questo a contare così come non contano i giudizi di qualità. Come al solito m’interessa la forma, guardo alla composizione del testo. E lì ritrovo il Lagioia di sempre, col suo stile che non sarà mai mondo. Perché l’immondo non si è fermato mai un momento, e quanto a ciò Lagioia è un instancabile globetrotter.

Il fatto è che Nicolino nostro privilegia uno stile neo-geroglifico portatore di sfide inattese per il lettore. E il punto è sempre quello: il lettore investirebbe risorse scarse come tempo e denaro se immaginasse di non dovere soltanto leggere un libro, ma anche decodificarlo? Ecco il problema. L’esercizio d’estenuazione dovrebbe essere volontario, non proditorio. Quando m’accingo a leggere, devo poter scegliere se leggere parole chiare e frasi dal senso immediato. Se al contrario voglio impiegare il mio tempo a fare kamasutra col testo, va bene: purché sia una mia scelta. E invece no, specie nel caso dei libri di Nicola Lagioia. La cui lettura mi fa sempre tornare in mente un episodio avvenuto ai tempi del Dottorato di ricerca in Sociologia Politica.

Successe che ci venne inflitta l’ennesima lezione su Max Weber, e pazienza. In fondo durante quel triennio dovetti sorbirmi pure di peggio, tipo una lezione di Gaetano Quagliariello (sì, proprio lui) sui movimenti giovanili dei partiti politici italiani nel periodo fra il 1948 e il 1953. Roba che fra colleghi dottorandi ci si doveva pungere reciprocamente con gli spilloni da balia per tenersi desti. Quella lezione su Weber venne tenuta da un sociologo della religione. Risparmio il nome perché davvero sarebbe ingiusto dare al ridicolo un’identità. Mi limito a dire che in un passato recente ha scritto alcuni articoli soporiferi per Il Foglio, e che pareva uscito da un film di Carlo Verdone. Vestito come un professore di Latino anni Settanta, usava rivolgersi ai dottorandi con il “loro” anziché col “voi”. Insomma, sprizzava un tanfo d’inattualità da intenerire. E invece di parlarci di Max Weber c’intrattenne due ore a raccontarci dei suoi titanici sforzi nel confronto coi testi di Max Weber. Manco fosse Friedrich Tenburck. Così lodandosi e imbrodandosi ci spiegò che per meglio approfondire la sociologia della religione weberiana aveva egli stesso provato il confronto diretto coi testi sacri, letti in lingua originale. E quel punto sparò la frase che da allora si è conquistata il podio nel mio personale Olimpo delle Cazzate: “Non so quanti di loro abbiano esperienza di esegesi vetero-testamentaria”. E come no?! Fin dai tempi delle scuole medie, tutti i pomeriggi finito di fare i compiti a casa, invece di scendere in strada per giocare a pallone con gli amici mi facevo due belle orette di esegesi vetero-testamentaria. M’appassionava soprattutto la versione in aramaico: libidine pura.

E pazienza se nel mondo dell’università italiana personaggi come quello di sopra girano liberi e sciolti. A ognuno la propria esegesi, purché sia attività volontaria. Il fatto è che la lettura di un testo di narrativa non dovrebbe richiedere un esercizio esegetico. Se m’infliggo due orette di esegesi veterotestamentaria è perché ho scelto di farlo. Altra roba è se mi ritrovo un testo in aramaico quando credevo di leggere un romanzo in lingua e stile potabili. Ebbene, proprio quest’ultima evenienza, l’aramaico a tradimento, coglie l’ìgnaro lettore quando decide di leggere i libri di Nicola Lagioia. Tutti, compreso l’ultimo, in cui la ferocia del titolo è quella che si riversa addosso al povero lettore, annichilito da una sterminata sequela di nonsense. Leggere quelle pagine è un continuo chiedersi: “Ma cosa voleva dire?”. E la serie comincia molto presto, a pagina 7, dove il libro-mondo ospita il primo frammento di puro aramaico:

Non era molto oltre la trentina, ma non poteva avere meno di venticinque anni a causa dell’intangibile rilasciamento dei tessuti che trasforma la sveltezza di certe adolescenti in qualcosa di perfetto.

