Superlega europea: perché ora si può (Calciomercato.com, 5 giugno 2016)

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Un precedente che fa giurisprudenza e certamente è una buona notizia per la lobby della Superlega calcistica europea. Giunge da Monaco di Baviera e fa riferimento al mondo del basket, ma le sue implicazioni politico-istituzionali possono essere trasferite all’ambito calcistico.

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L’Europeo delle doppie nazionalità (Calciomercato.com)

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El Shaarawy e Eder

 

Ieri il quotidiano portoghese Publico ha presentato una notizia interessante, che fotografa in modo molto preciso il cambiamento del calcio nell’epoca della globalizzazione. L’articolo, firmato da Pedro Queiroz da Costa, porta a conoscenza che quasi un quarto dei calciatori convocati per la fase finale dell’Europeo francese ha doppia nazionalità.

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Indicate a Scalfari l’uscita (dalla narrativa) [Panorama, 11 maggio 2016]

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Eugenio Scalfari

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Vorrebbe essere un romanzo filosofico: per due terzi un surrogato dell’Enten-Eller di Søren Kierkegaard, e per l’ultimo terzo una stanca variazione sul tema del Brave New World di Aldous Huxley. E invece il cimento narrativo di Eugenio Scalfari si svela al lettore per ciò che il titolo promette: un labirinto dal quale non si viene più fuori. Pubblicato per la prima volta da Rizzoli nel 1998, e da poco rimesso in libreria da Einaudi, Il labirinto è arricchito da un’introduzione dell’autore alla nuova edizione. Densa di passaggi soavi come quello di pagina XIII: “Presenze immobili com’è immobile l’attimo del presente, e vertiginosamente mutevoli quando col fragore dell’evento piombano nel presente da un loro remotissimo futuro e subito dileguano in un abisso di passato senza fondo”. Un preavviso delle padellate al cranio che chi procederà nella lettura dovrà aspettarsi, ma anche del ripetersi di un cliché. Lo si ritrova a pagina 20: “A ripensarci ora che sono vecchio e tante ne ho fatte e viste direi che si esce da un labirinto solo per entrare in un altro sicché muovendosi si resta fermi, ma questa è la nostra condizione: di contenere in ogni nostro attimo tutto il futuro e tutto il passato che coincidono incontrandosi nella porta carraia del nostro presente”. Non finisce lì, perché a pagina 144 si può leggere: “La rincorsa d’un’ombra vagheggiata, intravista appena per un istante svelava le possibilità infinite del caso, il gioco seducente delle probabilità, la fralezza dei destini che si sfiorano quando tutto potrebbe accadere per poi allontanarsi con la velocità siderale con cui il presente si perde nei recessi d’un passato di cui non resta traccia neppure nella memoria”. Stavolta manca il futuro, ma fa lo stesso. Anche perché immediatamente dopo viene piazzato un frammento mica da poco: “Anche l’incostanza in amore è così una inconsapevole protesta contro la morte alla quale oppone la molteplicità di molte possibili vite”. E che dire del passaggio a pagina 187? Leggete un po’: “Ah, insensata superbia di Io, impotente simulacro di solitaria potenza inconcreta”. Ma il meglio del labirinto scalfariano sta nelle ridondanze. Come quella di pagina 174: “Il tempo veniva dissipato senza risparmio”. A trovarlo, qualcuno che dissipi con parsimonia. Meglio ancora ciò che si legge a pagina 144, il capoverso che inizia con: “Era una notte notturna”. Ciò che richiama alla mente il mitico Ezio Luzzi di “Tutto il calcio minuto per minuto”; che una volta ebbe a definire l’ex presidente del Lecce, Franco Jurlano, “un uomo umano”. Licenze poetiche? A voi il filo di Arianna.

Il decadente Made in Italy di una nazionale tutta nera (Calciomercato.com, 3 giugno 2016)

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Made in Italy. Un marchio costruito nel corso dei secoli e reso un’eccellenza a livello internazionale nel corso del Novecento, tanto da nobilitare qualsiasi oggetto se lo vedesse accostare e rendergli un’aura di prestigio e rispettabilità che oggetti “made in altrove” difficilmente riescono a pareggiare.

