La lotta olimpica e l’espulsione del duello nella postmodernità (da l’Unità, 26 febbraio 2013)

Cari amici, ieri il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha confermato la presenza della lotta nella lista delle discipline olimpiche, dopo che nei mesi scorsi se ne era ipotizzata l’esclusione. E’ l’occasione per riprendere un articolo pubblicato sette mesi fa, nel quale riflettevo sul significato di quella possibile cancellazione. Buona lettura.

 

Lo stadio ultimo della lotta è quello per la sopravvivenza. Dei contendenti, ma anche della lotta stessa come schema della contrapposizione tra forze individuali e modello dell’esercizio agonistico regolato. La ventilata decisione di eliminare la lotta dalla lista delle discipline olimpiche a partire dall’edizione del 2020 ha suscitato polemiche persino ovvie. Incentrate soprattutto sul tema dell’offesa alla tradizione e dell’invettiva contro l’arrendersi delle autorità olimpiche ai diktat del mercato. La logica attorno alla quale ruotano tali polemiche è quella secondo cui i giochi starebbero definitivamente svendendo l’anima alle ragioni del profitto, eliminando dal programma discipline sportive che pure ne costituiscono il patrimonio storico originario. È il caso, appunto, della lotta. Che è una delle discipline sportive risalenti ai giochi olimpici dell’antica Grecia, e dunque a suo modo anche garante dell’esistenza di una continuità storica tra le Olimpiadi di allora e quelle della contemporaneità. La rottura con tale continuità storica viene dunque rappresentata come un tradimento della tradizione e dell’eredità tramandate dall’epoca classica dell’olimpismo a quella contemporanea. E che ciò avvenga per ragioni di cassetta è ulteriore motivo di ulteriore stigmatizzazione. Anche se ufficialmente non viene ammesso, la lotta verrà eliminata perché nel gusto popolare e soprattutto nei consumi diffusi ha perso terreno rispetto a altre pratiche più à la page: come l’arrampicata e lo squash, delle quali si vocifera l’ammissione. E poiché ovvie ragioni di durata della manifestazione impongono una lista di discipline olimpiche circoscritta a 25, ecco che per ammetterne una nuova bisogna depennarne una di quelle esistenti. Inoltre, fra le motivazioni non ufficiali della possibile cancellazione è stata addotta anche la blanda politica antidoping condotta da alcune federazioni nazionali della lotta; una situazione rispetto alla quale l’azione di sorveglianza della federazione internazionale sarebbe stata alquanto blanda.

 

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E tuttavia queste motivazioni colgono soltanto la superficie della questione. Esse, infatti, hanno il limite di non cogliere il motivo profondo che fa della lotta una disciplina sportiva trovatasi nella condizione d’essere eliminata darwinianamente. Non soltanto dalla lista delle discipline olimpiche, ma anche dallo spettro degli oggetti culturali rilevanti nel mezzo di questo passaggio dalla modernità alla postmodernità. Il fatto che la lotta sia giunta al suo stadio ultimo è infatti il sintomo d’un mutamento culturale profondo, la cui complessità va ben oltre l’aspetto della sopravvivenza di una disciplina sportiva nella lista degli sport olimpici. La profondità di questo mutamento si può leggere guardando a due diversi aspetti: quello relativo al mutamento di segno subìto dalle Olimpiadi come grande cerimonia culturale, e quello ancora più significativo legato alla configurazione del duello individuale come struttura archetipica della modernità.

Riguardo al primo aspetto, non si può non notare come le Olimpiadi dell’epoca moderna abbiano visto trasformare il proprio profilo simbolico per adattarsi al mutamento culturale che segna l’attuale passaggio d’epoca. Nate al culmine della modernità industriale e dello strutturarsi di un sistema delle relazioni internazionali fra stati, esse mostrano di reggere con difficoltà alle trasformazioni dettate dai processi di globalizzazione. Ma è soprattutto il secondo aspetto a contenere i germi più incisivi di un mutamento che determina il tramonto della lotta come oggetto culturale. C’è infatti che il confronto uomo contro uomo sta perdendo sempre più fascino e capacità attrattiva nel nostro modo di costruire la realtà quotidiana. Dalla quale la configurazione del duello è stata espunta poco a poco, in modo graduale e quasi senza che ci se ne accorgesse. E non si tratta di una perdita qualsiasi. Perché il duello è un pilastro della cultura occidentale, un modello dell’incontro-scontro tra forze che incarna il principale schema cognitivo della Modernità: quello della contrapposizione bipolare. L’esigenza di razionalizzare realtà complesse ha trovato infatti nello scontro tra due individualità la forma massima della semplificazione. E se ci si ragiona su un attimo si scopre quanta parte del nostro immaginario novecentesco ne sia intrisa. Dalla cavalleria medievale all’epica western, fino a giungere alla science fiction con lo scontro tra Obi-Wan Kenobi e Darth Vader in Guerre Stellari o al confronto Gentile-Maradona allo stadio Sarrà nell’Ottantadue, il succedersi delle contrapposizioni fra individualità ha incarnato la contrapposizione fra opposte idee del mondo.

 

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A cominciare dall’ineludibile scontro fra l’idea di Bene e quella di Male. In un bel libro pubblicato qualche anno fa (Il sangue dell’onore. Storia del duello, Laterza, 2005) Marco Cavina, docente di Storia del Diritto Medievale e Moderno presso l’Università di Udine, ha tracciato un’accurata genealogia di questa particolare struttura della cultura occidentale, mostrando come essa abbia contribuito a strutturare le basi giuridiche per la composizione legale delle controversie. Di quel percorso di giuridificazione e civilizzazione del duello si è giovata l’epoca delle democrazie occidentali mature, trovando il culmine nel confronto elettorale “faccia a faccia” fra due leader politici di schieramenti contrapposti. E invece adesso ci si trova di fronte a un campo della competizione elettorale che si frammenta in più leadership. Difficili da ricondurre a una contrapposizione non soltanto perché la presenza di leader in numero superiore a due fa saltare lo schema del duello, ma anche perché in molti casi mancano le elementari regole d’ingaggio per mettere le singole figure nelle condizioni di duellare con altre. L’effetto disarticolante della cultura postmoderna investe violentemente il confronto-scontro tra forze individuali consegnandolo agli archivi. La possibile eliminazione della lotta dal programma olimpico è solo un riflesso fra i tanti di questo mutamento culturale.

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