Sex and Scurati, parte 1 – Golgota profonda: ovvero, la fellatio e il barracuda.

 

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Antonio Scurati

Questo articolo venne pubblicato nel 2014 dal sito Satisfiction, e nelle intenzioni avrebbe dovuto inaugurare una serie di articoli su Antonio Scurati. Poi le cose cambiarono in corso d’opera, perché venne fuori la storia dell’autoplagio compiuto dallo stesso Scurati nelle pagine del romanzo allora finalista per il Premio Strega (“Il padre infedele”). Si trattò di un autoplagio smascherato proprio da me e denunciato, ancora una volta, tramite Satisfiction. L’articolo su quell’autoplagio verrà recuperato nei prossimi giorni, e unitamente a quello che pubblico adesso farà da premessa alla stroncatura di “M – Il figlio del secolo”. Resta che l’articolo riproposto oggi sia rimasto il solo di una serie interrotta. Ma prima o poi la riprenderò. Buona lettura.

 

Leggere Scurati non è soltanto leggerlo. È un’esperienza che va oltre perché origina un esercizio d’abdicazione. Facendolo si decide di mettere in stand by gli ormoni, come si farebbe pigiando il tasto pause del decoder digitale. Se tutto va bene, per farsi riacchiappare dalla voglia d’una sana copula se ne riparla fra una mezz’annata. E certo, magari la prima volta uno non lo sa. E l’effetto è il frutto d’un agguato, dopo il quale ci si ritrova temporaneamente scaraventati dentro un periodo di quarantena sessuale: ogni fantasia erotica fugge terrorizzata. Ma già dalla seconda volta il lettore è al corrente del fatto che la conseguenza di quelle pagine vergate col piombo fuso, e di quelle parole cavate con fatica come schegge da una falesia, sarà di veder desertificare la libido per sei mesi buoni (stima per difetto). Dunque egli compie una scelta consapevole e per i motivi che ritiene. E non c’è rimedio che tenga. Né pozioni magiche né afrodisiaci. Persino il Viagra s’arrende, generando sì e no l’effetto d’una pallina Zigulì. Dico di più: una paginetta di Scurati letta nel bel mezzo d’una terapia di gruppo contro la sex addiction è uno strumento infallibile. Trasformerebbe Rocco Siffredi in un Padre Amorth scatenato nella caccia ai Demoni dell’Eros.

 

 

Chi ha letto Scurati sa tutto questo. E io purtroppo l’ho letto e riletto. Per cui vi prego di risparmiare ogni commento su quella tundra che è diventata la mia sfera libidica. Piuttosto seguitemi in questo percorso a tema intitolato Sex and Scurati, scandito in più tappe. La prima è dedicata alla fellatio. Che di norma è la più sopraffina delle arti erotiche, ma che nelle pagine scuratesche si converte in un Breviario di Castrazione. Dopo aver letto anche una sola sequenza fellatoria descritta in quei libri, ogni maschio eterosessuale medio avrà l’incubo di vedersi spalancare, alla prossima occasione, una bocca di barracuda davanti alle inermi pudenda. Roba che fa deviare il concetto di passione dall’accezione godereccia a quella flagellatoria. Golgota Profonda.

 

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Enjoy my mouth, baby…

 

Il primo e devastante esempio di ciò si ha già con Il sopravvissuto. La lunga sequenza che occupa le pagine 210-1 è esiziale. A prendere la parola è il protagonista, un docente di scuola media superiore che così descrive le sue tristi attività sessuali condotte con una collega:

Da un anno a questa parte non me la scopo nemmeno più. Lascio che sia lei, volontaristicamente, a gingillarsi con il mio pene riluttante. Lo massaggia, lo carezza, lo bacia, lo inghiotte, lo spegne con la sua persona e lo riaccende grazie alla impersonale appartenenza alla specie comune. Un legame animale ogni giorno più lasco, più molle come il mio pene nella sua bocca. Anche ieri è andata così. Mi ha strappato un’erezione crepuscolare, un’eiaculazione acquosa. Il mio membro si è davvero inturgidito soltanto in un sussulto terminale, nel tremito precedente l’orgasmo,come il moribondo che s’irrigidisce un’ultima volta prima del trapasso, quando l’illusione di una residua scossa di vita elettrica gli indurisce le membra defunte. Il proverbiale “miglioramento” che precede la morte. (…) Avevo impresso nella mente il volto di Manuela insozzato da un rivolo di sperma acquoso, schizzato sulla sua pelle invecchiata dal mio pene svogliato, l’immagine stessa dell’irrimediabile dissidio tra due esseri umani congiunti nell’atto sessuale, eppure le mie parole davano ai ragazzi l’idea dell’amore come fenomeno globale, realizzazione di una sintesi tra anima e corpo, tra spirito e istinto, tra sentimento e sensualità, l’amore grazie al quale il due diventa l’uno, unità assoluta degli individui, dei sessi, di natura e cultura, di finito e infinito. (…) Avevo nel cuore il pompino fattomi da Manuela, che valeva per me come impenitente professione di ateismo, eppure ho dato ai ragazzi l parole di Friedrich Schlegel, l’invasato di Dio: “Nell’anima degli amanti deve esservi la divinità, che essi nel loro amplesso realmente sentono di stringere fra le loro braccia che poi sempre invocano.

Pura quaresima sessuale. Notare quel “pompino fattomi”, con uso di forma verbale da mattinale dei carabinieri buona a maramaldeggiare sulla vostra libido già morente.

 

 

E ci sarebbe da sperare che finisca qui. E invece è solo l’inizio di una serie. Che procede con trovate splatter come quella della prostituta sdentata nella Milano delle Cinque Giornate, personaggio del romanzo “Una storia romantica”. E ovviamente quell’assenza d’incisivi è un esplicito messaggio antifellatorio. Cotanto spettacolo è descritto a pagina 80 di Una storia romantica.

La puttana si chiamava Berta, era rossa di capelli e tenerissima di gambe e di seno, molle della mollezza dei corpi abrasi. Poteva avere a stento diciott’anni, anche se aveva vissuto a lungo: era già patinata di vecchiaia. Era bella, ma di una bellezza che portava in sé una tara fatale. Berta aveva infatti tutti gli attributi della grazie celtica: capelli rossi, efelidi sul naso, incarnato diafano, ma, sopra ogni altra cosa, aveva due denti mancanti, i due incisivi superiori. Nella sua bocca, i denti interrompevano il loro regolare semicerchio giusto sotto la protuberanza del naso.

Se non fosse stato per quel vuoto strappato, Berta avrebbe senz’altro potuto servire nei bordelli di lusso di via San Giovanni sul Muro, ma quelle voragini ne inghiottivano tutta l’avvenenza.

