Massimo Bisotti e la deriva della donna italiana media – 2 Che coss’è l’amor… dalle 10.31 alle 10.32

Massimo Bisotti

Massimo Bisotti

 

Il precedente articolo è qui.

 

Che coss’è l’amor. Mi piace scriverlo così, con la “s” trascinata come la pronuncia Vinicio Capossela in uno dei suoi brani più famosi.

 

E scrivendolo così m’interrogo per l’ennesima volta sul più grande mistero umano dacché è stato inventato il mito dell’amore romantico. Precisando che il mistero non è tanto “che coss’è l’amor?”, ma piuttosto “perché ci affanniamo a comprendere e a spiegare che coss’è l’amor?”. Domanda d’impossibile risposta. È un po’ come chiedersi perché mai siamo così ossessionati dal sapere come sarà il nostro futuro, e consultiamo gli oroscopi mattutini per scoprire cosa ne sarà di noi entro la serata. E se soltanto si razionalizzasse la cosa, ci si direbbe che sarebbe molto più opportuno dedicarsi alle cose da fare durante il giorno, e magari la sera guardarsi indietro e chiedersi: “Ma cosa cazzo ho fatto da quando stamattina ho letto l’oroscopo?”.

È lo stesso riguardo a cossa sia l’amor. Ne inseguiamo l’idea come una chimera, mastichiamo la parola come fosse una caramella mou. E ci ostiniamo a non capire che il suo segreto, se esiste, è dentro ciascuno di noi, un pezzo unico e non replicabile. Anziché discettare su che coss’è l’amor, faremmo cosa molto più sana a ragionare su cossa sono moi, con un tocco di français che non guasta mai. E anziché farcelo spiegare da altri dovremmo impararlo da noi stessi, dai tentativi e dagli abbagli, dalle estasi e dalle catastrofi. E invece nada, con un tocco d’espaňol che pure quello fa la sua porca figura. Insistiamo a cercare le risposte da altri, assegnando a presunti esperti il compito di cavarci dal nostro ignorare sentimentale utilizzando il loro ignorare sentimentale. Li autorizziamo a essere ignoranti – termine da intendersi come participio presente del verbo ignorare – per conto terzi quando a stento riescono a esserlo per se stessi. E loro finiscono per crederci e prendersi tremendamente sul serio. Come avrebbero fatto altrimenti a sfondare i Meluzzi, i Morelli, i Crepet e le Parsi? Gente che ha imparato a dirvi esattamente ciò che v’aspettate vi sia detto. Senza scaraventarvi nello sconforto, ché altrimenti la prossima volta vi mettereste a cercare altri ciambelloni di salvataggio; ma, al tempo stesso, facendo in modo che non vi caviate minimamente dalla gabbia del disordine sentimentale in cui vi siete ficcati, perché fino a quandi ci state dentro continuerete a chiedere loro che vi lancino una nocciolina. E sgusciandola vi godrete il momentaneo sollievo piuttosto che cercare le chiavi della gabbia.

Come vedete, anche questa volta l’ho presa alla lontana prima di parlare di Massimo Bisotti, il più assiduo dispensatore di noccioline per Desperate Webwives. E l’ho presa alla lontana perché l’approccio al personaggio e al fenomeno che rappresenta merita d’essere graduale. Per almeno due ragioni.

La prima sta nel fatto che Massimo Bisotti mi ha permesso di chiudere anzitempo un dossier: quello dedicato all’autore o autrice dei peggiori libri che io abbia mai letto. Ho sempre immaginato che questo dossier dovesse rimanere costantemente aperto e aggiornabile, e in effetti così era prima d’imbattermi nei libri bisotteschi. Era un continuo e reciproco scalzarsi tra Fabio Volo, Federico Moccia e Anna Premoli per quello che riguarda gli autori di cassetta; per quanto riguarda invece il segmento dei cosiddetti autori di qualità (?) Antonio Scurati signoreggiava, ma costantemente minacciato nella leadership da Nicola Lagioia e recentemente da Chiara Gamberale. Ma dopo l’irruzione di Bisotti la gara viene chiusa per manifesta superiorità di un contendente. Da adesso in poi si potrà correre soltanto per un piazzamento e non per il primato, perché sarà quasi impossibile veder pubblicare libri peggiori di quelli bisotteschi.

