Il buffo caso di monsieur Thiriez e degli un-dorsement (Calciomercato.com, 16 febbraio 2021)

La penosa storia di Monsieur Thiriez e del 'complotto' contro i suoi sostenitori

Qualcuno intimidisce i suoi sostenitori. È questa la lunare versione dei fatti data via Twitter da Frederick Thiriez, presidente della Ligue de Football Professionnel francese fra il 2002 e il 2016 che ha deciso di contendere, il prossimo 13 marzo, la poltrona di presidente della federazione (FFF) all’uscente Noel Le Graet. Alle 21.08 di lunedì 15 febbraio Thiriez ha pubblicato la copia di un comunicato in cui denuncia pressioni, intimidazioni, addirittura minacce cui sarebbero stato sottoposti molti firmatari dell’appello in favore della sua candidatura.

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“Non ci copriamo per far piacere allo sceicco del Qatar” (Domani, 23 febbraio 2021)

Quel dress code rispettatelo voi. Karla Borger e Julia Sude, coppia numero 1 del beach volley femminile tedesco e numero 16 del ranking mondiale, hanno anteposto la dignità personale e di genere alla chance sportiva. E per questo hanno deciso di non partecipare alla tappa del Beach Volleyball World Tour, la Katara Beach Volleyball Cup che si terrà a Doha (Qatar) dal 8 al 12 marzo. Lo hanno comunicato immediatamente alla federazione nazionale, ricevendo il massimo appoggio.

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Conflitto tra Olympique Marsiglia e tifosi, interviene il sindaco (Calciomercato.com, 20 febbraio 2021)

L'assalto al centro sportivo, il giallo convenzioni. Il sindaco di Marsiglia: 'L'OM riprenda il dialogo coi tifosi'

L’Olympique Marsiglia (OM) torni sui propri passi e non dia corso all’intenzione di revocare la convenzione con le associazioni dei tifosi. È l’appello lanciato dal sindaco di Marsiglia, Benoît Payan, al presidente Jacques-Henri Eyraud. La sollecitazione giunge nel corso di un’intervista televisiva, rilasciata pochi giorni dopo la pubblicazione di un’indiscrezione secondo cui l’OM si appresterebbe a sospendere la convenzione con i gruppi rappresentativi della tifoseria e relativa alle facilitazioni sugli abbonamenti. Una mossa che sarebbe l’ultimo passaggio in una sequenza di tensioni fra la società e la tifoseria.

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Le cifre reali del passaggio di Luis Suarez dal Barcellona all’Atletico Madrid (Calciomercato.com, 19 febbraio 2021)

Suarez all'Atletico Madrid, un intreccio di valori finanziari e verità nascoste, con la menzogna come metodo

L’estate delle polemiche si era chiusa per l’attaccante uruguayano Luís Suarez col trasferimento dal Barcellona all’Atlético Madrid. Un affare che secondo quanto comunicato dal sito ufficiale della società blaugrana al momento del trasferimento sarebbe stato concluso sulla base di 6 milioni di euro, in parte legati al maturare di bonus. Ma l’odierna edizione del quotidiano catalano Sport riferisce un’altra versione.

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Il preside Draghi e la classe degli ovini (Men on wheels, 7 febbraio 2021)

Come quando entrava in classe il preside. Lo stesso silenzio che crolla dall’alto, simile a un sipario dai fili recisi, e il contagio di sguardi spauriti laddove prima dominava lo smargiassume. Vi piaceva vincere facile, eh?

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Il ritorno di Ahmad Ahmad. Il re degli scandali nel calcio africano (Domani, 17 febbraio 2021)

La più imbarazzante delle premiazioni. Sul campo dello Stade Omnisport Ahmadou Aidjo di Yaoundé (Camerun) la nazionale del Marocco si è appena aggiudicata la sesta edizione del Campionato delle Nazioni africane (Chan nell’acronimo in francese), battendo in finale 2-0 il Mali. Ma l’esito sportivo è già passato in secondo piano.

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Quel buffo balletto fra Totti e la Reggina (Calciomercato.com, 18 febbraio 2021)

Quel buffo balletto fra Totti e la Reggina

Una storia buffa che rischia di avere serie conseguenze. Coinvolge la società Reggina 1914 e Francesco Totti. E s’incentra sulla cattiva gestione di una photo opportunity che si svela alquanto inopportuna. Un eccesso di passione (chiamiamolo così), cui seguono l’imbarazzo e una toppa che risulta peggiore del buco.