E su quell’avvenenza inghiottita potrebbero essere scritti interi trattati di psicopatologia sessuale. Ma andiamo oltre e spostiamoci alla pagina 159 di Il bambino che sognava la fine del mondo. Lì il protagonista, aggirandosi nottetempo per le strade di Bergamo, s’imbatte nella scena che segue:

Non appena ebbi attraversato largo Cinque Vie, giusto oltre l’imbocco di via san Bernardino, assistetti a una fellatio. L’atto di sesso orale si accampava davanti ai miei occhi – e a quelli di una telecamera installata per scoraggiare la prostituzione di strada – all’angolo di una strada cittadina, in una zona semicentrale, su una via maestra illuminata dalle vetrine di un bar.

Ancora una volta, come sopra nel caso dell’avvenenza inghiottita, la scelta delle parole è freudiana. Perché parlare di una fellatio che viene praticata all’imbocco di una strada (per di più un largo) significa essere in preda a turbe inguaribili. Saltiamo al romanzo successivo, La seconda mezzanotte. Lì, a pagina 173, c’è un’ulteriore variante ammazza-libido: la fellatio con vomito:

Pochi colpi e Aiace si toglie. La donna crolla. Il maschio le cerca la bocca, la invade. Resta lì, senza movimento alcuno, la faccia di lei conficcata negli inguini. Poi il seme si mischia al vomito.

 

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E infine si giunge all’ultima opera, Il padre infedele. Qui a pagina 88 viene riproposta la trovata sperimentata in Il bambino che sognava la fine del mondo: il pompino per strada. La sequenza è lunghissima, per cui mi limito a riportarvene il primo capoverso:

La nuca batte leggera contro l’assito di legno marcito. Nulla di grave, non c’è ematoma o escoriazione, niente sangue o travasi sierosi. Soltanto, a impregnare i riccioli biondi sfiammati da colpi di sole, mèche bicolore e tinture a ossidazione per una colorazione permanente, un impercettibile pulviscolo di legno segato dalla lenta, costante, metodica lavorazione dei corpi in amore. Nulla di grave eppure la nuca batte, un colpo dopo l’altro soffocato dalla capigliatura abbondante, sospinta all’indietro dalla carne sessuale protrusa nella bocca aperta e però chiusa, morbida, accogliente e al tempo stesso serrata, mascellare.

Ogni lettore maschio medio, leggendo che quella roba laggiù di cui va più o meno orgoglioso è soltanto “carne sessuale protrusa”, avvertirà una ferita insanabile all’orgoglio mascolino. Ma purtroppo per lui il viaggio dentro quell’incubo targato Sex and Scurati è soltanto alla prima stazione.

 

Come al solito, per farvi riprendere da tante brutture, vi regalo uno splendido brano musicale.

 

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Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop (3a e ultima puntata)

Con questo articolo si conclude la stroncatura in tre puntate di “La ferocia” di Nicola Lagioia, pubblicata da Satisfiction tra ottobre e novembre 2014. Le precedenti puntate sono leggibili qui e qui.

 

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Nicola Lagioia in dress code “Cassamortaro Dandy”

 

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L’italiano è una lingua bellissima. Opinione di Nicola Lagioia, espressa nel corso di un’intervista televisiva dedicata al suo ultimo, ferocissimo libro. Me ne ha girato il link l’amico scrittore Marco Ciriello, uno che quando ci si mette sa essere persino più carogna di me. Intervista banalotta, ma non è per giudicarla che la richiamo. Se la menziono è per sottolineare la frase sulla suprema qualità dell’italiano. Sarà un’opinione che corrisponde al vero o no? Non saprei. E non credo nemmeno che una lingua nazionale debba essere bellissima, come non mi frega più di tanto che sia bellissima una costituzione. Per me conta che funzionino l’una e l’altra, e soprattutto che chi le usi ci metta la cura dovuta. In questo senso, il nostro Nicolino contribuisce o no al buon funzionamento della bellissima lingua italiana?

Ahimè, qui il dossier è imbarazzante. Sia perché Lagioia, come visto nelle due puntate precedenti, intraprende una personalissima via alla Grande Bellezza della lingua italiana fatta di ampollosità e labirintismi verbali. Ma soprattutto perché la lingua usata da Lagioia è tutt’altro che irreprensibile da un punto di vista formale. E purtroppo per lui non si tratta di un’esclusiva di “La ferocia”. Anche i romanzi precedenti mostrano magagne imbarazzanti. E una di queste ha addirittura il pregio d’accomunare “La ferocia” al romanzo che l’ha preceduta, “Riportando tutto a casa”. C’è in ballo un bizzarro uso della preposizione “tra” con significato temporale, in una frase che si svolge nel passato e deve dare l’idea della posteriorità. Si legge a pagina 48 di “La ferocia”:

Non c’erano motivi pratici perché Alberto fosse già lì. Gli operai sarebbero arrivati tra due ore.

È tutto a posto? Non direi, ma prima ancora di svelare dove stia il problema richiamo il frammento analogo contenuto a pagina 91 di “Riportando tutto a casa”:

(…) ero a Bari da più di una settimana, sarei dovuto ripartire tra meno di due ore.

Per Lagioia c’è sempre un “tra due ore”, dunque. E non sarebbe un problema, se non fosse per la temporalità usata. Al mio orecchio quel “tra”, utilizzato per indicare un’idea di posteriorità collocata in una frase al passato, ha avuto subito l’effetto delle unghie passate sulla lavagna. Corretto il suo uso? Secondo me no. La preposizione “tra”, con significato temporale andrebbe usata soltanto in una frase che descrive il tempo presente e si proietta nel futuro: “Sono a Bari da più di una settimana e ripartirò tra meno di due ore”, o “Non ci sono motivi pratici perché Alberto sia già lì. Gli operai arriveranno tra due ore”. Non altrettanto si può fare nel caso di una frase che descrive un’azione del passato e si proietta verso la posteriorità: ossia verso qualcosa che “in quel momento del passato cui ci si riferisce” deve ancora accadere. Osservando un minimo di rispetto per la “lingua bellissima” sarebbe stato corretto usare formule come “dopo due ore”, o “di lì a due ore”, o “entro due ore”. Ho sottoposto questa mia opinione al vaglio di alcuni italianisti, che non menziono perché non è corretto tirarli dentro dispute non ingaggiate da loro, e il loro giudizio mi ha confortato. E a ulteriore sostegno è giunto un parere via mail richiesto dall’amico scrittore Gianpaolo Ferrara all’Accademia della Crusca. Questa è la risposta: “(…) con la preposizione “TRA” ci si aspetterebbe un presente indicativo; ma, come dovrebbe essere ormai chiaro anche dalle riposte agli altri suoi dubbi, la scrittura letteraria può permettersi alcune slabbrature della norma per questioni di stile”.