La seconda ragione riguarda il fatto che con i libri di Massimo Bisotti non si finisce mai di lavorare. La soluzione più comoda sarebbe riprodurli per intero, perché difficilmente scorre via un capoverso senza che vi sia un’insensatezza, o una sciatteria formale, o uno sfondone di grammatica e sintassi, o un indigesto mappazzone di parole, o una supercazzola smielata con fiocco rosa di Corfù. E si tratta di un dato di fatto che mi ha creato serie difficoltà di gestione dei testi. Quando leggo libri sto sempre armato di evidenziatore e Tratto Pen, per tracciare i frammenti d’orrore editoriale. Dunque buona parte dei volumi ospiti di casa mia sono un lungo contrasto tra pagine uscite indenni e pagine mascariàte, come si direbbe dalle mie parti natie. Ma coi volumi di Bisotti si va oltre. È una festa del colore, non c’è pagina che si salvi. Tanto che a un certo punto mi sono sentito un idiota, come ai tempi in cui provavo il primo esame di Giurisprudenza studiando Diritto Costituzionale. Sottolineavo e sottolineavo, e alla fine mi accorsi che avevo sottolineato tutto il libro. Lì capii che dovevo cambiare facoltà, e mi iscrissi Scienze Politiche. Lavorando sui libri del Pink Bloc Massimo Bisotti provo le medesime sensazioni di allora. Il libro è talmente colorato da rendere inutile l’atto d’evidenziare. Sicché, dopo essermi trovato nell’impossibilità di districarmi fra le cose evidenziate, ho scelto di alternare i colori. Che almeno le pagine diventano belle variopinte e danno un motivo per sfogliarle.

Come avrete capito, il viaggio fra i testi di Bisotti minaccia d’essere lungo. Potenzialmente infinito. E pieno di frammenti grotteschi per la cui selezione si può anche procedere col metodo dell’estrazione a sorte. Andrò avanti poco a poco, e per il momento prenderò come riferimento il primo dei suoi tre oggetti di carta rilegata, intitolato La luna blu. Il percorso inverso dei sogni.

 

la-luna-blu

 

Inutile che vi racconti di trame inesistenti, di personaggi i cui tratti psicologici sono cesellati con la motosega, di dialoghi appassionanti come una partita di curling alle tre di notte. Non è di giudizi di merito che qui si parla. Qui si parla di forma e coerenza dei testi, della loro struttura, e delle sciatterie assortite che costituiscono una cifra non tanto dell’autore ma delle sue lettrici. Queste ultime sono capaci di sciogliersi alla lettura di un periodo come quello che segue, piazzato a pagina 20:

 

Che cosa vuoi che sia l’amore se non colui che ci attende svegli i sogni in una casa vuota?

 

No, non ho sbagliato a trascrivere. Il periodo citato si trova nel libro esattamente come ve l’ho riportato. Un massacro della lingua italiana, ma fatto senza alcuna intenzione. Perché nemmeno un genio del male, con esercizio di volontà, sarebbe riuscito a scrivere “colui che ci attende svegli i sogni”. E nemmeno Don Lurio avrebbe preso così allegramente a picconate la nostra lingua. Bisotti lo fa perché gli viene naturale. Per lui, e per le sue Desperate Webwives, le cose che scrive non devono per forza avere un senso, figuriamoci una forma. Sicché può succedere che vengano fuori periodi così, frankensteiniani: frutto di mostruosi assemblaggi. Come attaccare al corpo di un cane una quinta zampa. Di coccodrillo. In mezzo alla fronte. E nel caso dei testi bisotteschi ci si trova davanti non soltanto a costruzioni ardite in termini semantici. Anche sul piano dell’analisi logica gli esiti schiudono un deserto di desolazione. Succede quando Bisotti prova a filosofare, producendo frammenti capaci di solleticare l’anima dei polli che si credono aquile. Come quello di pagina 14:

Tutti vorremmo la felicità, poi stentiamo a riconoscere la forma delle sue sembianze. L’uomo non si accontenta mai. Siamo nulla con l’aspirazione ad essere tutto. E così tutto perdiamo e ci scivola fra le mani. Sembra che la felicità non stia nello stare bene, ma nel tornare a stare bene, altrimenti nemmeno te ne accorgi se sei felice. Vorremmo essere amati a dismisura, ma non impariamo a scendere mai alle giuste leghe del cuore. È che un rapporto profondo implica un vero e proprio bilinguismo sentimentale fatto di uno spericolato livello di intelligenza emotiva. Level two, l’essere in due. Ma per amarsi davvero c’è un solo modo giusto, bisogna smettere di sentirsi sbagliati.