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Benzema, il razzismo e il malessere francese (Calciomercato.com, 2 giugno 2016)

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Karim Benzema e Didier Deschamps

 

Meno di due mesi fa Gilles Debernardi, editorialista del quotidiano Dauphiné Liberé, aveva visto lungo. Come riportato in un articolo di Calcomercato.com, Debernardi aveva preso campo nell’immediato a proposito dell’esclusione di Karim Benzema dalla nazionale in vista degli Europei, causata dalla squallida vicenda del videotape sexy con ricatto di cui è stato vittima Mathieu Valbuena.

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Michele Serra, il reazionario soft – 3 Dall’artigianato alla catena di montaggio: così muore un talento satirico

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Le precedenti puntate sono state pubblicate qui e qui

Opinione raccolta su Facebook a margine delle precedenti puntate di questa stroncatura seriale: “Sì, sarà anche vero che i romanzi di Michele Serra sono scadenti, ma la qualità della sua scrittura resta altissima”. Dissento rispettosamente. È più dire che la qualità della scrittura di Michele Serra era alta, e mi si perdoni la licenza sul congiuntivo. Adesso non lo è più. La decadenza dell’autore va di pari passo con la decadenza del suo stile, e anzi la seconda precede la prima. Si tratta di uno schema che si applica a ogni autore, e Michele Serra non vi si sottrae. I suoi ultimi libri sono scadenti perché scadente è la prosa, e quella prosa si dimostra di cattiva qualità anche in ogni altro cimento pubblicistico. Sui motivi di questo precipitare si può dare diverse spiegazioni, ciascuna più o meno credibile. Provo a dare la mia, premettendo che sono stato fra coloro che hanno amato la scrittura di Michele Serra in altri tempi, e che perciò mi ritengo autorizzato a criticarne la miseria qualitativa di oggi.

La mia tesi è che, a partire dalla metà degli anni Novanta, Michele Serra sia rimasto vittima di un meccanismo infernale: la fordizzazione della satira. Una dinamica che ha fatto altre vittime, e che regolarmente si presenta come un bivio di carriera a ogni autore di testi e materiali comico-umoristici giunto a un livello di fama oltre il quale giunge l’obbligo di produrre per i grandi numeri. Quel bivio è quasi sempre mortale, perché determina il passaggio dalla logica della bottega artigiana a quella della catena di montaggio. Un passaggio che per chi fa satira non dovrebbe avvenire mai. La satira è infatti, per sua natura, un esercizio intellettuale che richiede la rarità. È esigente, si fonda su intuizioni folgoranti che però poi vanno messe a punto con attenzione estrema, ha un’estetica che per quanto possa sembrare paradossale richiede misura. Fra tutti i generi di scrittura, e assieme alla poesia quello che più di tutti richiede la distillazione del contenuto. Tutto ciò fa sì che il più grande sabotaggio alla satira e ai suoi autori sia quello di inflazionare entrambi. Un frammento di satira va cesellato e meditato, e poi quando esplode in tutto il suo clamore va lasciato sedimentare. Questo è il ciclo produttivo di chi elabora scritti satirici, e si tratta di un ciclo da bottega artigiana perché mette primaria attenzione sulla qualità del singolo oggetto. Che per definizione deve essere d’eccelso livello, tale da superare tutti quelli espressi fin lì ma condannato a essere visto come un’approssimazione rispetto alla perfezione. E per l’esteta (quale l’autore di satira è, checché se ne dica) la perfezione è una meta irraggiungibile per definizione, pena la morte dell’intenzione estetica.

 

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Artigiano all’opera

Questa è la satira, questo è il ciclo produttivo di chi vi si cimenta. Purtroppo, presto o tardi, succede che il rinomato autore di satira si ritrovi sollecitato a oltrepassare il confine della fordizzazione. Oltre il quale la satira non può permettersi i tempi artigianali della qualità, ma piuttosto deve produrre a raffica e secondo i tempi industriali comandati dalla catena di montaggio della comunicazione di massa: la rubrica de newsmagazine settimanale, gli impegni autoriali per i due-tre programmi televisivi, la rubricuzza quotidiana che per 330-340 giorni all’anno deve essere assicurata come fosse la cacchina del mattino e senza possibilità di sottrarsi, la rubriconza della risposta alle lettere dei lettori da sbrigare per il newsmagazine settimanale allegato al quotidiano, e poi le articolesse che capita di scrivere con una certa frequenza perché si è pur sempre una delle firme di punta del giornale, e gli interventi una tantum da assicurare dove e quando succede. Chiamasi sfruttamento estensivo di risorsa fatto con una tempistica imperativa, laddove nel ciclo artigianale della produzione si procede per via intensiva e con una tempistica relativamente lasca.