 

Ecco, appunto: ma che vuol dire? “L’intangibile rilasciamento dei tessuti”, “la sveltezza di certe adolescenti”, e soprattutto quell’esercizio d’illogica iniziale: non era molto oltre i trenta, cioè era certamente oltre i trenta, “ma” non poteva avere meno di venticinque anni. Che razza di scruttura e mai questa? Se hai già asserito che la persona in questione è “oltre i trent’anni”, è pura tautologia sottolineare che “non può averne meno di venticinque”. Ci arriverebbe pure un gibbone, contando con le dita poggiate sul labbruzzo inferiore. Non c’è bisogno di sottolineare che se tua nonna avesse avuto le ruote non sarebbe stata bipede. Soprattutto, è sublime quel “ma”. Come se si dovesse segnare un passaggio di contrapposizione fra due termini dello stesso discorso. Peccato che la contrapposizione fra questi due termini non esista in punto di logica. Ha un senso dire “Oggi fa caldo ma piove (e dunque per contrapposizione il meteo non è così positivo come sembrerebbe)”, o “Oggi ho una fame da lupi ma sono a dieta (e dunque per contrapposizione devo tenere sotto controllo la fame e selezionare i cibi)”; e invece che senso ha dire “Oggi fa caldo ma non fa freddo”, o “Oggi ho una fame da lupi ma mangio tutto quello che mi pare”? Quei “ma” non c’entrano nulla, perché “Oggi fa caldo E DUNQUE non fa freddo”, e “Oggi ho una fame da lupi E DUNQUE mangio tutto quello che mi pare”. Sicché, tornando all’oscuro frammento lagioiano, in punta di logica la persona in questione “era non molto oltre la trentina E DUNQUE non poteva avere meno di venticinque anni”. E allora cosa diamine c’entra quel “ma”? Questioni d’esegesi, appunto. E di volerla fare anziché vedersela imporre proditoriamente.

Purtroppo il lettore se la vede imporre, eccome. E così si salta alle pagine 10-1, dove si trova il frammento che segue:

Il grossista aveva l’aria di chi è convinto di non avere superato il confine che taglia in due l’aspettativa di vita, né di correre il rischio di farlo.

Qualcuno mi decodifica il senso di questa frase? Innanzitutto: cosa vuol dire “superare il confine che taglia in due l’aspettativa di vita”? E come si taglia in due l’aspettativa di vita? E ancora, in cosa consistono le due parti tagliate? Qual è il loro quantum? Tagliare in due l’aspettativa di vita significa forse trovare il punto di mezzo “del cammin di nostra vita”? O significa “spezzare l’ottimismo verso l’aspettativa di vita e virare verso il pessimismo”?

Interrogativi su interrogativi, in cima ai quali se ne staglia uno a fare da capofila: ma come si può scrivere così male? E farlo con passione e perizia pari a quelle squadernate da Nicola Lagioia? Sono necessari uno zelo e una voglia di raggiungere l’obiettivo che tanto da vicino mi ricordano l’agente immobiliare interpretata da Annette Bening in “American Beauty”, quando dice a se stessa: “Oggi venderò questa casa”. E ci dà dentro a pulirla da cima a fondo.

 

Allo stesso modo immagino Nicola Lagioia che s’alza la mattina dandosi la missione del giorno: “Oggi voglio scrivere male, ma proprio male-male-male”. E da quel momento in poi si mette a vergare frammenti come quello di pagina 15:

Gli errori si erano accumulati nel vuoto spazio primordiale dove le biografie vengono scritte prima che il debole inchiostro degli eventi le renda attive e comprensibili.