 

Do you like mappazzone? E allora sucatevi ‘sta sbobba. Un mix di frasette troppo insipide pure per i Baci Perugina e rilegate alla bell’e peggio. Con tanto di sciatterie testuali come “la forma delle sembianze” (sic!) e “stia nello stare”. A condire il tutto viene aggiunta una maldestra rimasticatura sul tema dell’intelligenza emotiva, ormai padroneggiato pure dalla vostra sciampista mentre amabilmente bercia con la collega bigodinista. E infine la frasetta sul modo giusto per amarsi che passa dal non sentirsi sbagliati. E non finire mai il pacchetto di Mentos.

E leggete un po’ quest’altro, a pagina 18, con uso della punteggituara a pene di segugio:

Le occhiatine per capire la vita dinanzi a una scelta diversa, a un percorso inverso nella realtà non potremmo darle mai, ma poi di colpo, in una mattina di neve o in una sera qualunque, mentre ascolterai lo scoppiettio della legna nel camino, un leggerissimo dolore, così sottile da averlo nascosto, si mostrerà, pesante com’è l’amore quando si fa cenere.

Inutile infierire. Mi limito a sospettare che quel “pesante com’è l’amore quando si fa cenere” volesse essere un “pesante come l’amore quando si fa cenere”. Ma sarebbe il meno, e a cosa serve mettersi a cercare il pelo nell’uovo del Tirannosauro Rex?

Piuttosto, bisogna tornare al tema di partenza. Cioè a che coss’è l’amor. In fondo è soprattutto per questo che le bisottine leggono il loro divo e danno luogo alla setta Bisottology. E in questo il divo non le delude. Perché lui spiega quasi a ogni pagina che coss’è l’amor. Con generosità, e dovizia di parole, e quintalate d’enfasi. E pure un problema, tuttavia. Che appena detto quello che ha detto, poi se lo scorda. E gli effetti sono esilaranti. Impossibile farne una lista completa, perché dovrei scrivere il post più lungo nella storia del web 2.0. Però un saggio abbondante posso darvelo.

Partiamo dalla definizione data alle pagine 7-8:

(…) l’amore è audace soltanto quando scippa del tempo alla vita. Non è amore se lo sprechi, probabilmente [probabilmente!]. Però se lo rubi ti ruba l’anima restituendoti l’immenso dentro allo spazio della tua stanza.

La frase è un’immane schifezza, ma non è questo il punto. Il fatto è che saltando di una pagina, alla 9, si legge:

“L’amore è una luce dentro mille confusioni”.

Dunque, ricapitoliamo: l’amore è audace se scippa tempo alla vita, e perché sia amore bisogna che non lo sprechi (probabilmente) però se lo rubi ti ruba l’anima restituendoti l’immenso dentro allo spazio della tua stanza, perché l’amore è una luce dentro mille confusioni. Capito? No? Bene, allora forse siete normali. Ma è solo un antipasto. Perché ora bisogna che vi prepariate alla raffica di quattro frammenti.

  • Frammento n. 1: Questo è un gran peccato, perché è solo con l’amore che si va incontro al tempo senza tornare a mani vuote. E tu verrai a vedere l’amore?
  • Frammento n. 2: Noi e l’amore in mondovisione, sempre in prima fila, perché fissarlo non ci ricambia gli occhi, con quel suo sguardo del terzo tipo addosso.
  • Frammento n. 3: L’amore è così fragile da sbattere sul muro di un futuro non difeso ma così forte da rotolarsi sulle ortiche e riemergere da grate di dolore, uragani di opinioni, tempeste di giudizi.
  • Frammento n. 4: L’amore è un raggio ultravioletto, lo vede solo chi ha il coraggio di restare.