 

 

E non c’è autore che ne esca indenne, se accetta di lasciarsi inglobare dalla logica di fordizzazione della satira. Basta poco per vedergli perdere smalto, per avvertire la fatica e la scontatezza delle trovate, e la rarefazione dei momenti degni del periodo artigianale. Se nel periodo pre-fordista erano otto-nove su dieci i frammenti che strappavano la nostra ammirazione, in quello fordista troviamo decente un frammento ogni venti-venticinque. E soltanto uno su cinquanta davvero all’altezza dei momenti migliori dell’artigianato satirico.

In questo meccanismo è rimasto stritolato Michele Serra come altri autori di satira prima e dopo di lui. Chiamato a scrivere a ritmi da catena di montaggio, egli ha preso il solo profilo possibile in circostanze del genere, quello che Vincenzo Ostuni, editor di Ponte alle Grazie, individuò per l’insipido Gianrico Carofiglio: scribacchino mestierante. Un’etichetta in cui non bisogna ravvisare offesa alcuna (ma Carofiglio, dall’alto della sua venerazione per la libertà d’opinione, decise di querelare), e che anzi corrisponde alla realtà delle cose. Perché quanto più un autore è costretto a scrivere, tanto più si affiderà al mestiere, cioè al bagaglio d’esperienza fatto di trucchi, trovate e schemi ripetitivi che consentono di portare a termine la missione anche in momenti di scarsa vena. Il Michele Serra dell’ultimo quindicennio rispetta questo profilo. E ne è dimostrazione Satira preventiva, la rubrica che tiene ogni settimana sull’Espresso. In quello spazio si ha la costante ripetizione di uno schema: si prende un tema, lo si sottopone all’uso sfrenato di iperboli e paradossi con ricerca dell’assurdo a tutti i costi, e ci si sforza d’arrivare in fondo alle circa 3.000 battute necessarie per coprire la pagina. Il risultato? Imbarazzante. Basta fare una rapida rassegna di alcune puntate prese a caso, partendo dall’ultima pubblicata nel numero in edicola fino al 26 maggio. Si prende spunto dalla notizia su Alfio Marchini che per fare campagna elettorale parcheggia da qualche parte la Ferrari e va in giro con mezzi più modesti, e ecco come viene sviluppato:

 

La sua campagna elettorale è massacrante. Raggiunge in Ferrari un autogrill sul raccordo anulare, dove sale su una Panda. Da lì si spinge fino a Tor Bella Monaca dove lascia la Panda e sale su un Ape; abbandona l’Ape a poche centinaia di metri e inforca un Ciao degli anni Sessanta con il quale arriva fin sotto il palco. Due i problemi imprevisti: il primo è che nel corso dei vari passaggi Marchini dimentica di congedare l’autista, e dunque quando fende la folla seduto sul portapacchi del Ciao guidato da un uomo in livrea l’auspicato effetto pauperistico è vanificato; il secondo è che quando torna, a notte fonda, in autogrill, non trova più la Ferrari. Fioccano le polemiche sui social network: pare che il Ciao degli anni Sessanta di Alfio Marchini sia lo stesso usato da Liz Taylor quando era a Roma per girare “Cleopatra”. È stato battuto all’asta per 120mila euro.

 

 

Cosa di più imbarazzante che uno impegnato spasmodicamente a farvi ridere ricevendo i cambio smorfie perplesse e sguardi viaggianti altrove? È la reazione ordinaria davanti ai pezzi “satirici” di Michele Serra, specie quando a leggerli sono coloro che hanno amato la satira serriana dell’epoca artigianale. Altri esempi? Subito serviti. Dal numero in edicola il 19 maggio, sotto il titolo Garantisti e giustizialisti al Derby del Cuore, si legge:

 

Il “Foglio” e il “Fatto quotidiano” sono gli sponsor, rispettivamente, della squadra garantista e di quella giustizialista. Il “Fatto Quotidiano” ha chiesto il sequestro preventivo delle magliette garantiste, perché sono state realizzate in una maglieria la cui titolare, negli anni Settanta, era fidanzata con uno zio del ministro Boschi. Il “Foglio” ha chiesto l’analisi chimica delle maglie dei giustizialisti, che sono rosso sangue. “Una polemica pretestuosa – ha replicato il selezionatore della Nazionale Giustizialisti, Di Pietro – perché per tingere le nostre maglie non abbiamo usato sangue umano, ma sangue di tacchino”.