E il vero prodigio sarebbe rendere “attivo e comprensibile” un frammento come questo, assegnargli una forma tirandola fuori da quell’indigesto mappazzone di parole spiaccicato su carta. Sarebbe utile, tanto più che in certi passaggi del libro i frammenti come quello di sopra si avvicendano a ritmo serrato, senza nemmeno dare il tempo al povero lettore di metabolizzare il precedente. Per esempio, ecco una sequenza da sterminare i neuroni. A pagina 21 si legge:

Alto e abbronzato, in abito di lino tagliato su misura, stringeva tra le labbra una smorfia soddisfatta che nessun sarto avrebbe ricondotto a una tradizione più vecchia di dieci anni.

Ma di cosa parla? Cosa dice? Il sarto taglia non soltanto i vestiti ma anche le smorfie? E purtroppo il nostro “voglio scrivere male, ma male-male-male” quella mattina doveva essersi fissato col tema “Moda & Eleganza”, come dimostra il passaggio che si legge soltanto due pagine dopo:

Giacca e pantaloni ricadevano nel facsimile dell’eleganza, un volontario passo indietro rispetto a quella vera ma solo per farle strada.

Anche a chi non ne avesse intenzione tocca fare esegesi. E come se non bastasse, fra i due estratti appena riportati ce n’è un altro non meno esiziale, anch’esso piazzato a pagina 23:

I loro volti godevano di uno speciale rilasciamento [e ancora con ‘sto rilasciamento!, ndr], l’apparente ebetudine dei privilegiati in cui Vittorio ritrovava una ulteriore forma di intelligenza. Nessuna traccia del foglio metallico che annerisce sottopelle a causa dell’attrito con il mondo.

E già, il romanzo mondo che del mondo valuta persino l’attrito. Per poi guardare pure alla sfera dell’oltremondano, come suggerisce il frammento piazzato alle pagine 34-5:

Era uno splendido pomeriggio fuori stagione dei primi anni Novanta, uno di quegli avanzi che l’estate ripone in uno spazio oltremondano per evitare alla temperatura di salire troppo.

Ma cosa volevi dire, Nicolino? E quanto bene volevi al tuo lettore, mentre gli confezionavi un testo come quello pubblicato alle pagine 38-9? Di sicuro, se esso fosse stato mandato per posta elettronica sarebbe finito nella casella antispam, assieme alle offerte del Cialis e alle proposte d’affettuosa amicizia femminile tradotte da Google Translate:

Ecco il problema di Ruggero: la concrezione di pazzi con cui la sorte voleva distoglierlo dall’unica attività che lo avrebbe reso libero, il tasto su cui battere fino a quando la particola di follia che in linea retta alimentava anche lui fosse diventata un nudo anello che non trasmette niente, lo studio, lo studio fanatico della medicina a cui si dedicava senza perdere un attimo.

Micidiale, tanto quanto la doppietta piazzata a pagina 40:

 

Avrebbe dovuto superare il dislivello tra lo strazio e la simulazione dello strazio con cui si stava confrontando ora

Tutta la sua vita era stata una crescita equipollente di fortuna e minaccia.

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Siete già annichiliti? Dilettanti! Quanto fin qui ho riportato è contenuto soltanto nelle prime 40 pagine, cioè nel primo dieci per cento scarso di “La ferocia”. C’è tutto un altro novanta per cento abbondante da infliggersi e passare a esegesi, nel caso che “loro” non avessero ancora capito. E bisogna fortificarsi per affrontare tutto ciò che segue. Per esempio, a pagina 49 si trova un frammento che sembra scritto dal peggior Massimo Bisotti:

Dare all’amato ciò che non si ha e ritrovare nel nulla che si riceve il troppo che non sarà ricompensabile.

Non vogliategli del male, è fatto così. Dove l’acqua è pura lui la intorbida affinché facciate il sano sforzo di ri-filtrarla. Per esempio, se deve dire che i popolini del Sud annichiliscono la lingua italiana rendendo controproducente lo strumento principale per l’unificazione culturale del paese, esprime così il concetto (pagina 61):

Per trovare il tono giusto provò ad attingere dai colleghi delle passate generazioni, quelli che aprivano talmente male le vocali da scuotere l’Unità del paese con lo strumento che avrebbe dovuto stringerle il collare.