Se ne ricava quanto segue. Primo: questo uso del “tra” determina una “slabbratura” della lingua bellissima. Trattasi di peccato veniale o mortale? Ancora una volta lascio alla sensibilità di ciascuno la risposta. Mi limito a dire due cose: a) se l’Accademia della Crusca mi mandasse a dire che un mio scritto contiene “una slabbrattura della lingua italiana”, mi sentirei una fetenzìa; b) quando un autore rivendica la “bellissimità” (mi si perdoni la licenza) della lingua italiana, e ne fa un uso barocco e pretenzioso come Lagioia, non dovrebbe sgarrare nemmeno sulle virgole. E invece, come si vedrà più avanti, il nostro eroe ha persino il torto di dimenticare sovente il punto di domanda, altro che virgole. Rimane quel riferimento alle licenze da concedersi per “esigenze” di narrazione. Qui c’è da interpretare. Probabilmente s’intende dire che per esigenze di narrazione si possa usare un linguaggio più naif, laddove per esempio si voglia riprodurre il parlato semplice di personaggi dal modesto spessore culturale. Uno sforzo di replicare la lingua quotidiana, insomma. Il che avrebbe un senso se passaggi così “slabbranti” fossero contenuti nei dialoghi. Ma purtroppo per Lagioia non è il caso delle due frasi in questione. Quella di “Riportando tutto a casa” appartiene al racconto dell’Io narrante, e quella di “La ferocia” è del narratore onnisciente. In entrambi i casi sono due voci che fanno un uso labirintico della lingua bellissima, fabbricando esercizi d’ostile che annichiliscono il lettore. Frammenti come quello di pagina 44, per esempio:

La discrezione della signora Salvemini si poteva scambiare per aridità se con pazienza (e chi se non la minore dei suoi figli ne era provvista?) non fosse stato possibile stillarne ogni tanto gocce di vera soavità. (p. 44)

 

O come quest’altro alle pagine 73-4, che magari non conterrà slabbrature della lingua bellissima e però di certo slabbra la resistenza di tutti noi:

Una rotella aveva preso a muoversi due notti prima. Da potenziale il meccanismo si era fatto attivo, da semplice complesso. Un universo la cui espansione – vera e inconsapevole nel tessuto del mondo, fittizia e ben codificata dentro il lume della sua ragione – era la più vistosa manifestazione del concetto di rovina davanti a cui si fosse mai trovato.

 

Per l’ennesima volta; cosa voleva dire? Alle strette, più o meno questo: “A partire da due notti prima, tutto ciò che per lui poteva andar male prese a andar male”. E in questa versione sì che l’italiano è una lingua bellissima! Comprensibile, soprattutto.

Non bastasse l’essersi guadagnato l’etichetta di “slabbratore della lingua bellissima”, Lagioia colleziona mirabili prodezze. Per esempio, nella costruzione dei periodi. Che per quanto mi riguarda devono essere dei meccanismi perfetti, e anche quando estrapolati dal testo devono comunicare inequivocabilmente soggetto, predicato e complemento. In questo Nicolino difetta parecchio. Già in Riportando tutto a casa ne aveva piazzato uno mica da poco a pagina 200:

Donatella urlò: <Stronzo! guarda che lo dico a tua madre!>. Ma quando, quasi completamente rivestita, si presentò in soggiorno accompagnata da due ragazze-confetto in tutù e fuseaux di lycra, la signora Rosa rispose alle fiere rimostranze dell’incubo d’amore di suo figlio con la stessa svagatezza che le avrebbe fatto accogliere la notizia che uno di noi era stato ripescato dalla piscina col cuore fermo in seguito a overdose (…).

Per come è costruita la frase iniziata da “Ma quando (…)”, se ne deduce che a presentarsi in soggiorno sia la signora Rosa e non certo Donatella. E si dirà che collegando le due frasi sia chiaro chi si presenti a chi, ma ciò non toglie che sarebbe stata necessaria l’accortezza di costruire il periodo in modo diverso. Per esempio: “Ma quando (…) si presentò in soggiorno (…) sentì la signora Rosa rispondere alle sue fiere rimostranze con la stessa svagatezza eccetera eccetera”. Non era mica così complicato. Lo stesso vale per il periodo che si trova a pagina 17 di “La Ferocia:

Il mattino dopo, mentre era steso nel letto col moncone in drenaggio, si presentò il primario accompagnato da un’infermiera.

Ancora una volta la costruzione della frase non è il massimo. E certo si capisce che non possa essere il primario a trovarsi disteso. E tuttavia, molto meglio sarebbe stato se Lagioia avesse scritto: “Il mattino dopo, mentre era steso nel letto col moncone in drenaggio, ricevette la visita del primario accompagnato dall’infermiera”. Anche in questo caso non era mica così difficile. Di sicuro era difficilissimo collezionare lo sfondone di pagina 142:

A Bari, pochi mesi dopo aver accettato la carica di vicedirettore dell’Istituto oncologico del Mediterraneo, Vittorio era venuto a trovarlo in clinica.

Dove sta il problema? Il problema è che dalla frase s’intende che Vittorio, dopo aver accettato la carica di direttore, era venuto a trovare l’altro e innominato personaggio in clinica. Purtroppo il senso che Lagioia voleva comunicare non era questo. Chi ha letto quel passaggio nel contesto da cui è estrapolato sa che a ricevere la carica di vicedirettore è Ruggero, figlio di Vittorio. Dunque, il senso della frase è che “dopo aver accettato la carica” RUGGERO ricevette la visita in clinica DA PARTE DI VITTORIO. L’italiano è una lingua bellissima, davvero. Ma purtroppo se ne può fare anche un uso sciattissimo. E a onor del vero va detto che in “La ferocia” Lagioia non metta in mostra gli sfondoni imbarazzanti collezionati in “Riportando tutto a casa”. Nelle cui pagine se ne trova un paio da leggenda. Per esempio, a pagina 248 l’autore si lancia nel seguente saggio di geopolitica:

Raccolse una matita dal portapenne e iniziò a tracciare sulla carta geografica tanti piccoli corridoi che arrivavano in Italia partendo dalla Repubblica Socialista Sovietica Kazara, dalla Repubblica Socialista Sovietica Turkmena, dalla Repubblica Socialista Sovietica Uzbeka, dall’Ungheria, dalle valli del Tibisco.

E leggendo questo frammento rimane l’interrogativo sulla fantomatica “Repubblica Socialista Sovietica Kazara”. Che io sappia, ne esiste una Kazaka. Forse che per Nicolino Lagioia esiste il Kazaristan? E i suoi cittadini sarebbero forse i kazzari?

Altra perla si trova a pagina 166:

Nel soggiorno, lo schermo del Panasonic mandava lampi senza essere guardato da nessuno, lasciando Michael J. Fox vestito da yuppie della prim’ora tra le scenografie parallele di Casa Keaton in uno dei suoi celebri algoritmi: <Una persona che non ha bisogno di denaro …non ha bisogno di persone>.

Mi piacerebbe sapere cosa Lagioia creda significhi il termine “algoritmo”. A suo beneficio riporto la definizione di Wikipedia:

Un algoritmo è un procedimento formale che risolve un determinato problema attraverso un numero finito di passi.