 

Risate da infarto, eh? Roba che non avrebbe scritto nemmeno Beppe Severgnini. Invece per il Michele Serra della satira fordizzata è la norma. Leggiamo cosa scrive nella puntata di Satira preventiva pubblicata il 21 aprile col titolo Presentate da Vespa le ricette Provenzano. Si prende spunto dalle polemiche seguite alla presentazione del libro di Salvo Riina durante una puntata di Porta a porta, e da lì parte la solita sarabanda di ulteriori sviluppi immaginati:

 

Cominceranno, sempre da Vespa, le sorelle Idda e Chidda Provenzano con il loro libro di ricette fresco di stampa. Sono quasi tutte immangiabili perché le sorelle Provenzano non hanno mai amato cucinare, e mangiano da sempre alla tavola calda sotto casa. Si tratta di poche pagine sciatte, una decina in tutto, scritte in modo approssimativo. Si distingue solo una interessante pasta con le sarde nella quale le sarde vanno messe ancora vive nel piatto: ogni commensale deve strangolarle lentamente con una tagliatella. Vero scopo del libro è introdurre un lungo elenco (duecento pagine) dei negozi di alimentari in regola con il pagamento del pizzo, dove le sorelle intimano di fare la spesa. Ogni acquirente del volume, uscendo dalla libreria, viene pedinato da uno sconosciuto che lo minaccia nel caso non si rifornisca nei negozi autorizzati.

 

 

Potrei andare avanti a lungo, ma preferisco chiudere la rassegna su Satira preventiva citando un ultimo estratto che risale alla scorsa estate, esattamente al 30 luglio 2015. Il titolo della puntata è Ultima moda ultrà scontri senza partita, e prende spunto dagli scontri di cui è stato protagonista qualche giorno prima un gruppo di tifosi laziali alla vigilia di una partita amichevole a Bruxelles. Ecco come il nostro reazionario soft ha svolto il compitino:

 

Perché picchiarsi solo prima, durante e dopo la partita? Perché piegarsi all’inaccettabile interferenza del gioco del calcio sul corretto svolgimento della violenza sugli spalti? Si sta valutando l’ipotesi di organizzare scontri in assenza di partita, con gli stadi pieni di tifosi e il campo vuoto: solo con un enorme gong al centro. Al suono del gong, dato da un funzionario della Lega Calcio, gli ultrà cominciano a lanciarsi petardi e bastonarsi urlando sconcezze con gli occhi fuori dalle orbite. “Il grande vantaggio – spiegano i capi ultrà – è che non si viene più disturbati da quanto avviene in campo, ci si può concentrare molto meglio sulle violenze”.

 

E se l’autore si limitasse a scrivere ciò, si tratterebbe di un frammento intelligente e gradevole. Ma ragionare a questo modo attorno a un frammento di satira significa insistere nell’applicare una logica artigianale alla satira stessa. Che invece, nel caso di Michele Serra, deve piegarsi alla logica industriale del compimento della misura. E l’esigenza di compiere la misura comporta un allungamento di brodo il cui effetto è inflazionare e banalizzare quel poco di gradevole che è stato prodotto. Lo dimostra il frammento immediatamente successivo:

 

Per contenere i costi si stanno studiando anche disordini take-away, ordinabili con una semplice telefonata a un numero verde: si possono ordinare fino a sei ultrà che verranno consegnati a domicilio in un apposito contenitore termico, che li mantiene caldi. Si va dalla tariffa Comfort, un semplice scambio di sberle in faccia e parolacce sul portone di casa, alla Executive, con devastazione accurata dell’appartamento, fino alla De Luxe, con devastazione anche dell’appartamento del vicino e incendio finale della tromba delle scale.

 

 

Avvilente. L’articolo in sé, ma soprattutto il confronto fra gli scritti serriani del periodo artigianale e quelli di adesso. L’impoverimento di stile è evidente, e va messo agli atti come un dato ormai irreversibile. Ma davanti a ciò i difensori di Michele Serra e del suo stile potrebbero insorgere e sostenere che questa critica si basi esclusivamente su un giudizio di qualità, e che dunque si tratti di un argomento non abbastanza forte per sostenere la tesi sul declino della scrittura serriana. A questa obiezione rispondo che c’è molto altro, nella scrittura di Michele Serra, a segnalare il suo scadimento. E non si tratta soltanto d’inflazione dello stile e del testo. Anche la forma denuncia una grave perdita di qualità. Ma di questo si parlerà nella quarta e ultima puntata.