La lotta per afferrare un senso si fa titanica col procedere della lettura, continuamente ostacolata dalla fioritura dei nonsense. A pagina 67 si legge:

Ogni tanto, tra le rughe che circondavano gli occhi dei presenti, pulsava un fastidio privo di abrasioni.

Ma sì, il fastidio è abrasivo quasi quanto la lettura di “La ferocia”. E non meno abrasivo è il frammento di pagina 81, quello con cui chiudo la prima puntata del nostro viaggio dentro l’ultima opera del nostro Radical Flop. La chiudo perché sarebbe un eccesso piazzare dentro questa prima puntata tutti i frammenti meritevoli di menzione. E io, al contrario di Lagioia che pretende d’aver scritto un romanzo mondo e spamma 411 pagine quando 115-20 sarebbero state d’avanzo, una misura me la do. Tutti gli altri frammenti del genere “ma cosa voleva dire?” verranno distribuiti nelle puntate successive, quando “La ferocia” verrà analizzata a partire da altri motivi. Però è giusto chiudere in bellezza. Lo faccio col passaggio presente a pagina 81:

Clara impallidì. Poi si accigliò. La forzatura consentì a Pascucci di vederla – l’ombra di una ferita – come avrebbe iniziato a mostrarsi di sua spontanea volontà se solo lui avesse avuto più pazienza. L’estorsione di un anticipo già ridotta a saldo.

Cosa voleva dire Nicolino? E soprattutto, cosa vorreste dirgli voi dopo aver letto tutto questo?

(1. continua)

 

(E come sempre, dopo avervi dispensato tanto orrore letterario, provo a ristorarvi l’anima con uno splendido brano musicale)

 

A marzo 2018 in libreria

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“Nedo Ludi. Il ritorno” (Capitolo 12, anteprima)

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” (…)  In questo momento sto bene così Nedo, davvero. Durante questi mesi ho riflettuto molto. Su di noi, ma soprattutto su di me. E ho capito che tante cose non andavano. Ci siamo amati davvero, no?”.

Ma certo. Perché me lo chiedi?”

Perché ne sono convinta pure io. Che ci siamo amati fino a un giorno prima che tutto succedesse. Però poi quando è successo non abbiamo provato nemmeno un attimo a salvare il nostro amore. Come se tutto si fosse già consumato, e noi ne avessimo preso coscienza separatamente. Di tutto quanto, è questa la cosa che più m’inquieta. Perché finisce così un amore?”

Nedo rimase travolto da quelle parole, attanagliato un’altra volta dall’incapacità di rispondere. Nella sua decisione di prendere la propria strada c’era qualcosa d’altro, diverso dalla fine del loro amore. Ma non riusciva a dirlo a Eleonora, perché nemmeno lui sapeva ancora cosa fosse. Il pensiero correva sempre a quel pomeriggio di marzo, al ragazzo entrato nel bar un sabato pomeriggio, e allo sconvolgimento che l’aveva catturato da allora.

Questa domanda mi ha levato il sonno per settimane, Nedo – riprese lei –. E bada che non ne sto facendo una colpa a te. Anch’io, quando è successo, non ho trovato nulla di meglio che chiudere la nostra storia e dividere la nostra famiglia. Mi chiedo ancora come ci si fosse arrivati a questo. Poi man mano ho recuperato tranquillità. Non ho ancora trovato le risposte, però adesso le cerco con meno affanno. E per questo ho bisogno di stare ancora da sola. Per molto tempo”.

Tempo” sussurrò pensieroso Nedo. Che adesso invidiava Eleonora. Lei un suo percorso lo stava compiendo, e dentro il dolore c’era passata senza paura. E lui, invece? Cosa stava facendo? Era una questione di tempo?