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La Bari nera. Quella vera, raccontata da Alessio Viola – 1 Il crimine mutante nella città che cambia

Con Alessio Viola mi trovo vergognosamente in debito.

Anni fa mi inviò il suo romanzo Dove comincia la notte, edito nel 2013 da Rizzoli. Non ricordo nemmeno più quanti anni fa e preferisco non far mente locale per non acuire il senso di colpa, che del resto chiama in causa numerosi altri autori dai quali ho ricevuto le opere e che in gran parte sono rimasti senza risposta. E poiché finalmente ho deciso di rendere questo blog qualcosa di utile – e la prima utilità è dargli un funzionamento minimamente regolare, anziché aggiornarlo una volta ogni luna zoppa – ho scelto di cominciare proprio da lui. Per due motivi.

Il primo è anche il più veloce da illustrare: a differenza di molti altri romanzi che gli autori mi hanno inviato, quello di Alessio Viola l’ho letto. E già con questo faccio auto-accusa, con impegno a rimediare che rivolgo a tutti gli altri.

Il secondo richiede qualche riga in più: comincio dal romanzo di Alessio Viola perché mi è piaciuto. Anche tanto. E magari questa notizia spiazzerà innanzitutto lui, forse convinto che il mio silenzio fosse dovuto a mancato apprezzamento. No caro amico, era solo cialtroneria. Dote che meno di molte altre mi difetta. Lessi a suo tempo e mi ripromisi di scriverne, ma poi la cosa rimase lì al pari di molte altre pesante e non realizzate. E tuttavia i bei romanzi sedimentano. E il tempo trascorso mi ha fatto capire che l’apprezzamento verso Dove comincia la notte fosse anche più alto di quanto percepito nell’immediato. Impressione confermata alla rilettura, che si è resa necessaria per il troppo tempo trascorso rispetto alla prima. Giusto fio da pagare all’eccesso di tentennamento.

Invero, vi sarebbe un terzo motivo. Biecamente strumentale. Come tutti i lettori di Cercando Oblivia sanno, qui vengono pubblicate soprattutto stroncature. La ragione di tale prevalenza è altrettanto nota: l’autore-proprietario del blog è molto esigente, è convinto assertore del fatto che un buon 80-85% della produzione libraria odierna non dovrebbe essere nemmeno concepita (altro che pubblicarla), sicché è inevitabile la schiacciante prevalenza delle stroncature sulle recensioni positive. Ma detto ciò, non mi andava di riprendere una regolare attività del blog con una stroncatura. Preferisco ricominciare parlando in positivo di un libro che lo meriti, dopo di che si ripartirà con le stroncature (il signor Scurati Antonio è pregato di accomodarsi in sala d’attesa, ma anche molti fra coloro che sono in odore di candidatura per lo Strega). Insomma, caro Alessio, tutta questa premessa per dirti che un po’ ti sto sfruttando. Non me ne volere.

1. La Bari criminale Anni Novanta

Quanto ampiamente ce l’hanno raccontata Bari, negli anni recenti. Nelle cronache del Berlusconismo (rovinosamente) decadente, ma soprattutto nella narrativa che piace alla gente che piace. Quella soporifera firmata da Gianrico Carofiglio, e quella devastante per la lingua italiana e i neuroni tratteggiata da Nicola Lagioia. E ogni volta, quell’impressione a farsi largo nella mente del lettore minimamente smaliziato: la rappresentazione di una caricatura di città, dominata dai narcisismi autoriali dell’uno e dalle influenze romanordiste e infimumfaxe dell’altro. Da quelle pagine, che parzialmente sono state stroncate in questo blog (leggere qui, qui e qui), ma in massima quota hanno ancora da ricevere il meritato trattamento, viene perennemente fuori una Bari invertebrata. Descritta senza l’attenzione che si deve alle sue specificità, deprivata della sua anima profonda, tirata dentro quasi per caso e pressoché indistinguibile (salvo per qualche riferimento topografico che chiunque tra voi potrebbe cavare, buttando via su Google Street View cinque minuti di un giorno qualunque) da ogni altra città.