(3. continua)

 

Come sempre, per risarcirvi parzialmente delle brutture che avete letto vi regalo un brano musicale d’alta qualità.

 

Jorge Mendes e la macchina della propaganda

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Colpire con largo anticipo e farlo in modo rumoroso. Jorge Mendes ha scelto il metodo Shock and Awe per avviare la personale campagna 2016-17, quella che dovrà sancire in modo definitivo la sua incoronazione al ruolo di uomo più potente del calcio globale. Nell’anno dell’ultimo Campionato Europeo da disputarsi con la formula del paese ospitante, e in un momento della stagione in cui i tornei nazionali sono ancora in corso e le finali delle coppe europee rimangono da giocare, il boss di Gestifute ha già messo a segno uno dei colpi di mercato che segneranno l’intera campagna trasferimenti estiva. E ancora una volta lo fa mobilitando cifre surreali. Lo scorso martedì è stato ufficializzato il passaggio del giovane Renato Sanches dal Benfica al Bayern Monaco. La cifra complessiva dell’affare, 80 milioni, è uguale a quella di un alto affare clamoroso orchestrato da Jorge Mendes al termine della campagna trasferimenti estiva del 2015: il passaggio di Anthony Martial dal Monaco al Manchester United, a proposito del quale abbiamo avuto modo di chiarirci le idee grazie ai documenti pubblicati da Football Leaks.

 

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Renato Sanches

 

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E come in quel caso anche stavolta la somma è scaglionata tra una cifra fissa e una serie di bonus legati a obiettivi. Nel caso dell’attaccante francese, il Manchester United ha versato 50 milioni legando gli ulteriori 30 al raggiungimento di tre diversi bonus da 10 milioni ciascuno. Invece per quello che riguarda il centrocampista portoghese la parte fissa si attesta sui 35 milioni, mentre quella legata ai bonus ammonta a 45. Non tutti facilmente raggiungibili, questi ultimi. Resta però l’esorbitante ammontare dell’affare, per un calciatore d’età ancora giovane che poco ha mostrato e tantissimo deve ancora esibire. Almeno per il momento gli 80 milioni pagati sono una sopravvalutazione ai limiti della sconcezza. Ma non è la prima e non sarà l’ultima, specie se c’è di mezzo Jorge Mendes. E soprattutto c’è un altro aspetto della questione sul quale bisogna riflettere: la gigantesca macchina propagandistica che è stata montata attorno alla storia di Renato Sanches, battezzato come fenomeno prima ancora di esordire in prima squadra e poi celebrato quotidianamente dalla stampa sportiva portoghese come un predestinato.

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Chi segue quotidianamente la realtà del calcio portoghese sa quanto stucchevole sia stata questa campagna d’appoggio al “nuovo fenomeno del calcio portoghese e mondiale”.

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Titolare del Benfica, e poi nazionale, e infine tesserato da uno dei club più ricchi e potenti del mondo con esborso di una cifra esagerata. Una velocità d’affermazione come nemmeno Diego Armando Maradona. Tutto molto bizzarro, così come altri dettagli che riguardano il personaggio. A cominciare dalla sua età, tema che nel piccolo mondo portoghese accende dibattiti feroci con tanto di minacce di querela. Perché mai?
C’è innanzitutto il fatto che, in quanto diciottenne, Renato Sanches sembra – come dire? – parecchio maturo e fisicamente sviluppato.

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Un bel fisico da diciottenne

E fin qui nulla di cui insospettirsi oltremodo: magari il ragazzo ha avuto una crescita fisica precoce, come a tanti altri suoi coetanei può capitare. E però questo dettaglio, riguardante il rapporto fra la struttura fisica e l’età presunta che “a vista” possiamo attribuire a un soggetto, va a fare il paio con la bizzarra vicenda della registrazione all’anagrafe di cui Renato Sanches è stato oggetto. La versione ufficiale narra che il nuovo fenomeno del pallone globale sia venuto al mondo a Lisbona in data 18 agosto 1997. Però questa data di nascita sarebbe stata registrata all’anagrafe soltanto cinque anni dopo. I motivi di questo ritardo sarebbero dovuti alla separazione fra i genitori, entrambi capoverdiani. E tuttavia, secondo la versione ufficiale, pur registrata in ritardo la data di nascita del ragazzo è quella reale.