Cosa diamine c’entra con la frase pronunciata da Michael J. Fox? Nicolino voleva mica dire “aforisma”? No, perché nella “bellissima lingua” i due termini stanno assieme – per dirla alla toscana – “come il culo e le quarant’ore”. Ma la cosa veramente strepitosa di questo passaggio è che l’errore commesso nella “lingua bellissima” è stato replicato nella traduzione inglese del libro. Provate a digitare su Google “Nicola Lagioia + Michael J. Fox”. Il primo risultato della ricerca sarà “Bringing it back home”, l’ebook della traduzione inglese di “Riportando tutto a casa”. E cliccando aprirete la pagina in cui si trova quel passaggio, che in inglese fa così:

In the living room, the Panasonic was sending out bursts of light even though there was no one there to watch it. Michael J. Fox, dressed up as a trailblazing yuppie, was moving around the box-like simmetry of the set of Family Ties, spitting out one of its famous algorithms: “People who have money don’t need people”.

 

 

In “La ferocia” non sono ospitati errori del genere, né si colloca il Sacco di Roma nel 410 Avanti Cristo come avviene a pagina 6 di “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj”. Però in quelle pagine si manifesta una refrattarietà all’uso del punto di domanda ch’è malattia diffusa di questa Generazione SMS in cui siamo calati, e che trova in Federico Moccia il proprio guru. Come sa chi ha la pazienza di seguirmi su Satisfiction, su questo punto Nicola Lagioia è in buona compagnia. Anche Chiara Gamberale, per esempio, eccelle in questa specialità. Ecco la lista lagioiana degli interrogativi fantasma:

  • Che cosa hai fatto – disse per darsi un attimo di tregua. (p. 38)
  • Dove sei stata fino a ora. (pp. 39 e 238)
  • Ma di che state parlando – sorride incredula (…) (p. 234)
  • Risolvere cosa. (p. 252)
  • Invece mi dispiacerebbe se ci vedessimo. Capisci. (p. 260)
  • Oh, no, ma cosa dici. (p. 385)

In alcuni casi la mancanza dell’interrogativo dà luogo a effetti grotteschi, come a pagina 203:

  • Che cosa te ne stavi a fare al buio.

Impone alla domanda un timbro parodistico (…).

Parodistico o no che sia il timbro, dove starebbe la domanda? Ancora, a pagina 262 potete trovare ben due punti interrogativi fantasma:

  • Che stiamo a fare. (…) Signora, come sta! (p. 262)

Il picco si tocca a pagina 379, con due non-interrogativi:

  • Non si poteva fare altrimenti, – disse.
  • Per quale motivo.
  • Mi hanno obbligato.
  • Chi ti ha obbligato.

A qualcuno sembreranno bazzecole, e soprattutto a lui. Che del resto doveva essere troppo impegnato nella stesura del Romanzo Mondo per lasciarsi deprimere da siffatte minuzie da fureria editoriale. Doveva raccontare la sua Bari con lo sguardo di chi se n’è andato, ma poi torna per aprire gli occhi ai suoi concittadini e insegnar loro come sono. Infatti i personaggi principali dei due ultimi romanzi di Nicola di Bari sono maschi introversi e pure un tantino disadattati che trovano a stento arte e parte a Roma, per poi tornare nella città natia a “capire”. Cosa? Non si capisce per tutto il corso di entrambi i romanzi, ma forse questa lacuna è frutto d’un mio problema di comprendonio. Del resto, si sarà colto quanto distrattamente ho letto i libri di Nicola di Bari, no? Mi spiace solo che a non capirlo siano stati anche molti suoi concittadini, dai quali ho ricevuto messaggi in privato su Facebook. Secondo loro la Bari descritta da Nicola Lagioia esiste solo nella testa di Lagioia Nicola. Opinioni, va da sé. Così come (parecchio) opinabile è la visione che Nicolino alimenta a proposito di quell’entità indefinita e indefinibile chiamata Sud:

Al sacerdote sembrò di sentire anche il rumore di fondo della valle. Una musica che risaliva le gravine, entrava nei paesi e raccoglieva il dolore di ogni singolo per disperderlo di nuovo tra le rocce e gli uliveti, simile alle ceneri delle generazioni morte, in modo che su ognuno gravasse la stessa pace. In questo l’infelicità del Sud, il suo intoccato privilegio. (p. 65)

Il professore sventolò l’assegno da ottantamila dollari davanti a una pallida platea composta da altri medici, ricercatori e pochi giornalisti che applaudivano sinceri, liberi dalla ferocia con cui al Sud si sente il bisogno di affermare se stessi persino attraverso il riconoscimento dei meriti altrui. (p. 137)

Da persona che viene dal Sud più Sud d’Italia, mi chiedo di cosa vada cianciando Nicola Lagioia quando parla di Sud. Ha una minima idea di cosa sia? E soprattutto di cosa non è? Il suo Sud non è il mio. Ma forse non è nemmeno quello di qualsiasi barese che non è andato a rifugiarsi a Roma Nord, “luogo d’incularelle letterarie” come ebbe a dire Camillo Langone in un memorabile articolo sul Foglio. Sarebbe meglio non generalizzare, e magari dedicarsi a cose più semplici. Per esempio, evitare di usare più volte un’immagine:

L’inverno allenta la sua morsa, il sole risplende sul parabrezza delle auto parcheggiate. (p. 215)

Guardava il sole che trasformava il parabrezza in un rettangolo di luce. (p. 397)

O altrimenti a disboscare la prosa, bonificando periodi come i seguenti:

Un ragazzino sui quindici anni in fase di asciugatura, capelli incolti e un disastroso pastrano verde che lo faceva somigliare al disertore di un esercito non interessato a reclamarlo. Aveva l’aria di uno che fatica a riprendersi da un brutto colpo – la parte materiale un po’ sfocata, lo spirito sbalzato avanti per l’impatto -, sembrava prigioniero di un futuro da cui cercava di tornare. (p. 84)

A parte i capelli – il disordine di chi li ha messi in ordine all’ultimo momento e non ha più vent’anni –, era il tenersi in forma con la pretesa che lo sforzo passasse inosservato a toglierle desiderabilità. Ma era questo a farne un’affamata. (p.110)

L’articolo esalava il rancore di chi sospetta quanto talento ci sia in chi ha avuto successo venendo su dal niente. (p.113)

Quanto era stata bella. Ricordò a tutti il modo inconfondibile con cui faceva ingresso in una stanza. Una linea sottratta all’indifferenziata gabbia acustica da cui siamo circondati. (p. 156)

Il tono di Michele evocava immagini che dovrebbero essere normalmente tristi, ma a lei sembra la normalità dietro cui si nasconde qualcos’altro. (p. 249)

Michele scosse la testa, come quando la soddisfazione di aver capito si incrina davanti all’evidenza che questa verità è totalmente illogica, oltre che inutile, fino a quando non arrivi il resto a completarla. (p. 326)

