Spicchi di Toscana – Raggiolo, vedere il mondo senza spostarsi mai

Cari amici, questo è l’articolo della serie “Spicchi di Toscana” che ieri mi è stato pubblicato da Repubblica Firenze. Buona lettura.

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È una regola aurea: chi vuole scoprire i luoghi inaspettati della Toscana deve azzardare le discese. Seguire i cartelli che appena fuori dai centri abitati sormontano stradine laterali e digradanti, e in apparenza richiamano verso posti di nessuna importanza. Perché si tratta di nomi talvolta bizzarri, comunque mai sentiti. Ma soprattutto perché scorgendo quelle strisce d’asfalto in pendenza si viene assaliti da un senso di cose penultimate. Lo stesso di quando si crede d’avere portato in fondo le cose e invece ci s’avvede che c’è un residuo da compiere. Così avviene per Raggiolo come per centinaia d’altre località toscane. Si è in procinto d’andar via da Poppi, che già arrivarci è un viaggio e una volta lì ci s’è riempiti abbastanza di meraviglia l’occhio e l’anima. Ma proprio nel momento in cui si sta per avviare il viaggio di ritorno, ecco come in un agguato quel cartello la cui freccia punta in giù e indica nove soli chilometri da percorrere. E se sei arrivato fin lì, cosa vuoi che siano nove chilometri in più? Soprattutto: quando ricapita d’avere il tempo per venire in pieno Casentino a soddisfare questo sovrappiù di curiosità?

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Succede sempre così quando si tratta di scoprire le meraviglie nascoste della Toscana. Luoghi sconosciuti pure a chi vive poco lontano e perciò dotati d’un tempo e una dimensione irripetibili. Esattamente come nel caso di Raggiolo, che ormai dal 1873 fa comune con Ortignano ma continua a essere entità a sé. Ne fa esperienza chi approda e si trova sbalzato fuori da tutto, impossibilitato a comunicare col resto del mondo. Qui la linea della telefonia mobile è come una bava di ragno da inseguire con occhi attenti in cerca del giusto controluce. E sempre che la vostra compagnia telefonica sia quella giusta; ciò che vi espone a ripetute poste sotto il campanile della chiesa in cerca della mattonella giusta, e al bercio che v’illude d’avere più campo alzando i decibel. Altrimenti rassegnatevi a fare macchina indietro per chilometri, con una mano sul volante e l’altra a tenere ritto il portatile come fosse un contatore Geiger. Se invece per un lasso di tempo minimo riuscite a sgravarvi della più perniciosa fra le malattie contemporanee – quella della reperibilità –, allora scoprirete che ne vale la pena.

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Perché questo luogo, aggrappato a uno sperone di roccia attorno al quale confluiscono i torrenti Teggina e Barbizzaia, v’infonderà la sensazione di ritrovarvi dentro una bolla temporale. Trapiantati in un’altra epoca. Forse un passato fra quelli remoti, o forse un futuro di ritorno alle comunità per stanchezza di modernità. E nel dubbio rimarrete a ammirare il modo con cui i raggiolatti hanno addomesticato l’ostilità della natura edificando una rara bellezza paesaggistica. Per poi metterla in mostra durante i giorni d’estate, i soli che consentano d’inoltrarsi nella zona senza rischiare i rigori del meteo.

Attraversando il breve cammino interno di Raggiolo, quello che culmina nel parco fluviale dove s’intercetta il solo chiasso d’un luogo altrimenti sottovoce, si ricava potente un’impressione: che i raggiolatti recitino se stessi. Sanno d’essere diversi almeno quanto ciò che li circonda. Perciò si mostrano allestendo le tavole e le aiuole sulle piccole terrazze sospese, o abbandonandosi su sedie impagliate accanto all’uscio, come quelle vecchine dai vestiti smanicati a fiori che mettono le gambe al sole mentre in casa il sugo cuoce da sé. Ci si può aggirare stupiti percependo un senso pagano di magia, senza perder tempo a chiedersi s’essa sia bianca o nera anche perché sovente il confine fra le due è indistinto. E subito dopo ci si può interrogare su cosa mai nei secoli passati abbia portato fin qui, nell’estremo entroterra toscano, una colonia di còrsi che presto s’integrarono contribuendo a forgiare l’identità d’una comunità apparentemente chiusa. Ma infine ci si spiega tutto vedendo la famigliola di turisti francesi che s’aggira senza accorgersi d’essere, in quel contesto, l’oggetto e non l’agente della scoperta (avete mai avuto impressione, visitando i grandi acquari, d’essere voi spettacolo per i pesci e non viceversa?). O anche ascoltando il vaniloquiare del villeggiante dall’accento laziale che, mescolato alla gente del luogo sulle panchine in prossimità della chiesa e della linea telefonica, magnifica il baccalà cucinato dalle sue parti e la sublime crosta che delizia il palato. Lo fa col piglio di chi dispensa a quegli isolati un frammento di sapere del mondo. E non si rende conto che quegli isolati il sapere del mondo l’hanno già saccheggiato senza essersi mai mossi da lì.

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