Ciascuno è libero di giudicare questa versione dei fatti. Ovvio però che il mix fra i “dubbi dell’occhio” e la ritardata registrazione all’anagrafe alimenti maligne interpretazioni sull’età di Renato Sanches. Un tema sul quale Jorge Mendes è particolarmente sensibile, arrivando a mostrare un nervosismo fuori misura. La prima dimostrazione di ciò si ha lo scorso novembre. Succede che Carlos Severino, candidato sconfitto a marzo 2013 da Bruno De Carvalho alle elezioni presidenziali dello Sporting Clube de Portugal, esterni in tv i propri dubbi sull’età del nuovo fenomeno: “Se faccio il paragone con mio figlio dodicenne, mi pare che Renato Sanches abbia 28-30 anni”.

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Carlos Severino

 

Immediatamente Jorge Mendes dà mandato a uno dei suoi avvocati di querelare Severino per diffamazione. Per i mesi che seguono pare che questa lite sia destinata a rimanere un caso isolato, e invece giusto in questi ultimi giorni si è riacceso un conflitto a tutto campo fra lo sportinguismo e il clan di Renato Sanches sulla questione anagrafica. Dapprima provvede Gilberto Borges, responsabile della sezione Hockey su Pista del club leonino, con un post su Facebook in cui mette in evidenza alcune discrepanze sulla progressione in carriera del “giovane fenomeno”.

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Gilberto Borges

 

Il post viene rimosso dopo poche ore, ma il suo testo viene riportato da diverse testate. Poi arriva lo scontro fra Renato Sanches e il presidente sportinguista Bruno De Carvalho. La notizia è riportata in prima pagina da Record nell’edizione di giovedì 12: il “giovane fenomeno” minaccia di querelare il presidente se entro cinque giorni non ritratterà una pubblica presa di posizione dello scorso 20 marzo.

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Bruno De Carvalho

In quell’occasione il focoso presidente sportinguista ebbe da ridire anche lui sull’età di Renato Sanches, e inoltre stigmatizzò una sua durissima entrata su Bryan Ruiz in occasione della gara tra Sporting e Benfica del 4 marzo, ipotizzando che fosse mirata a far male.

Qualora Bruno De Carvalho non facesse pubblica ammenda di quelle dichiarazioni, Renato Sanches procederà con la querela. Il presidente leonino ha già fatto saper che a ritrattare non ci pensa nemmeno, e dunque ci sarà altro materiale per giudici e avvocati. Che di questo passo, sul dossier del “giovane Renato Sanches” potrebbero alimentare una casistica giudiziaria da porre come case study giurisprudenziale. Tutto, pur di non fare la sola e elementare mossa che fugherebbe ogni dubbio: fornire una prova scientifica e inequivocabile sull’età del calciatore. Basterebbe poco, e chissà come mai il “giovane fenomeno” e il suo onnipotente agente non abbiano preso in considerazione l’eventualità. Con un una prova scientifica tra le mani fugherebbero definitivamente ogni dubbio, e disporrebbero di un’arma micidiale da utilizzare nelle aule di tribunale contro chiunque osasse mettere in dubbio i dati anagrafici di Renato Sanches. Ma evidentemente le cose semplici finiscono per essere sempre le più complicate. Meglio le polemiche a mezzo stampa e le querele per diffamazione. Per quanto mi riguarda, non ho alcuna difficoltà a credere che Renato Sanches sia nato il 18 agosto del 1997, così come non ne avrei se mi dicessero che fosse nato il 25 ottobre del 1999 o il 3 marzo del 2001. Non ho mica tempo per montare in groppa al Ronzinante e lanciarmi all’assalto dei Mulini dell’Anagrafe. Se però è ancora consentito avere un’opinione sull’età apparente di una persona, dico che per me Renato Sanches dimostra perlomeno 25 anni. Lo dico come dico che a mio giudizio Jorge Mendes, la cui età anagrafica è di 50 anni, ne dimostra poco più di 40. Ho forse leso l’immagine pubblica del “giovane fenomeno” perché mi sembra più anziano di quanto dichiari, e quella del suo amorevole agente perché rischio d’averlo etichettato come bamboccione? E soprattutto, ho ancora facoltà di esprimere un’opinione sull’età apparente di una persona senza rischiare la querela per diffamazione?