La vampa del sole, esaltata innaturalmente sui muri dei palazzi, rimbalzava tra mille cerchi luminosi attraverso il parabrezza. [Ancora!] Sangiardi non mentiva. Nessun risentimento. La verità come numero mancante. La verità, e quell’umana rappresentazione di questo dio che era il rispetto della legge. Questo gli interessava, e presumeva che Michele fosse mosso dagli stessi bisogni. Ma Michele non cercava la verità. Qualcosa di più sottile. La nera membrana di celluloide dentro cui è imprigionato un fantasma che scompare in fase di sviluppo. Neanche la menzogna, ma un gesto. Qualcosa che spezzasse la catena dei significati, così che la sete di verità non fosse mai nemmeno nata. (p. 365)

 

La ragazza si accomodò sul divanetto. Passò svogliatamente una mano tra i capelli. Scrutava entrambi, cercava di trasformare un astio naturale in un canale di comunicazione privo di significato. Il cameriere portò una caipirinha. La ragazza raccolse il bicchiere, lo portò alle labbra ripassate da un brutto rossetto rosa pallido, né puttanesco né infantile, segno di un ampio margine di scelta che lei sprecava totalmente, come se proprio quello, lo spreco, fosse la sua prigione. (…)

No, davvero, – scosse la testa col fatalismo di chi ricalca il segno della cattiva sorte solo davanti a chi ne è l’ennesima dimostrazione (…) (p. 384)

E tuttavia capiva il trucco. Come ascoltare la verità, ma proferita in modo che venisse fuori sfigurata, perché la via d’accesso alla sua fonte fosse per sempre preclusa. (p. 396)

 

 

I frammenti passati in rassegna rientrano nella categoria degli “aggiustabili”. Altri, purtroppo, sono da affidare irrimediabilmente alla “Segherie Mentali & C snc”:

Per non parlare della svogliatezza, della mancanza in lui di qualcosa che sia riconducibile sia pure vagamente all’ambizione, o al rispetto di sé. È come se elabori delle versioni in scala di un remoto atto d’accusa perché loro non possano distoglierne lo sguardo. (p. 190)

Clara si rialza. La luce la attraversa entrando in diagonale nella stanza e a Michele sembra che sua sorella stia per disfarsi o morire, trafitta da un dolore meno penoso dell’impegno che deve metterci per non mostrarlo a lui, mostrandolo. (p. 226)

– Alla mia età… – Lo disse come se l’ammissione di debolezza fosse un omaggio a quella del figlio, convinto che Michele non cogliesse la sfumatura, non cogliendola del tutto Vittorio stesso. (p. 302)

  • Oppure – chiese Michele imprimendo alla domanda la sporcatura che spinge l’interlocutore a dar voce al pensiero successivo senza il tempo di camuffarlo. (p 223)

La cosa tragica è quando Nicolino prova a tirare fuori il senso dell’umorismo, come succede a pagina 300:

Vittorio pensò alla sfortuna di aver chiamato durante la famosa settimana nera durante la quale in tribunale arrivano a lavorare tre ore consecutivamente. (p. 300)

 

 

Non bastasse il fatto che la battuta è tanto pessima quanto scontata, c’è pure la ripetizione di quel “durante” come nemmeno in un tema di terza media.

E che dire del passaggio a pagina 318? Eccolo:

Gli avevano mandato mail e sms che esprimevano un cordoglio appena sfrigolante.

Il cordoglio sfrigolante, come i 4 Salti in Padella. Sarò stato precotto?

Questo e altro trovate nei libri di Nicola Lagioia. Trovate anche un passaggio come quello di pagina 150, in cui si descrive la vita universitaria di oggi:

Rumore nei corridoi di facoltà, studenti in marcia da un’aula all’altra, la lingua batte dove il dente manca, diretti al bar, in biblioteca, al centro fotocopie, e nessun posto in cui trovare un senso. Studenti, studentesse, quando avrebbero potuto essere ragazze e ragazzi. Pazzesco che continuassero a iscriversi. Il premio per non trovare lavoro era imparare a essere servili. D’accordo professore. La prego professore. Il poco che imparavano lo perdevano negli anni in cui elemosinavano un posto da baristi.

Cosa non va in questo frammento? Nulla. È bellissimo. Dirò di più: senza quel “la lingua batte dove il dente manca” sarebbe perfetto. Diretto, privo di fronzoli. Vero. Cinico senza pose né compiacimenti. Pura ferocia, quella che giustificherebbe il titolo del libro. Lo cito per dire che, al contrario di quanto sembri dalla lettura di queste tre puntate dedicate a “La ferocia”, non tutto è da buttare via in quel volume esagerato. Per esempio, alcune pagine dedicate alla descrizione del rapporto fra il padre Vittorio e il figlio Ruggero sono d’alta qualità, così come lo è in “Riportando tutto a casa” l’analisi dedicata all’impatto culturale di “Drive In” nell’Italia che negli anni Ottanta si berlusconizzava. Faccia un favore a se stesso, Lagioia: riparta da questi brani. Con umiltà. Ne caverà qualcosa di notevole, un giorno. L’italiano sa essere una lingua bellissima se lo si lascia fluire libero anziché slabbrarlo.

 

(3. fine)

E adesso, per alleviarvi l’anima dopo cotanta bruttura letteraria, ecco un sublime brano musicale.

 

 

 

Il caso Ched Evans tra giustizia e verità, parte quarta (Lettera43, 3 febbraio 2019)

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Ched Evans

 

 

“Ma adesso cerchiamo di far capire che è stato un caso eccezionale”. Sono passate poche ore dalla revisione del processo che ha azzerato le accuse di stupro contro Ched Evans, ma già si guarda oltre. E ci s’interroga sugli effetti indesiderati (e incontrollabili) del retrial. L’ammonimento arriva da Vera Baird, una figura particolarmente autorevole nel Regno Unito, per quello che riguarda le politiche in materia penale. Ex parlamentare, ex procuratore generale della Corona, esperienze da docente accademica nel curriculum, e attuale crime commissioner presso la polizia di Northumbria. Soprattutto, Vera Baird è particolarmente sensibile alla tematica della violenza di genere. Su questo versante ha speso parte importante della sua attività e riflessione.

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La storia di Ched Evans tra giustizia e verità, parte terza (Lettera43, 20 gennaio 2019)

(Le precedenti puntate sono leggibili qui e qui)

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Ched Evans e Natasha Massey

A gennaio 2015 tutte le porte sembrano chiuse per Ched Evans. Ogni tentativo di rientrare nel mondo del calcio viene bloccato da mobilitazioni dell’opinione pubblica e delle tifoserie dei club interessati al centravanti ex Sheffield United. L’etichetta di condannato per stupro è un marchio d’infamia troppo pesante. E nemmeno la munificenza del suocero Karl Massey, pronto a pagargli lo stipendio e a indennizzare l’eventuale perdita di sponsorizzazioni al club che lo ingaggi, serve a sbloccare l’impasse. In quell’inizio di anno 2015 il suo ritorno in campo è un miraggio. Eppure il meccanismo che invertirà le sorti della sua vicenda giudiziaria è già in moto. E la sua accensione avviene proprio in coincidenza con la scarcerazione, avvenuta il 17 ottobre 2014 dopo il compimento di metà della pena. Soltanto l’indomani si diffonde una notizia che dà un segnale su come le cose potrebbero evolvere.