E invece le pagine del romanzo di Alessio Viola descrivono una Bari profonda, vera. Fatta di angoli che altre opere di narrativa non raccontano e di una cintura metropolitana ricca di bellezze selvagge e bruttezze prodotte da una criminale antropizzazione. E di volta in volta si ha impressione di respirarli, quei luoghi menzionati. Soprattutto perché se ne respira l’originalità. Ciò che è il vero dono dal narratore di luoghi a chi non li conosce e magari non ne ha nemmeno mai sentito parlare. La Bari narrata da Alessio Viola è verace. Punteggiata di posti che non sono quelli noti a qualsiasi non barese, narrati con straordinaria capacità di narrarne la specificità. Non certo il quartiere-Japigia-supermarket-della-droga sciattamente tratteggiato da Nicolino Lagioia nel desolante Riportando tutto a casa. Piuttosto, l’autore di Dove comincia la notte ci porta in giro per una città piena di chiaroscuri, un vasto territorio metropolitano dove è impossibile segnare una cesura netta fra legalità e illegalità.

Questo taglio nel racconto della città è evidente fin dalle prime pagine della narrazione, laddove prendono a incrociarsi i due protagonisti della storia: Roberto de Angelis, il poliziotto che sta scivolando verso il proprio inferno e Giacinto Trentadue, il giovane killer della nuova mala barese. Il poliziotto pedina il killer perché la sua missione è capire come stia cambiando la mappa del potere criminale a Bari e ritiene di avere individuato il soggetto che possa fargli da chiave d’ingresso in quel mondo difficile da permeare. Il piano di De Angelis va a compimento senza che Trentadue sospetti d’essere stato avvicinato da un poliziotto sotto copertura. E da lì in poi fra il rappresentante dell’ordine e il rappresentante del crimine nasce un rapporto d’amicizia in cui il confine fra legalità e illegalità, fra bene e male, viene dissolto. Perché i demoni del poliziotto vengono fuori con tutta nettezza e lo portano a assumere comportamenti che sono l’opposto della legalità, mentre dal canto suo il criminale mostra una pur rudimentale e discutibile nettezza di principi morali che gli semplificano la vita e lo portano a agire con una scrupolosità invidiata dall’altro. Del resto la storia narrata da Alessio Viola è radicata nel territorio del noir: non esistono personaggi positivi, non c’è spazio per esempi di virtù. Soltanto soggetti dall’ego tossico, capaci di raggiungere la pace con se stessi soltanto laddove riducano l’etica a un’algebra morale: numeri positivi e negativi cui adeguarsi secondo ciò che il piano di vita mette alla loro portata.

Questi due personaggi prendono a entrare in contatto nella Bari da non-cartolina che prende a dipanarsi dalle prime pagine del testo. Siamo all’altezza delle pagine 15-16 quando De Angelis segue prudentemente in auto Trentadue, cercando di non farsi scorgere mentre attraversano il territorio lunare che ben conosce chi vive o ha vissuto le aree metropolitane del meridione d’Italia:

Si lasciarono alle spalle il panorama della periferia barese, capannoni industriali e costruzioni abusive di ogni sorta, impianti sportivi abbandonati a metà e teatri tenda muniti di permesso e copertura della malavita, officine dove si smontavano le macchine rubate e si depositavano i cartoni di sigarette sbarcati a San Giorgio, il porticciolo antico a sud della città, quello dove a maggio approda la statua del santo patrono, San Nicola, nei giorni di festa.

Arrivarono alle schiere di villette edificate negli antichi Settanta – una distesa ininterrotta di complessi e villaggi che si allungava per tutto il litorale sud – abitate da una piccola borghesia che un tempo pensava di trovare l’America e che invece si era risvegliata in una periferia isolata e grigia, con stradine che si immettevano in maniera suicida nel traffico assurdo della tangenziale.

È solo un saggio delle descrizioni che l’autore fa della Bari ambigua, ricca di territori indecifrabili. E su tutti spicca il quartiere di Poggiofelice, nome di comodo per designare Poggioallegro, un sobborgo di Noicattaro che negli Anni Novanta fu la base di una nuova criminalità straordinariamente sanguinaria. Essa viene descritta nelle pagine di Alessio Viola con un’abilità che mescola il talento narrativo con l’analisi sociologica. I passaggi degni di menzione sono innumerevoli, difficile selezionarne qualcuno senza avere l’impressione di trascurarne altri di eguale importanza. Ma bisogna provare e perciò si parte dal frammento di pagina 33, dove viene descritto il mutare della mappa criminale barese in coincidenza coi cicli dello sviluppo urbanistico. Il tutto è descritto nel dialogo fra De Angelis e il suo superiore, Nello Castiello:

(…) Ci mancava pure Poggiofelice, non bastavano Japigia, il CEP ed Enziteto… ma non ci stavano gli sfollati là dentro? Roba di zingari, senza casa… Avevo sentito di una questione di questo tipo”, aveva concluso Castiello (…). Aveva praticamente steso la mappa dei quartieri a più alta densità malavitosa della città. Japigia, a sud di Bari, il regno del capo dei capi, Mariuccio Danisi, in galera da sempre, che aveva trasformato quel quartiere nel fulcro dello spaccio e di tutte le attività che gravitavano intorno alla droga nella regione e oltre i confini; si diceva che nulla in città si facesse senza la sua approvazione; mediatore per convinzione economica, tesseva alleanze e guerre fra clan, personaggio anche mediatico, ogni volta che accadeva qualcosa i giornali parlavano di lui. Poi c’era il quartiere San Paolo, il CEP, nelle vicinanze dell’aeroporto, nato dalla prima migrazione da Bari Vecchia nei primi anni Sessanta: le famiglie che vivevano da sempre nei bassi senza luce e senz’acqua di colpo si ritrovarono nella modernità, compresa quella criminale, che non si esauriva nel contrabbando. E da ultimo c’era Enziteto, nuovissimo quartiere anche questo vicino all’aeroporto, pulito all’inizio, aveva una scuola e una chiesa, entrambe diventate rapidamente depositi di refurtiva della banda che si era stabilita lì attraverso il controllo delle assegnazioni delle case popolari”.

2. L’appropriazione criminale del territorio e la sua rappresentazione narrativa

Ecco la verità scomoda per come è stata enunciata in un passaggio del frammento precedente: in determinati contesti l’appartenenza a un’organizzazione criminale, o la mera prossimità, può permettere di prendere l’ascensore sociale e emanciparsi da condizioni di miseria. Si tratta di una forma malata, amorale di modernizzazione. Ma quasi sempre, per chi ne beneficia, poco importa dei costi morali e legali connessi alla propria mobilità sociale.

Questa predisposizione socioculturale viene mirabilmente descritta in numerosi scorci del romanzo di Alessio Viola, che così assume una rilevanza sociologica importante tanto quanto quella letteraria. E questo zigzagare lungo la linea tra sociologia e letteratura tocca il punto più alto con la descrizione di quel processo che si può etichettare come “appropriazione del territorio”. Laddove il termine “appropriazione” va inteso nella duplice accezione di “acquisire, rendere un oggetto dote propria” e di “rendere proprio a misura di sé, plasmare secondo esigenze di parte”.

L’appropriazione del territorio, che si verifica nei confronti dell’immaginario quartiere di Poggiofelice per l’azione del boss della nuova mala barese, che nel romanzo prende il nome di Felice Episcopio. La descrizione di come mutamento criminale e mutamento territoriale producano un circolo si snoda fra le pagine 24 e 26. Tre pagine che dovrebbero essere allegate come dispense in qualsiasi corso di Sociologia della criminalità organizzata e di Sociologia della devianza:

Felice Episcopio era uno che veniva da Bari Vecchia, uno forte davvero, vecchia scuola. Non guardava in faccia a nessuno, cattivo e feroce, ci prendeva gusto se doveva sparare a qualcuno o inscenare un imbonimento,cioè rompere la testa e le gambe a chi aveva sgarrato. Si era fatto le ossa nei clan storici della città vecchia, fino ad acquisire un’autonomia che voleva mettere a frutto. Il giro di affari si era molto ampliato, si aprivano nuovi spazi all’imprenditoria mafiosa. Si era stabilito a Poggiofelice quasi un anno prima, appropriandosi di una villetta senza che nessuno trovasse niente da ridire, né il comune né i vigili né tantomeno la polizia – peraltro, intervenire su quelle occupazioni non era proprio semplice, visto che nessuno si sognava di denunciare niente. Era stata la sua migliore intuizione imprenditoriale. Aveva chiamato a raccolta la sua numerosa famiglia, amici e conoscenti e anche sbandati e cani sciolti della malavita di periferia.