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Don Chisciotte e il suo Ronzinante

 

Come vedete, siamo pienamente nel campo delle amenità, della distrazione di massa che alimenta le polemiche anziché formulare le domande giuste. Meglio dare il proprio, volenteroso contributo alla macchina della propaganda mendesiana che da martedì pomeriggio lavora a pieno regime e minaccia d’andare avanti a tutto motore fino alla conclusione della campagna trasferimenti estiva. Se n’è avuto un assaggio sfogliando le edizioni di mercoledì dei tre quotidiani sportivi portoghesi. Ovviamente spiccava A Bola, il più attento agli umori della nazione benfiquista. La prima pagina era una celebrazione del Menino de Ouro, con grande enfasi sull’ennesima pioggia di denaro che si riversa nelle casse del Benfica. Per merito di chi? Ovviamente di Jorge Mendes, che da pochi mesi è l’agente di Renato Sanches e da almeno due anni il Gran Ciambellano del mercato benfiquista.

 

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Il giornale non si sottrae al rito del bacio della pantofola e menziona il boss di Gestifute a pagina 6, con tanto di fotografia.

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Ma non finisce qui, perché l’edizione di A Bola mandata in edicola mercoledì 11 maggio è una specie di Tutto Mendes minuto per minuto. Una cosa che avevo già visto realizzarsi con l’edizione del 3 ottobre 2015, della quale parlerò nel libro M – L’orgia del potere, in uscita a ottobre. Oltrepassata la sezione del giornale dedicata al Benfica, infatti, arriva quella sullo Sporting che si apre con la notizia della possibile cessione di João Mario al Manchester United. Affare che sarebbe completamente orchestrato da Jorge Mendes, molto più quanto dica l’articolo (che però è accompagnato da un sommario in cui non si perde la chance di ricordare il ruolo fondamentale del super-agente)

 

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Sono diverse le leve manovrate dal super-agente in questo possibile affare: il Manchester United è infatti un club che da sempre realizza col super-agente portoghese affari a cifre esagerate, e nell’ultimo biennio la relazione si è infittita; il principale candidato alla panchina dei Red Devils continua a essere José Mourinho, cliente di Mendes; così come lo è Joâo Mario; e infine, come ci ricorda l’ottimo blogger portoghese O artista do dia, c’è il dettaglio che il 25% dei diritti economici del calciatore sportinguista sono in possesso di Quality Football Ireland, facente capo alla catena dei fondi controllati da Quality Sports Investments (QSI). Di questi fondi, su cui la Fifa ha indagato salvo poi ritirarsi in buon ordine, si disse in un primo tempo che avessero proprio Jorge Mendes fra i propri soci. Questa interpretazione causò l’intervento chiarificatore di Carlos Osorio De Castro, avvocato di fiducia del boss di Gestifute. Osorio De Castro, a margine del chiacchierato trasferimento del portiere Roberto dal Benfica al Saragozza, dichiarò che il suo cliente non è socio di QSI, ma soltanto un consulente. E ovviamente non mi passa per la testa di contraddire l’avvocato di Jorge Mendes, vista la facilità di querela che vige in Gestifute e dintorni. Però a proposito di Osorio De Castro mi piace ricordare un dettaglio di carattere familiare. La sua amata figliola Francisca è una cantante pop, nota nel mondo dello spettacolo col nome Kika.

 

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Carlos Osorio De Castro

 

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Kika

Classe 1997 come Renato Sanches, la giovane Kika è precoce al pari del “nuovo fenomeno” del calcio portoghese. Nel 2014, all’età di 17 anni, Fraceschina Osorio De Castro vide il suo brano musicale “Vai Portugal” scelto come inno d’accompagnamento della nazionale per i mondiali brasiliani. E mi guarderei bene dal dubitare che quella scelta sia stata la più trasparente possibile. Mi limito a dire che quel brano è una cacata pazzesca. Giudizio personale di qualità, se è ancora lecito esprimerne senza beccarsi una querela.

Tornando a QSI, Mendes ne è sicuramente un consulente, come abbiamo saputo dal papà della cantante Kika. E dunque, ricapitolando, João Mario è un assistito di Jorge Mendes i cui diritti economici sono per un quarto proprietà di un fondo il cui principale consulente si chiama Jorge Mendes, e potrebbe andare a giocare in un club in ottimi rapporti con Jorge Mendes trovando come allenatore un altro cliente di Jorge Mendes. L’uomo che si è fatto calciomercato.