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Da Cionek a Piatek: i consigli dell’amico Boniek negli affari di Giuffrida (Calciomercato.com, 7 marzo 2018)

Nella foto manca il signor GG. Così recita un tweet postato il 24 gennaio 2019. Il testo è un retweet dall’account di Fabryka Futbolu, agenzia polacca di gestione delle carriere di calciatori, e riprende un’immagine pubblicata il giorno prima. Vi sono ritratti, fra gli altri, Krzysztof PiatekPaolo Maldini Leonardo.È appena stato concluso il passaggio dell’attaccante polacco dal Genoa al Milan, e tutti sono lieti per l’esito. Nessuno noterebbe il retweet del 24 gennaio, se non fosse per il ruolo e il nome dell’emittente. Il signore in questione è infatti il presidente della PZPN, la federcalcio polacca. E il suo nome è Zbigniew Boniek.

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La storia di Ched Evans tra giustizia e verità, parte seconda (Lettera43, 13 gennaio 2019)

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Ched Evans e Natasha Massey

(La prima puntata è leggibile qui)

Sabato 14 aprile 2012 Ched Evans segna il gol del definitivo 3-1 nella partita di League One contro il Leyton Orient. Venerdì 20 aprile 2012 la Crown Court di Caernarfon lo condanna a cinque anni di carcere per lo stupro di X, la ragazza 19enne che in condizioni di forte alterazione alcolica era finita in un stanza d’albergo assieme allo stesso Evans e al collega Clayton McDonald, durante una notte di fine maggio 2011. E lunedì 23 aprile la Players Football Association (Pfa, il sindacato dei calciatori inglesi) deve affrontare una situazione che definire imbarazzante è persino lieve. Il voto raccolto fra gli associati per stabilire quale sia il League One Team of the Year, cioè “l’undici” composto dai migliori calciatori del campionato ruolo per ruolo, acclama Ched Evans come il più votato nel ruolo di centravanti. E dunque, la selezione dei migliori annovera un tizio che da tre giorni si trova in galera per violenza sessuale.

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Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 2: Ombra di salice, h. 15-16

Carissimi amici, con colpevole ritardo recupero la seconda delle tre puntate dedicate a stroncare l’orrendo “La ferocia” di Nicola Lagioia. I tre articoli vennero pubblicati da Satisfiction, ma adesso non sono più reperibili sul web. Il primo articolo è leggibile qui.

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Nicola Lagioia, pettinato col gel di “Tutti pazzi per Mary”.

 

Quando si vuol scrivere un Romanzo Mondo bisogna essere pronti a metterci dentro il mondo intero. Deve essere stato questo il principio ispiratore di Nicola Lagioia, nel momento in cui si è seduto nella sua cameretta e ha iniziato a scrivere “La ferocia”. E tale principio, pedissequamente, è stato applicato. Non saprei dire perché mai l’autore se lo sia messo in testa né credo sia determinante. In fondo ognuno è libero di fare come crede. C’è chi si mette in testa lo scolapasta e chi l’idea meravigliosa di restituire i capelli ai calvi d’una nazione intera. Dunque ci può stare pure che qualcuno decida di scrivere un Romanzo Mondo, menzionando di continuo la luna in cielo e gli scarafoni in terra mentre descrive le vicende dei bipedi umani.

Si tratta di una scelta narrativa come tante altre. Il problema è la stucchevolezza del reiterare. E si può anche comprendere l’ambizione di sfondare il tetto delle 400 pagine, non foss’altro che per appagare la libidine tattile di soppesare il proprio volumazzo e farne vibrare la pinguedine fra le mani. Trasformare un libro in una libbra è malattia infantile d’ogni autore, un peccato veniale. Che però diventa mortale quando la smania di produrre peso e pagine dà via libera a ripetizioni e stucchevolezze assortite, intanto che la storia non riesce a scrollarsi dal mero arrotolamento su se stessa. E fra tutte le stucchevoli ripetizioni la più micidiale è proprio questo passare in rassegna ciò che succede sopra la testa e sotto i piedi dei personaggi. Un insistere che con lo scorrere delle pagine si fa sempre più imbarazzante.

In molti passaggi pare d’essere scaraventati dentro Microcosmos. Già all’inizio (pagine 5-6) viene piazzata una lunga descrizione ch’è un preannuncio di tutto il superfluo cui il lettore non avrà modo di sottrarsi:

Gli allocchi tracciavano nell’aria lunghe linee oblique. Planavano fino a sbattere le ali a pochi palmi dal suolo, in modo che gli insetti, spaventati a morte, venissero allo scoperto decretando la propria stessa fine. Un grillo disallineava le antenne su una foglia di gelsomino. E impalpabile, tutt’intorno, simile a una grande marea sospesa nel vuoto, una flotta di falene si muoveva nella luce polarizzata della volta celeste.

Identiche a se stesse da milioni di anni, le piccole creature dalle ali pelose erano tutt’uno con la formula che garantiva la stabilità del loro volo. Attaccate al filo invisibile della luna, perlustravano il territorio a migliaia, ondeggiando da un lato all’altro per evitare gli attacchi dei rapaci.

Si è soltanto iniziato, ma già l’interrogativo affiora: perché mi ammannisci ‘ste descrizioni inutili, Nicolino? Ti hanno regalato la scatola del Piccolo Entomologo, o cos’altro? E me la vuoi raccontare una storia, o hai deciso d’intrattenermi sui riti riproduttivi del lepidottero del bosso? Purtroppo la risposta all’interrogativo arriva man mano che si procede nella lettura, infarcita di passaggi come quello appena riportato. Si parlerà tanto d’insetti. Anche perché c’è da stilare un syllabus entomologico il più esaustivo possibile. E il nostro Nicolino, armato di cappello con visiera e retina da farfalle, assolve la missione con mirabile costanza. A pagina 31 è il turno della coccinella. Cioè, in termini scientifici, Coccinellidae: ordine dei Coleotteri, sottordine Polyphaga, infraordine Cucujiformia, superfamiglia Cucujoidea. Ci si dovrà sintonizzare con l’autore, no? Dunque, a pagina 31 si legge:

Dalla finestra aperta entrò una coccinella. Un anonimo chicco nero si trasformò in un guscio vermiglio venendo fuori dal buio della notte. Il volo, lento e tremolante, si sarebbe potuto spegnere con un battito di mani. L’aspetto piacevole rendeva per gli uomini piuttosto rara l’evenienza. Gli uccelli venivano ingannati per il motivo opposto – associavano quel rosso punteggiato alla velenosità di funghi e bacche. In questo modo le piccole coccinelle potevano meglio interpretare il ruolo che la natura aveva affidato loro: arrivavano a divorare anche cento afidi al giorno, e lo facevano con una voracità, una rapidità, un freddo convulsivo movimento mascellare che in scala grande sarebbe risultato insostenibile per gli uomini.