Eccola qui, la dinamica sociale ascendente che promuove a un più alto rango criminale il boss emergente ma anche il “suo” popolo, fatto di soggetti a loro volta promossi al superiore rango criminale, o soltanto a una condizione di vita meno ingrata, grazie all’appropriazione di un altro territorio e una sorta di “nuova bollinatura”. Ma c’è soprattutto che in quel territorio l’organizzazione criminale si trasforma nell’ente unico della regolazione sociale, con le proprie regole nell’erogazione di pezzi di welfare. Una dinamica la cui descrizione si fa man mano più precisa nelle parole di Viola:

Un po’ alla spicciolata erano arrivate altre famiglie, il villaggio si era andato via via svuotando dei suoi residenti iniziali, l’occupazione progressiva, quasi militare, lo aveva completamente trasformato nel giro di pochi mesi. Sfrattati, nullatenenti, habitué delle graduatorie IACP, ladri, contrabbandieri, spacciatori, prostitute. Era diventato a tutti gli effetti un possedimento della malavita, con gli alloggi popolari che erano gestiti da Episcopio in persona e Cardascio, il suo braccio destro, che decidevano le assegnazioni senza controlli di sorta. Chi ci abitava da tempo veniva convinto, prima con le buone, con le cattive subito dopo, ad andarsene fuori dai piedi. Pressioni, minacce, sfregi alle abitazioni e alle macchine, e mai nessuno che avvertisse le autorità. Andavano via senza protestare, lasciando le case libere ai nuovi padroni. Era diventata una cupa come non ne avevano mai avute, i mafiosi baresi. Ci si poteva tenere di tutto, lì dentro: armi, droga, refurtiva, puttane da smistare nei casini o per strada, tossici che ci andavano a farsi tranquilli e che per questo preferivano comprare là piuttosto che a Japigia o a Bari Vecchia. Un girone infernale, un incubo abitato da fantasmi di una vita nata male e schizzata sulle onde della città come una pietra sul mare calmo.

L’intuizione imprenditorial-criminale come fattore di mutamento sociale e territoriale. Un aspetto ben conosciuto da chi studia le organizzazioni criminali e sa bene quanto esse siano in grado di convertire le crisi di sistema in opportunità proprie:

Avevano messo su una specie di Banda del Muro Sfondato, un villaggio-fortezza impenetrabile per chiunque non ne accettasse regole e scopi, una zona franca dentro la società civile. Che, peraltro, taceva e voltava la testa altrove. Il giro di affari era diventato consistente, il fatturato non aveva più nulla da invidiare a quello dei gruppi mafiosi cittadini, che continuavano ostinati a spartirsi il mercato urbano quando c’era un’immensa periferia, spalmata su decine di paesi, che non chiedeva altro se non essere rifornita di tutto quel ben di dio. Era stata un’altra delle idee vincenti del duo Episcopio-Cardascio, quella dell’espansione nell’hinterland cittadino: nuovi mercati da penetrare, una clientela ancora da fidelizzare e abituare ai nuovi prodotti. Un business della madonna, e loro ne avevano le chiavi.

Chapeau. C’è questo e tanto altro in Dove comincia la notte. Talmente tante cose da richiedere almeno un’altra puntata di questa recensione. A presto.

(1. continua)

E come sempre vi do l’arrivederci con un brano musicale.

Il mio omaggio a Pablito (Domani online, 10 dicembre 2020)

El hombre del partido es Paolo Rossi. Non era cosa usuale, all’epoca. Decretare il migliore in campo e farlo a partita in corso. Oggi è normale, viene pure sollecitato da quella pantomima di democrazia del telecomando che rende utenti di servizio multimediale e volenterosi numeri da marketing venduti agli inserzionisti pubblicitari. Ma quel giorno, 8 luglio 1982, era cosa straordinaria. Come straordinario era il momento storico, e il momento di squadra, e il momento personale. Il momento di Paolo Rossi, baciato da una grazia speciale.

(Per continuare la lettura dell’articolo cliccare qui: https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/el-hombre-del-partido-fue-pablito-il-provinciale-che-rese-grande-il-calcio-italiano-gf3471kp)

Prima (video)presentazione del mio nuovo libro “Calcio e cultura dello stupro. Il caso Ched Evans” (Meltemi).

E’ andata in onda ieri, sulle frequenze di Controradio Firenze, la prima presentazione del mio nuovo libro “Calcio e cultura dello stupro. Il caso Ched Evans” (Meltemi editore), in libreria dal 28 maggio.

Sono stato ospite della storica trasmissione “Bene bene male male” di Giovanni Gozzini e Giorgio Van Straten, coordinata da Raffaele Palumbo. Buona visione a tutti voi.