Sì, tempo – disse lei, e finalmente il sorriso era quello dei giorni radiosi –. Sai, da qualche parte ho letto una frase bellissima. Non ricordo dove, ma mi è rimasta impressa. Diceva che il tempo è per il dolore come l’acqua del mare che smeriglia il vetro: arriva il momento in cui puoi tornare a maneggiarlo senza rischiare di ferirti ancora”.

Il mio nome è Nedo Ludi, capitolo 7

Cari amici, il prossimo 13 luglio Nedo Ludi tornerà in libreria. In un volume unico edito da Clichy saranno compresi “Il mio nome è Nedo Ludi”, pubblicato nel 2006, e l’atteso sequel “Nedo Ludi. Il ritorno”. Ripubblico uno dei capitoli del primo libro. Buona lettura.

 

 

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Il giorno dopo erano tutti a sudare su un campo verdissimo della Valtellina. I 22 giocatori convocati da Claudio Bersani seguivano in gruppo il nuovo preparatore atletico, Germano Rota. I convocati si presentarono tutti, nessuno tardò, e già alle 11,30 la lista era completa: i portieri Miglioccaro e Romualdi; i difensori – oltre a Nedo – Favrin, Vascotto, Vrenna e Bonazzi; i centrocampisti Monaldo, Piras, De Luca, Rinaldi e Holzmann; e gli attaccanti Reinaldo, D’Alessandro e Renzi. A loro si aggregò un sostanzioso gruppo di giocatori della Primavera: il portiere Sarni; i difensori Natali e Fiumi; i centrocampisti Mastrantonio e Cecchini; e gli attaccanti Magnani e Verricelli.

Era la prima volta che in ritiro andavano così tanti giocatori, con ben 7 dalla Primavera. Se il nuovo mister voleva dare un segnale, c’era riuscito. Non c’erano gerarchie, tutti potevano essere utili e nessuno indispensabile. Soprattutto, stava per essere plasmata una squadra completamente nuova nella filosofia e nell’impostazione. Una buona riserva di forze fresche sarebbe servita. Bersani si presentò alle 11 in punto. Era esattamente come Nedo l’aveva visto nelle foto. Un uomo che portava molto bene i suoi 42 anni, asciutto nel suo metro e 80, con una capigliatura mora molto più folta di quella di Nedo. Si videro a distanza, si riconobbero, si andarono incontro dandosi una stretta di mano molto formale. Parole, il giusto. Poi Bersani raccolse il bagaglio e salì in camera.

Nedo sbuffava a metà del gruppo, e il ritmo regolare dei passi scandiva i pensieri che aveva lasciato sedimentare dal giorno precedente. Era stato un primo giorno di ritiro come tanti altri. Alle 12,30 il nuovo allenatore radunò il suo staff composto, oltre che da Rota, dall’allenatore in seconda Maggiani e dal fisioterapista Vendramin. Bersani non aveva voluto un allenatore dei portieri, non ritenendo fosse una figura indispensabile. In cambio aveva chiesto che la società mettesse sotto contratto uno psicologo. Dalla società gli risposero che non se ne parlava, ma la questione non era chiusa. C’era da giurarci che il nuovo tecnico sarebbe tornato alla carica, sottolineando che c’era un progetto da realizzare e la società dovesse mettere lui nelle migliori condizioni per farlo.

Progetto.

Quella parola rimbombava ossessivamente nei pensieri di Nedo. Nel primo discorso che Bersani tenne ai convocati Il Progetto ricorse in modo ossessivo. Gli pareva di sentirlo pronunciare proprio così, con le maiuscole. Come se si stesse parlando di un’entità divinizzata, di una verità mitica da rivelare nel corso della stagione. L’Empoli 1989-90 era un progetto, la squadra era un progetto, il gioco era un progetto, il gruppo era un progetto, il campionato da disputare era un progetto, e tutto quanto era Il Progetto.