C’è tutto un feroce brulicar d’insetti che si muove in parallelo al movimento degli umani, in quel libro. Come si legge a pagina 131:

Ruggero si guardava intorno. La città gli passava davanti come da un’altra dimensione. Una grande casa silenziosa immersa nel verde. Una tavola di legno tra le erbacce. Sotto si muoveva un mondo oscuro e senza forma, radici contorte, piccoli insetti ciechi, la presenza fosforescente di sua sorella Clara.

La vita degli insetti continua a intrecciarsi con le vicende degli umani. E quale sia il nesso fra le due cose rimane un mistero che Nicolino non chiarisce. Troppo preso dall’intreccio fra Natura e Cultura si scorda di dire perché mai sia necessario dilungarsi in modo così maniacale su quell’intreccio. Meglio star lì a piazzare i colpi a effetto, come per esempio lo scarafone che sbuca e attraversa la scena. Succede a pagina 156:

Passeggiarono fra i cespugli, al centro degli eucalipti, vicino alla fontana di pietra con le verdi strisce percorse dai rigagnoli d’acqua. Si inoltrarono oltre il gazebo e l’altalena, verso le siepi che trasformavano il giardino in una vasta zona d’ombra. La vite canadese emanava la sua forza rossastra. Scesero gli scalini di pietra viva. Una piccola blatta fuggì prima che potessero calpestarla.

La magia della blatta che appare e scampa al calpestamento da parte d’un piede femminile è un tocco d’assoluto. Non state a chiedervi perché mai abbia menzionato quel dettaglio, e perché giusto quello fra i tanti che punteggiano la scena immaginaria: il passamano della scala in pietra, il mix di colori delle carrozzerie d’auto parcheggiate intorno, le cartacce per terra e i bidoni della spazzatura divisi per categoria di riciclo, e qualsiasi altra cosa possa venirvi in mente. Tutti oggetti che avrebbero avuto diritto e dignità in egual misura della blatta, per esser citati in quel passaggio, perché al pari della blatta possiedono un connotato: sono del tutto superflui ai fini della narrazione e dello specifico di quella scena che viene descritta. Cosa cambia col passaggio di quella blatta che rischia d’essere spiaccicata? E cosa sarebbe cambiato se non ne fosse stata fatta menzione? Nada de nada. Però magari tutto questo superfluo illustrato una funzione narrativa ce l’ha. Perché la storia continua a latitare, ma almeno il lettore crede di percepire la voce rassicurante di Piero Angela durante una puntata di Superquark. Intanto la lotta per la sopravvivenza fra insetti si svolge in parallelo alle tristi vicende umane:

Nel vaso dei ciclamini, ai loro piedi, due insetti lottavano selvaggiamente. (p. 302)

– Hai sentito per caso il geometra Ranieri? – disse l’uomo più anziano a quello giovane sulla veranda.

Ma per il minuscolo acaro attaccato all’addome della vespa si trattava di ombre che la distanza non trasformava ancora in pericoli reali. Nonostante la vespa fosse grossa dieci volte tanto – la sua puntura in grado di provocare uno shock anafilattico in un cane di piccola taglia – la forza impersonale che governava l’acaro lo spinse ad aggredirla non appena ne individuò la presenza nel vaso di ciclamini. La vespa provò a reagire, ma era lenta. L’acaro poté artigliarle l’addome coi suoi dentini aguzzi, fino a infilarci dentro le potenti appendici saldate a tubo. Non poteva sapere che la vespa era vecchia e malandata, e che questa era l’unica ragione per la quale avrebbe avuto la meglio. Lo sapeva la sa forza, e tanto bastava. (p. 304)

Bei tempi quelli in cui negli intrecci narrativi il geometra Ranieri avrebbe potuto trasformarsi in uno scarafone, e nella schifidezza della sua mutata condizione assumersi le colpe di tutto ciò che non andava in famiglia e nel mondo intero. Ma Kafka è già passato, e rimangono solo acari senz’arte né parte al di là della mera lotta per la sopravvivenza, forse rimasti impigliati nelle pagine d’un libro come fossero carta moschicida.

E badate che non ci sono mica soltanto gli insetti a punteggiare la vena naturalistica di Nicolino. Ci sono anche gli elementi celesti, a cominciare dalla luna che viene scaraventata addosso al lettore a ogni minima occasione. Eccone soltanto alcuni esempi, perché a citarli tutti si rischierebbe di stilare un articolo da 411 pagine, tante quante quelle de “La ferocia”:

La carreggiata saliva in modo che i vitigni si mostrassero a perdita d’occhio. La luna sarebbe stata piena da lì a un paio di giorni e adesso dava l’illusione di poter crescere a oltranza. (p. 15)

Più avanti, oltre la porta spalancata del bagno, lo specchio ingranditore fissato alla parete era invaso dalla luna. Ridotta alla metà su in cielo, nella concavità della superficie riflettente risultava ancora piena – un’argentea pozza proveniente dal passato (…). (p. 20)

Spalancò le ante della finestra. Ricevette la fresca carezza della notte primaverile. Il cielo rischiarato dalla luna gli diede la sensazione di poter leggere per paradosso le lontananze terrene, come se al posto del nulla siderale ci fossero il Brasile, gli Stati Uniti, la Cina… (pp. 30-1)

Videro la luna che si specchiava nel palazzo a vetri della Banca di Credito Pugliese. (p. 80)

La luna era piena e pallida. Sciami di moscerini vorticavano intorno ai far dell’ingresso. (p. 265)

Come non rimanere ammirati davanti a un autore così vario e pieno d’inventiva? Pare quasi che gli abbiano messo a disposizione un kit di immagini con non più di tre-quattro oggetti, e con ordine tassativo di non derogare da quelli. Altra immagine del kit: la luce di sfondo. Eccovene una breve rassegna:

L’alba accendeva la zona tutt’intorno. Il sole tingeva di rosa le gru e le scavatrici, arroventava in lontananza vetrerie e stabilimenti tipografici. (p. 51)

La luce di fine agosto crollava sulla vite americana. Il patio allora si riaccese di un rosso più vivo. (p. 103)

La luce del tramonto faceva vibrare il mirto e l’erba alta, trasformava gli intrichi dell’alloro in un vortice di luci e ombre che le veniva incontro mentre le palpebre diventavano pesanti. (pp. 167-8)

Quattro macchie di luce. Scorrevano sul bordo della fontana, salirono sulle foglie. Scomparse. Le cinque di pomeriggio. (p. 219)

A forza di insistere con le immagini poetiche sul tema, Lagioia non s’accorge d’essere vicinissimo a ripetersi:

Alle otto meno un quarto, visto dalla finestra, il crepuscolo si presentava come un bicchiere d’acqua in cui venga versata qualche goccia di vino. (p. 238)

Gli ultimi bagliori del cielo, sottili strisce insanguinate. (p. 278)

E già, il rosso del vino e del sangue. Memorie da chierichetti che sfuggono incontrollabili al pari di altre immagini per lo meno discutibili.