Continuando lo sfoglio del giornale si trova un articolo dedicato a Adrian Lopez, l’attaccante ex Atletico Madrid che oltre a essere un cliente di Jorge Mendes è stato anche uno dei più grandi flop recenti del calciomercato portoghese. A farne le spese, in tutti i sensi, è stato il Porto. A causa di questo pessimo affare il presidente portista Pinto Da Costa ha dichiarato di recente che d’ora innanzi sarà più cauto nel fare affari con Jorge Mendes. Adrian Lopez ha trascorso in Spagna la stagione appena conclusa, giocando con la maglia del Villarreal. E anche lì non ha fatto alcunché di memorabile. Ma è bastato che conducesse un decente finale di torneo perché A Bola  parlasse di “luce in fondo al tunnel” e gli dedicasse quasi una pagina con citazione obbligatoria di Jorge Mendes.

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E infine, nella sezione dedicata agli “altri sport”, ecco un pezzo sul tennista numero 1 in Portogallo: Joao Sousa, che fa riferimento alla possibilità di andare alle Olimpiadi e ne parla come di un sogno che aveva da bambino. Anche Joao Sousa è un cliente di Jorge Mendes tramite la Polaris, agenzia specializzata nella gestione dei diritti d’immagine. E almeno in questo articolo il super-agente non viene citato, ma poco cambia.

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Da A Bola si passa a O Jogo, quotidiano sportivo di Oporto. Che riserva adeguato spazio al trasferimento di Renato Sanches in Germania e mette in evidenza un altro aspetto dell’affare: il ruolo chiave svolto da Carlo Ancelotti, neo-allenatore dei bavaresi.

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Il tecnico emiliano non risulta fra i clienti di Mendes, ma nei mesi scorsi i due non hanno mancato di mostrare in pubblico quanto buoni siano i loro rapporti. Lo scorso novembre Ancelotti era a Londra in occasione della prima mondiale del film su Cristiano Ronaldo, e si è fatto fotografare abbondantemente assieme al calciatore e al suo agente.

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Ma ciò non significa che la scelta di Ancelotti in favore di Renato Sanches sia stata dettata da motivi diversi rispetto alla valutazione tecnica, ci mancherebbe altro.

Nella pagina successiva trovava spazio un’intervista con Domingos Soares Oliveira, direttore finanziario del Benfica. Da cui è giunto un annuncio a proposito dell’impiego che il club encarnado farà dei denari versati dal Bayern.

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Verranno impiegato sul mercato in entrata, e in questo senso uno dei primi obiettivi è l’argentino Rodrigo Bentancur del Boca Juniors.

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Rodrigo Bentancur

 

Per acquisirlo, specifica il giornale rimarcando una cosa nota da settimane, “il Benfica sarà appoggiato da un gruppo d’investitori guidato da Jorge Mendes”. Dunque, Jorge Mendes pilota la cessione al Bayern di un calciatore da lui assistito e poi dirige parte di quei denari verso l’acquisto di un altro calciatore d’interesse suo e del gruppo d’investitori che lo appoggia. Ma va tutto bene, madama la marchesa, e i giornalisti portoghesi non fanno una piega.

L’apoteosi viene toccata col quotidiano Record. Che dedica le pagine 2 e 3 ai dettagli dell’affare, e rende protagonisti pure i professionisti che hanno portato a termine la trattativa. Non riesco a riprodurre la pagina, ma riporto una sua versione web.

Si tratta di Paulo Rendeiro e Valdir Cardoso.

Rendeiro è avvocato dello studio Morais Leitão, Galvão Teles, Soares da Silva e Associados, lo stesso di Osoriuo De Castro di cui Gestifute è cliente; Cardoso è un funzionario della stessa Gestifute. Il modo in cui la pagina di Record è disegnata, e le foto che vengono inserite, comunicano una rappresentazione dei fatti molto chiara: più che tra Bayern Monaco e Benfica, si è trattato di un affare tra il club bavarese e Gestifute. Che il mondo sappia chi muove i fili degli affari.

Questo è lo stato dell’informazione sportiva portoghese quando c’è di mezzo Jorge Mendes. E in una situazione del genere fare controinformazione è non soltanto un dovere, ma uno strumento d’autodifesa.