<Cosa cazzo sarà ‘sto progetto?> sussurrò Nedo a De Luca nel bel mezzo del discorso di Bersani. La voce era bassa abbastanza da non far sentire cosa fosse stato detto, ma non da impedire d’essere percepita. Tanto che Bersani interruppe per un attimo il monologo, proiettando lo sguardo verso la parte della sala in cui si trovava Nedo. L’allenatore non aveva capito chi fosse stato a molestare il suo discorso, ma il gesto carbonaro con cui Nedo portò la mano davanti alla bocca e riprese assorta attenzione risolse immediatamente l’interrogativo. Bersani impiegò un altro quarto d’ora per concludere, e ricevette dal gruppo dei giocatori un applauso nel quale a Nedo parve di riscontrare un entusiasmo maggiore di quanto s’aspettasse.

Non capiva cosa ci trovassero i compagni di così avvincente. E però non c’era ruffianeria in quell’applauso. Li aveva davvero conquistati Bersani. A Nedo pareva invece confermata l’impressione che aveva ricavato dalle interviste: quell’uomo parlava di parole. Sì, lo faceva bene e affascinava quanti lo ascoltavano. Era questo il suo segreto. Ma analizzando ciò che diceva, cosa c’era mai di così affascinante e memorabile? Nedo ebbe la tentazione di girare la domanda al suo compagno di camera. Che dopo quattro anni non era più Augusto Necci, ma Diego Favrin. Si astenne dal parlargliene perché quell’allampanato bassanese magnagatti era stato uno dei più entusiasti nell’ascoltare le parole di Bersani. Prima di intavolare certi discorsi è bene scegliersi con cura gli interlocutori.

Nedo sentiva scandita nella mente, tronca e ritmata dai passi da mezzofondista che scaricava per terra assieme al gruppo, la parola-chiave dell’Empoli di Bersani: Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét.

Era forse lui a non capire, a non essere in sintonia? Si chiese anche questo, e subito rispose che no, il problema non stava dentro di lui. Era proprio che quell’uomo parlava un linguaggio alieno, e che tutti si sforzavano di capirlo tranne lui, Nedo. Che continuava a farsi rimbalzare nella mente quella parola: Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét.

Cosa mai è un progetto nel calcio?, si chiedeva. E cosa mai avrebbe dovuto fare lui per essere funzionale al progetto? Si guardò intorno, pensandosi come qualcosa di diverso dal gruppo che correva dietro Rota, un 50enne bergamasco dal fisico esile e i capelli tinti d’un nero corvino. Gli interrogativi cominciarono a sciogliere il ritmo sincopato “Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét” che nell’ultimo quarto d’ora aveva gli occupato la mente. Tutti quelli che lo circondavano in gruppo erano un progetto? Quanta parte ciascuno di essi aveva nel Progetto? E ognuno di loro era a sua volta un progetto? Poco a poco Nedo si accorse come una semplice parola, Progetto, stesse smontando tutte le sue certezze. Sì, lui non era mai stato abile con le parole. Ma in nessun caso quella scarsa familiarità l’aveva spinto alla diffidenza verso il parlare. Aveva studiato poco, e fin lì quel poco gli era bastato per districarsi in un mestiere che richiedeva anche un discreto impegno comunicativo. S’era pure fatto un’idea su tutta la questione. Un’idea rudimentale, ma sufficiente a rendergli domestico il rapporto con le parole. Per lui c’era un mondo dei discorsi diviso in due: una parte semplice e una parte complessa. In ogni ambito era possibile fare discorsi semplici e discorsi complessi, e i due tipi di discorso non erano in conflitto. Era così nel calcio. I discorsi complessi toccavano ai giornalisti, ai commentatori, e a quegli intellettualoidi che ci vedevano sempre qualcosa dietro. I discorsi semplici erano quelli del campo e riguardavano i giocatori, gli allenatori, gli staff tecnici.