Dalle fessure della serranda il caldo entrava come i cristalli di un caleidoscopio che si tuffino nell’acqua (p. 160)

I piatti disposti a tavola come un fiore che metta i petali dal nulla (p. 239)

Nicolino ci prova, e va detto che lo sforzo è lodevole. Azzarda anche l’istinto poetico a pagina 239. Ma purtroppo il risultato è quello che è:

Le nuvole correvano sul lungomare e mio fratello aveva il sorriso indecifrabile del piombo su carta di giornale.

D’indecifrabile come il sorriso di un fratello c’è molto altro, in quelle pagine. Ma soprattutto ci sono passaggi d’eccezionale carica comica involontaria. Come quello a pagina 82:

Il giorno prima Clara lo aveva raggiunto sotto il salice che, sporgendo dall’inferriata, formava una chiazza d’ombra tra le tre e le quattro del pomeriggio.

L’ombra del salice tra le tre e le quattro del pomeriggio! Ma questo è Furio, il personaggio di Carlo Verdone! Quello che chiama l’Aci e, essendo meteropatico, chiede se “partendo tra circa 3 minuti e procedendo alla velocità di crociera di 80-85 chilometri orari, faccio in tempo a lasciarmi la perturbazione alle spalle, diciamo, nei pressi di Parma?”.

 

 

E così abbiamo l’ombra del salice tra le tre e le quattro del pomeriggio. Del resto, a ciascuno la sua ombra: chi si becca quella del fico d’india fra le 11 e le 12,42 ma con l’ora legale, e chi quella sotto la pensilina del bus 49 dalle 8 alle 10,33.

Così si scrive un Romanzo Mondo. Descrivendo anche le cose che vengono pensate e poi fatte, perché descriverle soltanto fatte mica basta:

Il sostituto procuratore pensò che avrebbe messo una mano sulla spalla del signor Salvemini, e poi lo fece. (p. 120)

È leggendo frammenti del genere che finalmente ho capito chi sia la vera fonte d’ispirazione stilistica per Nicola Lagioia. Si tratta di Germano Bovolenta, inviato della Gazzetta dello Sport che era ospite fisso della mia rubrica Pallonate. Uno che se gli davano briglia sciolta era capace di scrivere anche un’intera edizione da 40 pagine della rosea, sciorinando ogni minuscolo dettaglio di ciò che vedeva. Di Bovolenta il nostro Nicolino è il più riuscito epigono, e infatti “La ferocia” trabocca di frammenti bovolentiani. Una sequela di spunti minuscoli, di minimi fax. Per la serie: cosa non si fa per sfondare il tetto delle 400 pagine:

L’uomo accanto al guidatore scoppiò a ridere. Il guidatore rise. L’uomo accanto al medico rise. Il guidatore rise. L’uomo accanto al guidatore grugnì. Il guidatore rise. (p. 123)

Al medico legale sembrò di sentire dei rumori tra i cespugli. Leccò la sigaretta. Infilò la mano destra nella tasca interna della giacca. Allargò il cellophane tra pollice e medio. Vi affondò l’indice, poi lo premette contro i bordi della sigaretta. L’accese. (p. 124)

Uscì dalla sala da pranzo. Attraversò il corridoio. Gli sembrava possibile persino pensare a Clara, come se la conversazione avesse costruito tutt’intorno un guscio piombato attraverso il quale i fantasmi non potevano passare. Superò la libreria a muro, il tavolino col telefono. Entrò in bagno. Chiuse la porta a chiave. Aprì il rubinetto. Andò a mettersi davanti al water. Sollevò coperchio a tavoletta. Si inginocchiò. Chiuse gli occhi e vomitò. Si rimise in piedi. Tornò a sedere sul water. Vomitò ancora. Tirò lo scarico, pulì con cura usando la carta igienica. Andò a sciacquarsi la faccia e chiuse i rubinetti. Uscì dal bagno. (p. 264)

Si arrotolò un asciugamano sulla testa. Infilò l’accappatoio. Chiuse il coperchio del water, ci si sedette sopra, allungò le gambe in avanti intrecciando le caviglie sul bidet. Accese una bella [sic!] sigaretta e compose il numero di Michele. (p. 313)

Allontanò l’iPhone dalla punta del naso, lo poggiò sul comodino. Finì di bere il succo di pompelmo. Poggiò sul comodino anche quello. Si alzò dal letto. Andò in bagno. Si chiuse a chiave. Fece pipì. Si tirò su i pantaloni del pigiama. Guardò lo specchio. Si trovò bella. Tornò in camera. Raccolse l’iPhone dal comodino. Contò i retweet. Erano tantissimi. (p. 335)

Bisogna essere animati da feroce voglia d’affermare un nuovo stile per scrivere ogni due per tre di scarafoni, di lune e luci che colorano il cielo, e di micro-pratiche descritte fino allo sfinimento. Del lettore. E poi ci sono sempre i frammenti scritti in una lingua tutta lagioiana, comprensibile solo a se stessa. Alcuni estratti ve li ho anticipati nella precedente puntata, altri troveranno spazio nella prossima, e se dovessi riportarli tutti potremmo andare avanti per una decina di articoli. Qui mi limito a riportarvene tre particolarmente significativi. A pagina 226 si legge:

I mesi senza Clara sono una sorta di falso incubo. Come se l’incubo lo sognasse una fotocopiatrice.

Nemmeno Federico Moccia avrebbe osato tanto. Poco oltre, pagine 226-7:

Ma tutto accade nel silenzio di una vibrazione senza la quale non resta intorno che il nudo mondo materiale.

Come al solito: cosa voleva dire? Inutile perdere tempo nel tentativo di decodificare, anche perché il frammento di sopra è addirittura acqua fresca rispetto a tanti altri. Per esempio, quello ospitato a pagina 148 grazie al quale si raggiunge l’apice dell’insensatezza:

Benché appena adolescente, nonostante nessun ragazzo ancora (ma su questo il geometra avrebbe scommesso non più di tre biglietti da cento), avesse incrinato un imene il cui valore a sedici anni Clara doveva essere abbastanza sveglia da sapere moltiplicato dal giorno in cui non ci sarebbe stato più, se la sentiva cuocere nello spazio tra il sedile e se stessa.

Non ricordo d’aver mai letto qualcosa scritta peggio di questo frammento. E purtroppo non è finita qui.

(2. continua)

E come sempre, per ristorarvi un minimo dopo cotanto orrore, vi regalo un brano musicale.