 

Vi siete ripresi? Avete smaltito l’ilarità? Ok, allora siete pronti alla rivelazione destabilizzante: tutte e quattro le definizioni si trovano nella stessa pagina, la 16. Quattro supercazzole su che coss’è l’amor, tutte prive di senso e scritte in un italiano modulare. Un pezzo preso qua e un pezzo là e vediamo se s’incastrano. Il primo frammento occupa le righe dalla 3 alla 5, il secondo e il terzo sono consecutivi e si distribuiscono fra le righe 8 e 14, il quarto fra la 19 e la 20. Volete proprio che vi infligga la ricapitolazione? Ma certo! E dunque: l’amore serve per andare incontro al tempo senza tornare a mani vuote, e dunque bisogna andare a vedere l’amore (quale cazzo sia il nesso fra le due cose non so, ma non importa), e comunque è necessario vederlo in mondovisione sempre in prima fila perché fissarlo non ci ricambia gli occhi con quel suo sguardo del terzo tipo addosso (e ancora una volta non so cosa cazzo significhi, ma passi di nuovo), perché l’amore è così fragile da sbattere su un muro di un futuro non difeso (!) ma così forte da rotolarsi sulle ortiche (!!) e riemergere da grate di dolore (!!!), da uragani di opinioni (!!!!) e da tempeste di giudizi (!!!@@@), e perché l’amore è un raggio ultravioletto e lo vede solo chi ha il coraggio di restare.

Vi è tutto chiaro? E badate che siamo soltanto a pagina 14 del primo libro. Avete la minima idea di quante altre versioni di che coss’è l’amor propini Bisotti alle sue bisottine, sempre riconoscenti per poter sgusciare una nuova nocciolina? Una quantità spropositata, di cui vi renderò conto poco a poco. Perché sono già andato avanti abbastanza e perché a questo punto preferisco risollevare il mio intelletto andando a vedere un porno amatoriale sul web. Mi limito a riportarvi un altro frammento, che fa emergere chi sia l’intellettuale di riferimento di Bisotti: Gigi Marzullo. Ecco cosa si legge a pagina 37:

L’amore è semplice, per questo è così complesso. La semplicità spesso sfugge agli occhi; le scelte più semplici sono le più difficili, spesso sono abbagliate da fronzoli e lustrini, da luci riflesse, ma poi, quando finalmente il nostro sguardo si posa su qualcuno, sceglie la sua anima e solo quella. Mette a fuoco il domani, senza incendiarlo, alimentandolo.

Se avete finalmente messo a fuoco Bisotti resistendo alla voglia d’incendiarlo, avete già capito di lui una cosa fondamentale. Che per dirvelo ve lo dice che coss’è l’amor. Il problema è che la sua risposta vale sì e no dalle 10.31 alle 10.32. Poi magari dalle 10.32 alle 10.34 varrà un’altra risposta, e così alle 10.37, alle 11.41, alle 17.08. Ogni minuto del giorno è un che coss’è l’amor bisottiano. Che da questo punto di vista va persino oltre l’orologio rotto. Quest’ultimo almeno riesce a segnare l’ora esatta due volte al giorno. Bisotti invece è come una sveglia a cristalli liquidi impazzita, che spara geroglifici e cifre monche, caratteri in cirillico e frasi che scorrono al contrario tipo “tu e li mortacci de tu’ nonno”.

Certo, va detto che Bisotti azzarda anche la descrizione erotica. Prova a farlo in modo poetico a pagina 74. E magari le bisottine, che sono donne di pochissime pretese, si sciolgono pure. Quanto alla qualità, lascio giudicare a voi:

Non lasciar morire i miei domani di anoressici respiri, falli mangiare attraverso muscoli di avidità, incidili di buoni umori, lasciami ricordare com’è il tuo odore quando non ci sei.

Inginocchiati sul mio destino che non concede di venire in fretta, non si lascia gestire né gestisce, si prende la testa e l’anima.

Un consiglio spassionato alle bisottine: molto meglio fidarsi di uno che ve lo chiede così.

 

(2. continua)

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9 Risposte

  1. Ammazza! E mo’ finalmente lo so che coss’è l’amor. Che me so’ perza!

  2. L’ha ribloggato su bibolottymomentse ha commentato:
    niente da aggiungere.

  3. […] da un dubbio: ma Gramellini sarà mica il padrino di cresima di Massimo Bisotti? (leggere qui, qui, qui e […]

  4. […] “La luna blu. Il percorso inverso dei sogni” di Massimo Bisotti (di cui ho scritto qui, qui, qui e qui). Che non per caso è quasi omonimo di Sara […]

  5. […] promuove il peggio che il web proponga. Hanno arruolato il desolante Massimo Bisotti  (leggi qui, qui, qui e qui) facendone un autore di punta, sicché volevate che non elevassero Miss Refuso al ruolo […]

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