Così l’aveva sempre vista Nedo: giocare, allenare e allenarsi, preparare tatticamente una partita e mettere in pratica le direttive, tutto ciò faceva parte del parlare semplice, di quella parte di mondo del calcio in cui le parole non gli trasmettevano diffidenza. Perché a ciascuna di esse corrispondeva una cosa. Marcare era una parola che corrispondeva a una cosa. Salvarci era una parola che corrispondeva a una cosa. Attacchiamo, difendiamoci, stendilo, teniamo palla, buttala lontano quando in due ti arrivano addosso erano parole che corrispondevano a delle cose. Invece all’improvviso era bastata un’altra parola per demolire l’equilibrio che Nedo aveva costruito fra parlare semplice e parlare complesso. Gli era stato sufficiente sentir pronunciare il termine Progetto per scorgere come tracce di complesso stessero contaminando la parte semplice del mondo calcistico. Quale cosa corrispondeva alla parola Progetto? Nulla che Nedo riuscisse a scorgere, nulla che i suoi compagni in gruppo fossero in grado di afferrare oltre la volontà di compiacere il loro nuovo allenatore. Chissà se anche in quelle teste che vedeva ondeggiare davanti a sé, come le foglie di un albero battuto dal maestrale, fosse scandito lo stesso ritmo – Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét – che aveva accompagnato i suoi passi.

Che poi, rifletté Nedo, il problema non era la parola in sé ma l’uso che Bersani ne aveva fatto durante tutto il discorso del giorno precedente. Il nuovo allenatore parlava di progetto di gioco, progetto di squadra, progetto predisposto con la società. E gli obiettivi? Il progetto di una casa è costruirla; e alla fine si valuta dal risultato se quel progetto sia realizzato o no. Ma per la stagione 1989-90 qual era il Progetto dell’Empoli? Al primo giorno di ogni ritiro dei precedenti tre campionati di serie A si sapeva che s’aveva da salvarsi. Era un progetto, quello? Mah! Di sicuro era un risultato chiaro. Se un campionato è un progetto, le tre salvezze consecutive dell’Empoli erano tre progetti riusciti. E fin qui tutto filava. Il problema era che Bersani aveva usato la parola Progetto in modo molto più vago. Cosa intendeva per progetto di squadra? Per come Nedo la interpretava, quella formula rimandava all’idea di un cantiere aperto. Come può una squadra essere un progetto senza che le venga indicata una meta? Era Il Progetto qualcosa che doveva favorire la creazione di una squadra, o era la squadra che doveva affannarsi a rincorrere Il Progetto? E se l’obiettivo del Progetto non era il risultato, cos’altro poteva essere?

In quella confusione le idee di Nedo cominciavano a chiarirsi. Per come lo vedeva, il Progetto di Bersani era qualcosa che non riguardava il campionato, né i giocatori, forse nemmeno l’Empoli. Gli pareva quasi non riguardasse nemmeno Bersani. Era un’idea che avrebbe preso forma parziale, continuamente mutevole, non legata ai risultati della squadra. L’Empoli avrebbe potuto fare i punti necessari a tenersi in linea di galleggiamento, o piuttosto sprofondare giù in classifica, e in entrambi i casi Il Progetto poteva essere in buona fase di sviluppo o in via di ripensamento. I giocatori potevano dare il massimo o essere messi a margine della squadra e pronti a essere sostituiti da altri. E anche i sostituti sarebbero passati nel Progetto. Poi sarebbe andato via anche Bersani, divorato dallo stesso mostro che lui aveva allevato e fatto crescere: Il Progetto.

Ma che cazzo c’entrava tutto questo col pallone? Nedo ebbe la tentazione di rallentare la corsa e mettersi in coda al gruppo a vedere se il mondo attorno fosse ancora al suo posto, o se non fosse cambiato in misura grande quanto aveva percepito durante quella mezz’ora di corsa. Non lo fece perché non voleva dare l’impressione di essere fra quelli tornati imbolsiti dalle vacanze. Né gli andava di essere il primo a mostrare segni di cedimento davanti al nuovo allenatore. I dubbi si moltiplicavano. Cosa pensavano in società del Progetto? Almeno loro sapevano in che direzione volessero andare? E con quali uomini, e per quanto tempo, e con che obiettivi?

Ripensò a un’intervista rilasciata ai primi di luglio dal presidente Magno alla Nazione. Il presidente parlava di una società che voleva entrare in una fase nuova, andare oltre la provvisorietà di risultati. Lì per lì Nedo intese che l’obiettivo fosse quello di costruire una squadra più competitiva, capace di salvarsi con meno affanni. Ripensandole in quel momento, Nedo trovava tutt’altro significato nelle parole del presidente. Il riferimento alla fase nuova e all’andare oltre la provvisorietà dei risultati, evidentemente, era la premessa del Progetto.

Ma cosa stava succedendo? Una parola diabolica stava corrodendo come un virus tutte le cose date per scontate. E altre parole diaboliche erano pronte a irrompere nel territorio del parlare semplice non più protetto da argini. Parole che aveva letto durante la settimana di vacanza a Cecina: intensità, cultura del gioco, lettura delle situazioni difensive, applicazione. E furore agonistico, valori morali, spirito di gruppo, mentalità. Dov’era in tutto ciò il pallone, e la necessità di sbatterlo nella porta avversaria o tenerlo il più possibile distante dalla propria? Erano parole; parole che parlavano di parole, e rimandavano a altre parole.

Sì, aveva visto giusto quando aveva detto al Merli che Bersani parlava di parole. E cominciava a valutare in modo diverso le sfuriate che il procuratore aveva fatto nei mesi precedenti a proposito del fanatico e dei suoi seguaci. Il nuovo allenatore dell’Empoli aveva proprio i connotati descritti da Merli quando parlava della banda dei sacchiani. Gente che parlava di calcio come dovesse predicarlo, e attraverso il calcio dovesse predicare un sistema di valori morali e un metodo di condotta quotidiana. Soprattutto, gente che sapeva parlare di tutto ciò, capace di rendere affascinante ciò che diceva benché nulla dicesse. Era proprio il fascino la cosa decisiva. Esattamente come la parola Progetto. Che diceva nulla, ma catturava l’attenzione e suscitava il fascino necessario a distogliere l’attenzione dal nulla che la parola diceva.

Allo scoccare dell’ora di corsa Germano Rota soffiò perentoriamente nel fischietto. Il gruppo si sgretolò come se il suono ne avesse sciolto il collante. Alcuni si fermarono di colpo portandosi le mani ai fianchi. Qualcun altro continuò per qualche metro in souplesse per forza d’inerzia, lasciando che il moto del corpo si smorzasse. Nedo andò avanti per una ventina di metri, fin quasi a fondocampo. Non si sentiva stanco, era pronto a continuare per un’altra mezz’ora e poi ancora un’altra. Avrebbe voluto darci dentro subito e affrontare le sue paure a viso aperto. Purtroppo erano quelle paure a non mostrarsi a viso aperto, nascondendosi dietro parole che parlavano di parole. Da stopper, era abituato a identificare un avversario e a battersi con lui per tutta la partita, e che poi fosse la contesa a stabilire un vinto e un vincitore. Quella mattina Nedo non riusciva a identificare l’avversario, e il compito, e i termini del duello. Fu in quell’istante che cominciò a chiedersi se un duello fosse ancora possibile, e se lui fosse ancora un duellante.

 

Guai a chi parla di Football Leaks! (Calciomercato.com, 25 aprile 2017)

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Jorge Mendes, Cristiano Ronaldo senior e junior, e mamma Dolores

C’è un giudice a Madrid. Ma diversamente da quello di Berlino, reso aneddotico da Bertolt Brecht, è tutt’altro che interessato alla conoscenza della verità. Il giudice in questione si chiama Arturo Zamarriego, è un ex magistrato militare, e da dicembre si è convertito in uno dei più convinti nemici di Football Leaks. Di lui si racconta che abbia delle idee molto ferme a proposito del ruolo dei giornalisti nella diffusione di informazioni riservate.

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